osteria calcutta

L’altro giorno gli ho fatto una domanda. “Ma come hai fatto a rimanere la’ dentro, tu, con le tue idee di liberta’, tutto quel tempo…perche’ non sei uscito prima, nel ‘68, nel ’77…”. 
Mi ha risposto lasciandomi di stucco, come sempre “Ma io, li’ dentro, non ci sono mai stato! Mica sono scemo! Guarda , funziona cosi’. Arrivo in Svizzera e vedo che li’ non sanno niente di cio’ che accade veramente in Italia. In fabbrica - e ne ho girate tante - io ci andavo al mattino e uscivo che erano le cinque di sera…non parlavo con nessuno perche’ li’ ti schifano tutti, se non tieni ferma la mela sulla testa e non gli permetti di fare a piacimento il tiro con l’arco. All’inizio, gli operai del posto mi guardavano male pure loro, come che fossi li’a rubare il lavoro a uno dei loro connazionali. Quando mi incontravo con gli altri compagni emigrati, nella “Case del popolo”, c’era discussioni sulle notizie che arrivavano…il “Partito” mandava a dire che tutto andava bene e, quando c’erano le elezioni, ci mandava depliànts col la foto di quello che si doveva votare perche’ stava occupandosi specificamente di noi. Molti ci credevano o facevano finta perche’ in qualche cosa si deve pur sperare…io no, non ho votato mai perche’ le facce dei candidati non somigliavano a quelle di nessuno di noi. La tessera del partito la mantenevo solo perche’, in Svizzera, era motivo sufficiente per rimandarti indietro. E io volevo ritornare indietro…con Erika! Tenevo la tessera perche’ ci fu una tremenda campagna di repressione xenofoba contro gli italiani membri o simpatizzanti del PCI. Negli anni ’70, fecero tre referendum (il primo, lanciato dal deputato Schwarzenbach) per ridurre il nostro numero, capirai, eravamo ormai il 17% della popolazione! I referendum vennero respinti, ma l’odio contro gli stranieri, quello no. Cosi’ restai alle Gefängnisse der Verzweifelte…”. 
“Nonno. Ma…questo non me lo hai mai detto…”. 
“No, non hai capito…chiamavamo “prigioni dei disperati” le baracche piene di scarafaggi in cui ci toccava vivere…Io ero uno stagionale, e lo “Statuto dello stagionale” ci impediva di prendere in affitto una casa e cambiare padrone; dovevamo vivere da schifo in queste baracche luride dentro il cantiere. A quelli che avevano una famiglia era vietato il ricongiungimento perché, per ottenerlo, dovevi aver lavorato e esserti trovato in Svizzera per 45 mesi continuativi, ma il permesso da stagionale era di 9 mesi all’anno con l’obbligo di tornare a casa per 3 mesi! Erano i tre mesi in cui ti portavo la cioccolata e andavamo a comperare le scarpe per te e per i bambini invisibili. 
“I bambini...cosa?”. 
Accendendosi una “Crea un’elevata dipendenza, non iniziare”, nonno Enzo continua a raccontarmi. “Vedi, prima dell’abolizione dello statuto, tanti stagionali portavano i figli in Svizzera di nascosto, dato che le autorita’ li rifiutavano perche’ non erano ancora in età lavorativa. Vivevano a centinaia proprio come e' stato scritto: clandestini per anni, rinchiusi dentro queste baracche, col divieto di affacciarsi alla finestra, di aprire la porta, e dovendo evitare ogni minimo rumore. Ovviamente, non potevano neanche frequentare la scuola e nessuno di noi era in grado di fare da maestro sostitutivo. Scoppiò lo scandalo quando gli immigrati si mobilitarono, organizzarono agitazioni e cortei con i propri figli clandestini e riuscirono a smuovere anche la CGIL e il PCI che, fino ad allora, se n’erano lavati le mani. Forse, quei giorni sono stati gli unici in cui  ho pensato che la forza della base avrebbe potuto modificare l’atteggiamento del partito, soprattutto guardando le facce delle donne e dei bambini anche piccoli, avevano una determinaziione assoluta. In realta’, le cose non cambiarono perche’ il sindacato italiano si accordo’ con quello svizzero e, insieme, ci dissero di aspettare ancora un po’. Quando ci fu qualche miglioramento e qualche permesso venne ottenuto, il figlio di Erika (turca, ma aveva cambiato nome) aveva gia’ diciassette anni. Gli trovai un lavoro a Lugano, come cameriere aggiunto nel Casino’ dove andavo a giocarmi i soldi che guadagnavo e ad investire i suoi. Erano pochissimi, ma sono stato sempre fortunato e cosi’…Comunque, le lotte operaie in Svizzera, contro lo sfruttamento capitalista, erano roba seria. Soprattutto perche’ la classe operaia andava trasformandosi continuamente, con immigrati che cominciavano ad arrivare da mezzo mondo dal momento che Mònsieur le Capital richiedeva personale sempre meno qualificato per i reparti ad alta automazione. Se no, neanche io sarei stato riassunto dopo i continui licenziamenti. C’erano poi anche operai che arrivavano da zone povere della stessa Svizzera. L’immigrazione interna e quella da fuori erano una miscela esplosiva e gli operai si accorsero di essere vittime della stessa logica. Un unico disegno collegava, nella Svizzera dei primi anni ’50, i contadini dell’alta Vallesia trasformati in operai di altiforni per la produzione di alluminio e i contadini che abbandonavano i loro vigneti per i reparti avvelenati del Petrolchimico della Montedison di Brindisi o dell’Italsider di Taranto. Era sempre una politica da cattedrali nel deserto - grandi complessi industriali, finanziati da aiuti statali – che disgregava il tessuto sociale e le economie tradizionali. Ad ogni modo, pero’, all’inizio degli anni ’60, un operaio su 3, in Svizzera, era straniero Furono gli emigranti, Italiani del Sud, spagnoli, turchi, a guidare le lotte in un susseguirsi di scioperi selvaggi. Operai adattati a qualunque lavoro e a qualunque sottopaga, i nuovi schiavi della produzione, divennero piu’ temibili della vecchia classe di svizzeri superprofessionalizzati e tenuti a bada dal loro sindacato...come noi, dal nostro. I quadri del PCI cercavano di tenerci buoni predicando di volerci integrare nel sindacato svizzero ed esaltando il ruolo dei  loro circoli operai, eredi delle Colonie Libere nate durante la guerra da antifascisti rifugiati in Svizzera, ecc. Sempre in quegli anni ‘60 la “Grande Repressione” li espulse quasi tutti, questi dirigenti; un sollievo! Ci si risparmiava di rispedire indietro i pacchi di spaghetti scaduti e il vino che sapeva d’aceto che mandava il PCI e potemmo cominciare ad organizzarci, in forma ancora embrionale, in modo autonomo. Anche i piu’ timidi, anche quelli che pensavano ancora al “riformismo”, parteciparono attivamente a una nuova stagione delle lotte, tra il 1967 e il 1973, che inclusero pure il sabotaggio degli impianti. Eravamo considerati “agitatori sovversivi”, dalla stampa e, ovviamente, anche dal sindacato svizzero, soprattutto noi che venivamo dall’Italia, che eravamo sempre quelli che accendevano la scintilla. Dove c’era un maggior numero di noi, le lotte erano piu’ dure. Furono gli immigrati, e particolarmente gli italiani, ad aprire la nuova stagione a gennaio del 1967, alla fabbrica di bottigliette Mignons di Chiasso. L’anno prima, iniziammo lo sciopero sul cantiere di Berznau, fermando la costruzione di una centrale atomica, la polizia ci carico’ e rimpatrio’ forzatamente molti di noi, ma non me che, comunque, all’epoca volevo restare per portare avanti il discorso dell’autoorganizzazione. Arrivarono in Svizzera tanti militanti della sinistra extraparlamentare, fino a meta’ degli anni ’70, ma non ci insegnarono loro come fare; fu il contrario, appresero da noi. Poi…che dirti…lo sciopero alla fabbrica di penne a sfera Penrex nel Mendriosiotto, a luglio 1968, una grande vittoria operaia, dopo un mese di occupazione…e quelli della Malisa contro il cottimo. Ma la vera autoorganizzazione delle lotte parti’ ad aprile del 1969, in un’altra fabbrica, a Caslano (e sempre grazie a italiani). Quando perdemmo, fu perche’ avevamo contro, uniti, padrone e sindacato svizzero, come alla Savoy di Stabio. Ma avevamo stabilito un principio: l’assoluto rifiuto della logica sindacale da parte degli operai e il rifiuto della politica contrattuale mediatoria e della commissione interna sindacale collusa con il padrone. Poi, tanti altri scioperi guidati dagli stagionali…”. 
“...ma, queste cose, non me le hai mai dette…”. 
“Non volevo che tu mi seguissi, a fare quella vita di merda e pericolosa. Io, poi, volevo comunque ritornare perche’ qui ho le mie radici e posso fare qualche cosa di meglio…”. 
“Sarebbe?”.  
“Cominciare a raccontare quello che ho vissuto, per esempio. Questo e’ un paese senza memoria. Quella che c’è non e’ che la copia di mille riassunti, arraffazzonata dal PD, dal Reader’s Digest del 2007 e dai verbali degli omissis…”.  
“Nonno, cos’è che volevi dire a quelli di tutte le svolte?” . 
“Che non mi hanno mai fregato, e che gli rompero’ ancora le palle”.