osteria calcutta
Novembre, 2009
 RICORDATE I MORTI, MA RICORDATELI VIVI

  RICORDATE I MORTI, MA RICORDATELI VIVI
    RICORDATE I MORTI, MA RICORDATELI VIVI
  RICORDATE I MORTI, MA RICORDATELI VIVI
  RICORDATE I MORTI, MA RICORDATELI VIVI
  RICORDIAMO I MORTI, MA RICORDIAMOLI VIVI
  RICORDIAMO I MORTI, MA RICORDIAMOLI VIVI

Sono nata il 21 a Primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.



Piu' bella della poesia, e' la mia vita

Alda Merini

21 marzo 1931 - 1 novembre 2009

http://www.youtube.com/watch?v=ZndZqVSzSIs

...siamo in tanti a volerne scrivere...

E’ morta. Come aveva scelto di vivere. Di un male comune, ordinario. In un ospedale pubblico. 34 anni fa, il giorno successivo, il 2 di novembre, Pierpaolo Pasolini veniva massacrato all’idroscalo di Ostia. I poeti stanno tra i santi e i morti, non hanno luogo nè spazio. Sono innamorati della vita, affamati di vita, in qualunque modo muoiano; in un mondo di ragionieri, la passione e’ la grazia piu’ temuta. E’ passione di vita, e’ fame di vita quella che ha portato Alda Merini ad essere rinchiusa vent’anni dentro i manicomi. E’ la stessa passione di Pasolini. Quella che permetteva ad entrambi di saper leggere il grido degli umili e, senza ipocrisie, di sopportare l’ostracismo di una mediocrita' che non li meritava.
Di origini modeste, Alda Merini fu avviata alle scuole professionali. Ma voleva studiare e tento,’ senza successo, l’esame d’ammissione al liceo Manzoni di Milano: bocciata “per non aver superato la prova d’italiano”. La piu’ grande poetessa del novecento italiano e’ morta com’è vissuta, continuando a fumare le sue sigarette fino all’ultimo, anche in ospedale, e facendo coraggio agli altri ammalati. Povera per scelta, viveva in poverta’ francescana nella sua casa sui Navigli, due stanze al 2° piano, affollate di tutto. Tra gatti, carte, l’adorato pianoforte, la tastiera piu’ infinita che c’è”, confusione viva (inconcepibile per il triste ordine borghese della lucidatrice, coronamento idolatrico del declino di un mondo meschino e senza splendore); i pasti le arrivavano dai servizi sociali.
Ha cantato gli esclusi e vissuto la malattia mentale. Ha dimostrato, con la sua esistenza e la sua straordinaria poetica, che aver subìto le angherie e le umiliazioni della reclusione manicomiale non impedisce di impartire insegnamenti di vita o di attingere al sublime.
Certo, non e' indispensabile essere folli per essere poeti e artisti. Ma chi sono veramente coloro che vengono etichettati
folli?. E' facile rispondere: sono quelli che non si conformano alla realta' del senso comune. E' una risposta vera, ma riduttiva. Il senso comune ha la funzione di conformare e puo' farlo solo impedendo il rapporto di un'esistenza viva, di un'anima, con se' stessa. Un rapporto che presuppone di attraversare il dolore. Nulla se non il coraggio di affrontare il rapporto con se' stessi distingue la follia dalla saggezza. C’è una profonda nobilta’ nella follia. Un rifiuto estremo, un coraggio e una richiesta estrema d'Amore.

La grande Maga, che sapeva trasfigurare la realta’ risolvendola in metafore potenti, aveva scoperto un confine doloroso, da cui le fu possibile vedere cose invisibili a moltissimi altri. E trasformarle in versi incandescenti, perennemente in bilico tra vita e  morte, ma mai mentendo a se' stessa. Desiderava essere amata proprio per quella sua verita', per l'impossibilita' di abbandonare un confine estremo. 
Sono gli altri che, trovandoti, ti trasformano in te stessa. Ma sono anche gli altri quelli che ti condannano. Si muore di passione. Di fame di vita. Di dolore. Di carcere. Di manicomio. Di ricoveri coatti. Di insopportabilita' del dover conciliare il proprio modo di essere alle insopportabili e vane “necessita'” del quotidiano, popolato di assurdita'. 
Sopravvissuta al manicomio per quel dono poetico che non sapeva dire da dove le venisse, se non da Dio, Alda Merini non dimentico' mai la segregazione subita in uno spazio dove il tempo non ha futuro, in un contesto ristretto, indicibile. Sognava in modo ricorrente di trovarsi dentro un luogo chiuso, cercando le chiavi per uscirne.
Dopo un breve, primo internamento, nel 1946 (il primo “incontro con le ombre della mente”), alternò, dal 1961 al 1979, ricoveri continui, ritorni a casa, violenze subìte, quattro figlie le furono strappate e date in affidamento. Sperimentò ripetutamente, come Artaud, l’orrore degli elettrochoc; come lui scrisse lettere di supplica ai medici che l’avevano in cura; lettere d’Amore; lettere che domandavano il motivo di certi trattamenti. Come Euridice, entrando per la prima volta all'Istituto psichiatrico Paolo Pini di Affori, varco' la linea che separa i vivi dai morti. Tutta la sua poesia e’ sospesa tra Amore e morte. Come Rimbaud, perse ogni volta tutto e ricomincio’. E, come lui,  fu precoce. Esordi’ a 15 anni con la raccolta La presenza di Orfeo, e subito altri viandanti dell'Anima, poeti, la riconobbero promuovendo la pubblicazione delle sue opere. Pasolini parlo’di lei in un articolo del 1954, accostandola a Rilke, Trackl e Dino Campana; come lui, Alda Merini scateno’ tempesta. 
I
n versi orfici e in prosa, canto’ la sua esperienza con una vitalita' drammatica e travolgente, con intensita' istintiva, autenticità  ed enfasi, in liriche dove vita e poesia si fondono perfettamente e la poesia, abbracciata alla malattia e' usata a difesa di un'identita' minacciata di esistenza, nella solitudine ristretta, nella crudelta' dei trattamenti, nell'abbandono da parte del civile consesso.

Alda Merini, attraverso la poesia, ha saputo riemergere dalla tragicità dei molti internamenti, affinando sempre la sua arte in modo inconsapevole, fino ad una scrittura quasi automatica. Spesso dettava poesie spontanee, nate in forma orale; altri le trascrivevano. Per un lungo periodo scrisse testi brevissimi e aforismi. Su tutto domina il bisogno di dare e ricevere Amore, nel senso piu' ampio del termine. Nell’intervista rilasciata ad Antonio Gnoli (Lettere dalla follia, “La Repubblica”, 24/08/'08), defini’ il manicomio: “…il luogo piu’ esterno alla vita, ma non fatto solo di pastiglie ed elettroshock, ma d’amore…un sentimento che indirizzavo sulle cose piu’ semplici, sui gesti piu’ elementari. Se uscivo, come a volte accadeva, gli altri matti mi chiedevano di comprargli le sigarette, il vino, la cioccolata. E, se mi riusciva di farlo, sentivo che il legame affettivo che la follia a volte crea tra le persone è piu’ forte di quello che ci procura la normalità… Quanto alla  morte, a lungo mi ha sfiorata, ho convissuto con la sua assenza, col timore che s’affacciasse e dovessi affrontarla. La morte è stata per me uno strano corpo a corpo, vicina e remota al tempo stesso. (...) Cos'è il dolore per una persona con la sensibilità d’un poeta? La poesia è la forma d’intelligenza piu’ prossima al dolore. Ma da dove scaturisce? (…) il dolore della malattia mentale è qualcosa che ti urla dentro e non riesce ad uscire. Il dolore che ti avvolge in manicomio a volte è solo pretesto per una condanna piu’ grande, una calunnia del destino, o forse un castigo di Dio. Sono convinta che dal dolore possa nascere una grande passione per l'Aldilà. Si vorrebbe morire, però al tempo stesso si ha la speranza di vivere (...)”.

E’ un urlo di dolore e d’Amore, quello di Alda Merini. Non  l’urlo di terrore di Munch, che preannuncia tra le due guerre mondiali l’avvicinarsi della catastrofe. Un urlo piu’ primitivo, il dolore che libera l’anima solo se si riesce ad accettarlo, un modo di esistere e di amare. L'urlo di chi il dolore lo conosce. La folgorante bellezza della sua poesia e' l’inconscio gridato in cui tutto si mescola senza nessuna maschera, col coraggio di guardarsi dentro, frugando dentro l'anima umana ignorando ogni convenzione o convenienza.
Amo’ e fu amata dai poeti. Incanto’ Manganelli, Montale, Quasimodo, Michele Pierri…Canto’ il dolore degli esclusi, ma anche la possibilita’ di Resurrezione. Racconto’ la violenza del manicomio, ma anche la solidarieta’ tra i sepolti vivi. E i suoi amori. “Ogni amore della vita mia era il verso di una poesia…”. Amori furiosi, infuriati, travolgenti. Erotismo e passione. La sacralita’ del corpo. La condivisione come via di salvezza.
Su quel confine dell’anima che separa la normalita’ dalla a-normalita’, “diversa” lo era veramente. Ma la diversita’ puo’ essere una colpa? Era diversa dalla banalita’ del mondo. Era coraggiosa in un mondo abitato da persone che hanno paura anche di aver paura. Era la “pazza della porta accanto”, colpevole di vita, che si descrisse: “
Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare di colore. Mi piace cambiare di misura”. 

Non c’è piu’. Come Pasolini, Alda Merini incarna una forza arcaica, rimandando a un passato cristiano delle origini. La sua poetica divenne negli anni sempre piu’ mistica. Folle d’Amore. E bisognosa d’Amore. L’ottenne da tanti. A febbraio 2004, ricoverata al San Paolo di Milano, una quantità di e-mail da tutta Italia sostennero l’appello lanciato da un amico che chiedeva aiuto economico per lei. Aveva in spregio i soldi, ma li cercava in continuazione, poi li regalava a ogni barbone che incontrava per strada; e agli amici. La sola volta che si trasferi’ fu quando, nel 1993, con i 36 milioni di lire del premio Montale Guggenheim per la poesia, si stabili’ all’hotel Certosa di corso San Gottardo, facendo innumerevoli regali ai suoi amici. Proprio come fanno sempre i piu’ poveri che, incapaci di risparmiare, se sono colpiti da improvviso benessere, spendono tutto. Vi rimase finchè non si ritrovo' nuovamente povera e torno’ a casa sua, a scrivere con frenesia sui muri, sulle sedie, su qualsiasi pezzo carta. Il bar le offriva cappuccino e brioche. In un mondo di persone che si preoccupano di conoscere il prezzo della pasta, lei (a proposito del denaro) diceva:Siccome non me ne importa niente, incominciano a dire che sono mezza matta... Magari quello che ho, ed è capitato, io lo regalo ai poveri e ai bisognosi, e l'ho fatto spesso. Non perché io sia particolarmente buona, ma perché credo che l'uomo debba all'altro ciò che ha in eccedenza. Io sono profondamente cristiana e dico: “se Dio m'ha dato questa cosa qui e mi avanza, perché non la devo dare a lei?”. (…) La mia non è carità, è uno stato di vita…io sono anche sua sorella, sono anche parente sua, secondo il concetto biblico, sono il suo prossimo. Perchè non le devo dare da mangiare? … Poi il poeta vede le cose in un altro modo. Molto diverso, molto più ampio... se mi limito a lei, posso dire che è alta uno e tanto…ma ha importanza tutto questo? No! Io guardo a quello che lei ha dentro, cosa significa, ai suoi significati reconditi. Così nasce la poesia. Così io penserò a lei quando se ne và. Mica alla faccia che ha, mi interessa relativamente… Quando il poeta riesce a portare queste memorie precarie, nell'assoluto della sua fantasia, nascono i versi. Ma se io mi fermo a come lei è seduta, a come sono seduta io, se ho il mal di pancia io… sono proprio delle mosche vibratili negative che fanno morire i versi. Cosa me ne importa di quello che fa il vicino di casa?...

Alda Merini, che seppe trasformare il dolore in poesia, negli ultimi anni partecipo’ a recitals in cui le sue poesie furono cantate e messe in musica. Comincio' ad apparire sempre piu’ spesso in televisione; accettò di lasciarsi intervistare, esprimendo i propri pensieri in modo limpido, semplice, affinche’ tutti potessero comprenderli.
Proprio una sua breve apparizione, meno di un mese fa, durante un telegiornale, mi diede i brividi. Aveva il solito viso segnato, i capelli scarmigliati, lo sguardo profondo. Ma la voce era mutata, conteneva una nota differente. Si rivolgeva alla figlia Barbara, in quel momento se ne sentiva abbandonata.
Le diceva, accorata: “e’ il mio corpo la tua casa”. Una frase che, in un mondo di pseudo-adulti ed aspiranti tali e’ di per se’ quasi una bestemmia, un grido e una provocazione non minore di quando si fece fotografare, nuda e anziana, da Giulianio Grittini.
Provai una fitta al cuore. Dissi a tutti che Alda Merini stava per morire perche’ quell’anticipazione non poteva essere casuale ed era fuori luogo in un telegiornale. Glielo avevo letto anche nella voce. Il dolore, che aveva saputo trasformare in poesia per tutta una vita, doveva essere divenuto insopportabile. C’era solo da aspettare.
La camera ardente sara’ allestita a Palazzo Marino, a Milano. I funerali di stato, mercoledì 4 novembre, in Duomo. 

Si avvicino' ai Misteri, senti’ che la Natura l’aveva scelta per essere madre, donna e poetessa; non era stata lei a volerlo. Ma poteva combinare questi tre aspetti di sè solo in un modo distante dall'abitudinario. E’ novembre. Piove. Sono tempi di semina. Il raccolto ci sara’ poi. Ma, adesso, appartiene veramente a tutti. 

Ormai non era più la donna bionda
che altre volte nei canti del poeta
era apparsa, non più profumo e isola
dell’ampio letto e proprietà dell’uomo.
Ora era sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.
Era radice ormai
...”

(da: Orfeo, Euridice, Hermes, di Rainer Maria Rilke. Trad. di Giaime Pintor) 

Anche altri sono morti il 1 di novembre 2009. Diana Blefari Melazzi. Ha annodato le lenzuola della sua cella e si e’ impiccata, a Rebibbia. E’ il sessantesimo suicidio di una persona detenuta in un anno (a parte quelli che sono suicidii solo simulati, in realta’ sono morti dovute direttamente ai “metodi” utilizzati dalla polizia penitenziaria). Soffriva di depressione, stava scontando l’ergastolo. Una donna certamente diversa da Alda Merini; le accomunano la data della morte e un destino di reclusione. Una donna che non ce l’ha fatta ad elaborare il dolore di un fine pena mai. Come tanti altri che, a torto o a ragione, scontano pene eterne da tantissimi anni.
Non ho conosciuto personalmente nessuna delle due, ma accostarle qui non e’ irriverente.
Sui quotidiani sono: la
buona e la cattiva. No. Rifiutiamo questa definizione, comunque. Nessun essere umano, per nessuna ragione, deve essere rinchiuso da qualche parte. Mai piu’.


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tratto da globalproject.info 31 ottobre 2009

Da gennaio a ottobre nelle carceri italiane sono morti 146 detenuti, di cui 59 per suicidio

La morte di Stefano Cucchi e l'ondata di indignazione al riguardo, soprattutto dopo la pubblicazione delle sconvolgenti immagini del suo corpo martoriato, sono un fortissimo e drammatico richiamo alla realtà: per tutti coloro che si occupano di carcere, per lavoro o per impegno civile, ma anche per chi ne sente parlare soltanto dai giornali e soltanto quando in carcere finiscono persone  famose. Ma la realtà del carcere ha poco a che spartire con il mondo leggero dei rotocalchi, è una realtà dura e cattiva.

A Cura Del Centro Studi Di Ristretti Orizzonti
Quando il sistema penitenziario italiano viene definito fuori-legge, illegale, incivile (parole più volte usate dallo stesso Ministro della Giustizia), vuol dire che la sofferenza di chi sta in carcere supera il livello ritenuto ammissibile, che la pena diventa supplizio...
Il Bollettino degli eventi critici negli Istituti penitenziari (realizzato dal Ministero della Giustizia) è un documento conosciuto solo dagli addetti ai lavori: parla di morti, suicidi, autolesionismi, scioperi della fame, ma anche di proteste collettive ed evasioni. Lo alleghiamo al dossier Morire di carcere di questo mese, in modo da fornire anche un riscontro ufficiale al nostro monitoraggio. Nel bollettino del Ministero cè una serie storica dei decessi di detenuti, dal 1992 al 2008: mediamente ogni anno muoiono 150 detenuti, di cui circa un terzo per suicidio e gli altri due terzi per cause naturali non meglio specificate. Gli omicidi registrati sono 1 o 2 l'anno.

Con il nostro dossier cerchiamo di dare una lettura diversa a queste morti, distinguendo quelle causate da malattia da quelle per overdose (di droghe, di farmaci, di gas butano), ma anche segnalando i casi nei quali vengono aperte inchieste giudiziarie per l'accertamento delle cause di morte: sono le cause da accertare, che a volte rimangono tali finché cadono nel dimenticatoio (sulla morte di Marcello Lonzi, avvenuta nel 2003 nel carcere di Livorno, ancora non cè una verità accertata). Alleghiamo anche un altro documento, il riepilogo dei casi raccolti nel Dossier 2009 (non sono tutti quelli verificatisi, perché non sempre le notizie delle morti in carcere vengono divulgate.

Noi raccogliamo le vicende segnalate dai media, dal volontariato, dai parenti dei detenuti, da qualche parlamentare particolarmente attento a queste problematiche, etc.) Nel riepilogo si può notare, ad esempio, che i suicidi riguardano prevalentemente i detenuti più giovani; addirittura i 10 morti di carcere più giovani del 2009 sono tutti suicidi e 2 avevano solo 19 anni. Le morti per cause da accertare sono più numerose di quelle per malattia.

I dati complessivi del 2009 (aggiornati al 30 ottobre) denunciano un aumento di ben 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008, mentre il totale delle morti di carcere hanno già superato il totale dello scorso anno: 146 contro 142.

Consulta il dossier Morire di Carcere

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Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner! (sono un berlinese).
(...) La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri - per impedirgli di andarsene.
15 giugno 1963, John F. Kennedy, a Berlino

Mr. Gorbachev, tear down this wall!.
12 giugno 1987, Ronald Reagan

Abbiamo bisogno di un partenariato più forte per far cadere i muri del Ventunesimo secolo e per affrontare coloro che si nascondono dietro questi muri: i kamikaze, coloro che uccidono e mutilano le bambine il cui unico desiderio è quello di andare a scuola
 


Muro messicano o Muro di Tijuana, barriera di sicurezza costruita dagli Usa lungo la frontiera col Messico. Nome ufficiale in Messico: Muro della vergogna.

Non hanno mai dovuto costruire un muro?
Ne hanno costruiti per dividere, per allontanare, per proteggersi.
C'è differenza tra chiudersi dentro o tenere gli altri fuori?
Sì, c'è.

Tra muri d'indifferenza, di non unione, di non ricordo, acceniamo a uno di questi muri assassini.
Il Muro Messicano della vergogna. Si inizio' a costruirlo nel 1994 con l’obiettivo di impedire agli immigrati illegali, in particolare messicani e centroamericani, di oltrepassare il confine con gli Usa. Rafforzato a partire dal 2005, era una barriera metallica alta dai circa 4 metri. La lunghezza divenne paragonabile a quella della Muraglia Cinese, dopo che, nel 2006, Gorge W.Bush firmò la H.R. 6061, approvando cosi' un emendamento che prevedeva 595 km di muro, piu' 800 km di barriere per impedire il passaggio delle automobili. Il muro ha: illuminazione ad altissima intensità,  rete di sensori elettronici e strumentazione per la visione notturna, connessi via radio alla polizia di frontiera Usa, un sistema di vigilanza permanente effettuato con veicoli ed elicotteri armati.
Da quando e' stato costruito, sempre piu' persone hanno cercato di scavalcarlo. Oltre a 660.390 persone sono state arrestate dalla Polizia di confine Usa e, secondo i dati forniti dall'United States Border Patrol, sono 1954 le persone morte sul confine tra Usa e Messico tra 1998 e 2004, ma il loro numero cresce. Nel 2005 sono state 500, in realta' molte di piu’ perche’ moltissimi decessi non vengono registrati. 
La frontiera Usa-Messico si estende per oltre tremila chilometri e, per scoraggiare i clandestini a tentare l'ingresso negli Usa, Bill Clinton, nell'ottica dell'operazio Gatekeeper, preventivo' la costruzione di un muro di filo spinato tra i  2 stati. Ma fu George W. Bush ad allungare smisuratamente la barriera e portarla a 1226 chilometri. Per costruire questa barriera della vergogna, una quantita' di contadini, messicani e statunitensi, sono stati espropriati delle loro terre. Tijuana, San Diego, El Paso (in Texas), Arizona, Nuovo Messico...questo muro della vergogna, che ogni anno tantissimi immigrati tentano di scavalcare senza autorizzazione, perdendo la vita in centinaia, per il caldo, la disidratazione, gli stenti e le pallottole della polizia Usa, e' una simulazione per fa credere “sicuro” il confine Usa col Messico, mentre un continuo flusso di forza lavoro a basso costo arriva, protetto nell' attraversamento per divenire preda schiava di fabbriche, compagnie di qualunque genere, strozzini. Illudendosi della salvezza oltre il muro.

Vogliamo parlare del muro di separazione costruito da Israele in Cisgiordania, il muro dell'Apartheid per confinare i Palestinesi in una riserva? Un susseguirsi di muri, trincee e porte elettroniche...

O magari di quello anti-immigrati del sindaco di Padova?

No, oggi si rievoca la caduta di un altro muro.  Un muro che non avrebbe dovuto cadere.
Cioe', si ricorda una catastrofe.

Vi invitiamo a leggere MURI A BERLINO, l'articolo di Emanuela Ferrara pubblicato  nel mese di luglio. Poi se ne potra' discutere.  http://www.osteriacalcutta.com/articoli/LUGLIO%202009.html

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INDIA: RANA E SERPENTE

di Stefano Ledda

Rana e Serpente, (Sankha Banerjee)

Rana e serpente. Serpente e rana. Le parole che mi tornano in mente per prime. Pandit me le ha ripetute piu’ volte; e anche all’aeroporto. Sono il modo in cui mi ha descritto la nuova borghesia di Kolkata, infida o gracidante, oppure tutte e due le cose allo stesso tempo. 
“Ma, per te, il serpente non dovrebbe essere un animale sacro?”
“Certi serpenti no”, risponde.

Calcutta l’ho trovata irriconoscibile. Le NGO occidentali sono diventate un numero straordinario, cosi’ come quelle direttamente create e controllate dalle varie corporations che stanno assaltando il paese. La parola d’ordine per tutte e’: “Restituire alla normalita’...”. Si’, ma quale normalita’? Qui, come altrove, la normalita’ e’ il punto d’incontro, il medium dove si intrecciano gli interessi di tanta gente. Ci sono NGO che si occupano di giovani tossicodipendenti, di orfani, di madri sole, di difesa di questo o quello - a parte Oxfam, che c’è da tempo e fa campagne monumentali -. Altre si interessano di dilazione del debito, di smaltimento dei rifiuti, di assunzioni non regolari. Tutto in nome dei diritti.
Qual è la nota stonata? E’ che dovrebbe essere un bene, ma non lo e’...

(continua nella pagina interna)

seconda parte

terza parte

quarta ed ultima parte

Cogliamo l'occasione per scusarci in forma pubblica con Leon Blanchaert, del Cantiere” di Milano, (http://www.cantiere.org) per non avergli fornito i contatti che ci aveva chiesto, a Roma. Una motivazione e' facilmente intuibile dalla lettura dell'intervista sopra riportata in quattro parti. L'altra possiamo tranquillamente spiegarla via e-mail. (Non utilizziamo facebook, anche se qualcuno ci ha fatto lo scherzo di iscriverci). 

***

21 novembre h. 18.30
Corso Matteotti, Jesi (Ancona)



Nell'ambito della performance di teatro yoga

TOTEMIKHA

a cura di Shambhala laboratorio di yogatheatre
condotto da: Tiziana Gherardi e Roberta Ambrosi
presentazione del libro Osteria Calcutta ed incontro con l’autrice Marina Valente
proiezione dei documentari Osteria Calcutta di Marina Valente e La grazia e la violenza di Piero Pagliani

 Shambhala? Cos'e' Shambhala? 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Shambhala e' un’Associazione Culturale con sede a Jesi, fondata nel 2001 con lo scopo di promuovere la conoscenza e la pratica delle arti e delle discipline orientali legate al mantenimento e allo sviluppo della salute e del benessere. Oltre a promuovere periodicamente seminari, incontri e stages di studio e approfondimento dei tradizionali campi di interesse, l’Associazione ha dato vita recentemente ad un Laboratorio di TeatroYoga sulla scorta di alcune interessanti e nuove esperienze di contaminazioni espressive che hanno portato gli allievi a performance pubbliche in occasione di eventi di approfondimento culturale. Il Laboratorio intende proporre, a chi sia interessato a sperimentare nuove forme di espressione corporea basate sui tradizionali linguaggi dello Yoga e del Teatro, un percorso formativo e di crescita nella conoscenza di sé e degli altri. Gli incontri si terranno presso il Centro Shambhala nella sede di Jesi, Vicolo Ubaldini 2/C tutti i Venerdì dalle ore 20,30 alle 22,00 e saranno guidati da insegnanti ed esperti delle relative discipline. inf. 
http://www.shambhalayoga.org  o yoga@shambhalayoga.org 

 

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Papuda

Monsieur le Président, Je vous fais une lettre...

...Avec une détermination, et quelques raisons de ne pas désespérer...
La lettera e' su diversi giornali e in rete.

Brasilia, 14 novembre 2009 Testo della lettera aperta al Presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, al Magistrato Supremo ed al Popolo Brasiliano, inviata da Cesare Battisti (che, tra l'altro, riporta in epigrafe anche una citazione dell “Uomo in rivolta” di Albert Camus («Trent'anni cambiano molte cose nella vita degli uomini, e a volte sono una vita intera»).
“Se guardiamo nel nostro passato da un punto di vista storico, quanti tra noi possono dire sinceramente di non aver mai desiderato affermare la propria umanità, di svilupparla in tutti i suoi aspetti con ampia liberta? Pochi. Sono pochissimi gli uomini e le donne della mia generazione che non hanno sognato un mondo diverso, più giusto. Peraltro, frequentemente, per pura curiosita’ o circostanze, solo alcuni decisero di lanciarsi nella lotta, sacrificando la propria vita. La mia storia personale è sufficientemente nota per tornare ancora una volta sulle conseguenze della scelta che mi porto’ alla lotta armata. So solamente che eravamo migliaia, e che alcuni sono morti, altri sono in carcere e molti sono esiliati. Sapevamo che poteva finire così. Quanti sono stati gli esempi di rivoluzioni che fallirono, e la cui storia ci era già stata rivelata? Ma anche così abbiamo ricominciato, abbiamo sbagliato e abbiamo perfino perso. Non tutto, però! I sogni vanno avanti!

Molte conquiste sociali di cui oggi gli italiani usufruiscono sono state conquistate grazie al sangue versato da quei compagni di utopia. Io sono il frutto di quegli anni '70, così come molti altri qui in Brasile, compresi molti compagni che oggi sono responsabili del destino del popolo brasiliano. E in verità io non ho perso niente, perchè non ho combattuto per qualcosa che potevo portare con me.

Ma adesso, detenuto qui in Brasile, non posso accettare l'umiliazione di essere trattato come un delinquente comune. Per questo, dinnanzi alla sorprendente ostinazione di alcuni ministri del Supremo Tribunale Federale, che non vogliono vedere quello che era realmente l'Italia degli anni '70, che negano le motivazioni dei miei atti, che chiudono gli occhi di fronte all'assenza totale di prove tecniche della mia colpevolezza riguardo ai quattro omicidi che mi sono stati attribuiti, non riconoscono che sono stato processato in contumacia, la prescrizione e molti altri ostacoli alla mia estradizione.

È inoltre sorprendente e assurdo che l'Italia mi abbia condannato per attività politica e in Brasile c'è chi vuole estradarmi in base alla mia partecipazione a delitti comuni. È assurdo, sopratutto avendo ricevuto dal Governo brasiliano la condizione di rifugiato, decisione per la quale sarò eternamente grato.

E dinnanzi alle enormi difficoltà di vincere questa battaglia contro il potente governo italiano, che ha usato tutti i suoi argomenti, le sue armi e i suoi ferri, non mi resta altra alternativa se non quella di entrare da adesso in SCIOPERO DELLA FAME TOTALE, con l'obiettivo di vedermi concedere i diritti stabiliti dallo statuto del rifugiato e del prigioniero politico. Con questo spero di impedire, in un ultimo atto di disperazione, questa estradizione, che per me equivale ad una condanna a morte. Ho sempre lottato per la vita, ma se si tratta di morire io sono pronto a farlo, ma non per mano dei miei boia. Qui, in questo paese, in Brasile, continuerò la mia lotta fino alla fine e, anche se stanco, non desisterò mai nella mia lotta per la verità. La verità che alcuni insistono nel non voler vedere, e non vi è peggiore cieco di quello che non vuole vedere.

Concludo questa lettera ringraziando i compagni che dall'inizio di questa mia lotta non mi hanno mai abbandonato, e allo stesso modo ringrazio quelli che sono arrivati all'ultima ora, ma che hanno la stessa importanza di chi mi sta vicino dall'inizio di tutta questa storia. A loro va il mio sincero ringraziamento. E come ultimo suggerimento raccomando che possano continuare a lottare per i loro ideali, per le loro convinzioni. Ne vale la pena!

Spero che l'eredità di chi è caduto sul fronte di battaglia non si riveli vana. Possiamo anche perdere una battaglia, ma sono convinto che la vittoria in questa guerra è riservata a coloro che lottano per la generosa causa della giustizia e della libertà.

Consegno la mia vita nella mani di Sua Eccellenza e del Popolo Brasiliano”.

Invitiamo a leggere http://insorgenze.wordpress.com               

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19 NOVEMBRE 2009
INTERVISTA AD ORESTE SCALZONE SULLA DECISIONE BRASILIANA DI ESTRADARE CESARE BATTISTI
Toccherà al presidente Lula la decisione finale sull'estradizione di Cesare Battisti in Italia. Il Supremo Tribunal Federal ha in una prima parte dell'udienza approvato, per 5 voti a 4, l'estradizione dell'ex militante dei PAC in Italia. E poco dopo, in un secondo dibattimento, gli stessi giudici hanno stabilito che sia però il capo dello Stato Lula ad avere l'ultima parola. Nella prima parte dell'udienza, il presidente del Supremo, Gilmar Mendes, si era detto a favore della riconsegna a Roma di Battisti, con la motivazione che i quattro omicidi per i quali è stato condannato in Italia sarebbero “crimini comuni, non politici”. Subito dopo aver manifestato la propria delusione per la decisione del tribunale il legale di Battisti, Luis Roberto Barroso, ha detto che porteranno a Lula gli elementi che dimostrano che la “decisione giusta è quella del rispetto dei diritti umani”. L'avvocato ha comunque anche precisato che: “la decisione è comunque nelle mani di Lula, e non commetterò un errore di mancanza di cortesia dicendo al presidente quello che deve fare”. Battisti, in sciopero della fame da sabato scorso, ha ricevuto la visita di alcuni parlamentari brasiliani, che hanno riferito alla stampa locale di averlo trovato “magro, pallido, ansioso e debilitato, ma disposto a portare avanti la protesta fino alle estreme conseguenze”. “Ha anche sospeso i trattamenti medici”, hanno aggiunto i parlamentari. Rispetto al verdetto del Supremo Tribunale brasiliano, un commento di Oreste Scalzone:

http://radiondadurto.org 

http://www.radiondadurto.org/agenzia/2009-11-19-09-25_red_dir-scalzone-estradizione-battisti-completo.mp3

Scaricare il file potrebbe richiedere alcuni minuti...nel frattempo e' possibile ascoltare anche, di qualche tempo fa

http://www.infoaut.org/articolo/considerazioni-a-caldo-dopo-un-respiro-di-sollievo/file/id/513/

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Qui tutti aspettano qualcosa. Tutti la stessa cosa. E ciascuno di noi almeno un'altra di piu'. Documento io uno degli ultimi avvenimenti. Mi informo sull'unico quotidiano che mi pare interessante, uno di quelli gratuiti che distribuiscono in giro. E' interessante perche' non spendo per leggere le solite sciocchezze in tutti i tipi di salsa e so invece cosa viene propinato alla gente di strada che i giornali magari li vende al semaforo, ma non li legge  perche' non se li puo' permettere, o perche' non conosce la lingua (od entrambe le cose).  Magari anche perche' sa che sui quotidiani scrivono solo per imbrogliare la gente e farla pensare a certe cose e non ad altre.


Mi sembra importante: Il Centro Sociale occupato HORUS, di Piazza Sempione, a Roma, sgomberato per la seconda volta (la prima fu ad ottobre del 2008). Ieri mattina, 19 novembre 2009, agenti in tenuta antisommossa sono entrati nel Centro Sociale, deserto, e hanno messo inferriate alle finestre. Subito accorsi sul posto, i compagni dell'Horus si sono poi diretti verso la sede del IV Municipio, in v. Monte Rocchetta, occupandolo verso mezzogiorno. Qui' si sono concentrati molti altri attivisti di Centri Sociali romani ed e' arrivato anche un dispiegamento massiccio di polizia. Ad un poliziotto e' caduta una pistola in terra, che teneva fuori dalla fondina, in mano, puntata verso il basso. Tutto immediatamente filmato e su you tube: http://www.youtube.com/watch?v=EHT69uRrwII&NR=1
Dal tetto del IV Municipio, i compagni hanno lanciato carta igienica bagnata e srotolato striscioni.
Il piu' interessante:
la libertà non si paga, si strappa!”.
Questo sgombero interrompe il tavolo di trattative in corso da mesi
con proprietà e istituzioni per decidere la destinazione della struttura. I ragazzi hanno abbandonato il tetto dell'edificio del IV Municipio dopo qualche ora, dopo l'accordo con il presidente Cristiano Bonelli che incontreranno a un tavolo aperto anche alla rappresentanza di Regione e Provincia. Dunque: si riapre la trattativa.
Sento sempre piu' forte la mancanza di un coordinamento tra tutte le lotteAlessandro Gatti

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21 NOVEMBRE, BRACCIANO, LICEO VIAN  AULA MAGNA, V.GUARDATI 2 (angolo v. Braccianese)

ORE 16.00 

in anteprima nazionale

L´ORO DI CUBA
un film
di
Giuliano Montaldo

Il regista introdurrà il film (che difficilmente potrete vedere sui circuiti commerciali) e sarà anche l'occasione per ascoltare la testimonianza di Fulvio Grimaldi, di recente tornato dall'Honduras del colpo di Stato e della Resistenza popolare. 

50 ANNI...MA NON LI DIMOSTRA !

Si celebra mezzo secolo di Rivoluzione Cubana e si racconta il  "Continente della Speranza"

Rinfresco “latino”    Ingresso libero

Ass. Naz. di Amicizia Italia-Cuba, Circolo della Tuscia

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ANRA (Agenzia Non Regolarmente Autorizzata) - Polanski  (finalmente) fuori dal carcere. 3 milioni di euro di cauzione  spartiti, come da accordi precedenti, tra mafia bancaria svizzera e USA.
Daltonici, presbiti, mendicanti di vista, giustizialisti e giustizieri della notte, ipocriti e ipocrite, omologati di testa, 'gnoranti...ci auguriamo che Roman Polanski realizzi veramente il film sul carcere, come ha detto di voler fare.
Sara' molto, molto piu' utile della copia di mille riassunti (Bersani, Samuele: Giudizi Universali. Pensandoci bene, potrebbe essere il soprannome - anche - dell'omonimo del PD).

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Riceviamo e pubblichiamo:

- (...) anch'io avevo fatto delle corrispondenze tra PD e la Copia di mille riassunti...ho spedito gia' questo pezzo ad un altro sito web, ma me lo hanno trasformato ed hanno omesso tutte le cose personali. Non mi e' piaciuto. Potete pubblicarlo nella versione integrale? Non e' un gran che e non so scrivere bene, ma sto raccogliendo del materiale sull'emigrazione e potrei mandarvi altro, se vi interessa...Emiliano S.

LA COPIA DI  1000  RIASSUNTI

http://www.youtube.com/watch?v=T1ku4dc4tPE

di Emiliano S.

Quando mio nonno usci’ dal coma erano passati cinque mesi. Nonostante l’eta’ – aveva settant’anni suonati – si riprese benissimo e continuo’ la vita di sempre. Osteria e due pacchetti al giorno. Torno’ all'esistenza degli altri esattamente com'era sempre stato, e cioe’: lucidissimo di testa ed affamato di vita. Era il 1991, a marzo; faceva ancora un gran freddo quando andai a recuperarlo al Policlinico per accompagnarlo a casa mia, dove vive anche adesso; e non ha cambiato abitudini.
Ieri e’ andato in tabaccheria; gli hanno venduto un pacchetto con la scritta: “il fumo rende impotenti”. E’ rientrato nel negozio come una furia: “Aoh, ma non ce l’avete quello che fa veni’ er cancro?”.
Ecco, questo per spiegare il soggetto. Cosi’, se vi capitera’ di imbattervi in un vecchietto stralunato e blu, in giro per Roma, saprete che non si tratta del Grande Puffo e che non sono arrivati gli alieni. (Il viagra, comunque, lo misero in commercio nel 1998, ma non fa niente, prima non ne aveva bisogno).
In quel marzo ancora freddissimo del 1991, io - rabbrividendo - cercavo di fargli indossare un cappotto pesante, ma lui insisteva a dire che il freddo lo irrobustiva e gli faceva bene, e che quello che voleva era incontrarsi subito con i compagni del partito, per rimediare alla tragedia della svolta della Bolognina. Eravamo a Roma e non nella Germania dell’Est, ma mi trovai in una situazione che, per certi versi, ricorda quella che ho visto, anni dopo, al Cineforum, in “Good Bye Lenin”. Come dire? Cosa dire? Come dire l’ultima Cosa?
Aveva gia’ mal sopportato la caduta del muro di Berlino (12 novembre 1989) ed era stato allontanato dalla sezione della Bolognina per aver tentato di azzannare Occhetto insieme ad altri ex partigiani quando l’allora leader del PCI, annuncio’, solo tre giorni dopo l’assalto alla Porta di Brandeburgo, i “grandi cambiamenti” che avrebbero portato alla nascita di un fantomatico “nuovo” partito della sinistra italiana.
Piu’ tardi, nonno Enzo si oppose al superamento del PCI, ma non si associo’ ne’ a Rifondazione ne’ ai Comunisti italiani. Non fu mai con Ingrao, ne’ con Natta ne’ con altri dirigenti che promossero mozioni contro la svolta. Lui, a solo sentir parlare di “nuovo corso politico”, diventava verde e feroce. Una vita da partigiano, da operaio senza specializzazione emigrato in Svizzera, da disoccupato in Italia. Da povero, sempre. Perche’, quello che guadagnava, lo aveva distribuito equamente tra me, perche’ potessi continuare gli studi, il Casino’ di Lugano, perche’ ci si divertiva, e un casino gestito da una certa Erika della quale si era poi innamorato prima di accorgersi che lei non lo ricambiava.
Gran bevitore e fortissimo bestemmiatore, quando la nuova formazione politica democratica venne aperta anche a repubblicani e socialdemocratici, tento’ di affogarsi in una vasca da bagno riempita di bevande alcooliche. Quando apprese che il nuovo partito restava aperto ai laici, ma lo era adesso anche ai cattolici, aggredi’ in strada un prete che se ne andava tranquillo per i fatti suoi con un “porco qui” e un “porco la’”. Per salvarlo dalla polizia, che il sacerdote strillo’ subito di voler chiamare, dovetti farlo correre e poi nasconderlo dentro un portone.
Quando sapra’ che, dell'ennesima Cosa, avrebbero fatto parte anche gli Europeisti e i socialdemocratici europei ando’ a recuperare la sua vecchia carabina di partigiano. Dilapido’ in solventi la pensione di suo fratello - che riscuoteva abusivamente, essendo l'altro mio zio deceduto da parecchi anni - , si fece l’antitetanica per essersi massacrato cercando di liberare l'arma, a mano, dall’ossido del tempo. Ma non ci fu nulla da fare: era arrugginita, inservibile per sempre. Insomma, mio nonno sopporto’ male il XIX Congresso straordinario del PCI nel 1990, a Bologna, ma era “altrove” per il XX, quello di Rimini, a febbraio del 1991, l’ultimo del PCI, con il quale fu fondato il PDS, e il vecchio simbolo con la falce e il martello rimase, quasi uno scarabocchio, piccolo piccolo, ai piedi di un qualche tipo di Quercia.
La
Cosa 1, di Occhetto e poi D’alema, abbandono’ ogni tradizione comunista per intraprendere un dialogo con le forze socialiste della “sinistra” europea e italiana.
Piu’ tardi, nel 1998 (guida, sempre D’Alema) spari’ anche il PDS e nacque la Cosa 2: i DS, in cui si fusero definitivamente una quantita’ di movimenti della “sinistra” in “gioioso” bordello multicolore. Spari’ la falce e spari’ pure il martello, sostituiti da una rosa rossa, in combutta con la socialdemocrazia europea (simbolo: rosa rossa) e accanto la sigla PSE, scritta poi, per esteso: “P a r t i t o  d e l  S o c i a l i s m o  E u r o p e o”. Ogni riferimento al vecchio PCI cadde in prescrizione, come i cento e piu’reati - finanziamenti illeciti e non solo - da cui furono  prosciolti i dirigenti del vecchio PCI, salvati da Tangentopoli.
Oggi siamo alla Cosa 3 (il PD), ma il “nuovo” corso, la nuova formazione politica papocchio-democratica, copia di mille riassunti, non riguardo’ mai piu’ mio nonno, che l’apertura ai moderati non sa proprio che sia. Né ha mai pensato a possibili riforme e della democrazia se ne sbatte (anche del centralismo democratico, se è per questo).

A liberarmi dall’imbarazzo sul come dire la Cosa del 1991 ci penso’ per me un manifesto gigante appeso sulla strada di casa, in via Prenestina. Nonno Enzo lo vide ed esclamo’: “Ah, bene, il PCI ha aperto una sezione in campagna! Me ne rallegro! ”.
Be’, per la verita’, ci volle qualche giorno perche’ tornasse proprio “in sentimenti”.