osteria calcutta

MAGGIO 2010
Lasciamo la campagna

e lasciamo Roma

http://www.youtube.com/watch?v=3PJCb9BzJyQ


C'è dentro una lunga storia. Di qui è passato il mondo.

L'Osteria a Calcutta è, al momento, dislocata in più luoghi. Paolo si trova in India; Federico a Parigi, Patty e Wanda in Grecia. Parecchi di noi sono in Italia e continuano a portare avanti i nostri programmi. Siamo lieti di essere riusciti a realizzare un collegamento stabile con la “RITMO”, con la cooperativa “LE BRIOCHES” di Catania, il gruppo di Napoli - dove è posizionata attualmente la redazione del web - e la scuola di strada “Poi siamo tutti belli”, di Ladispoli. Man mano, riprenderemo tutti a scrivere qui. Inizio io.

Gli inquilini fanno la storia

di Bea Pecci 

La storia di certe esistenze e di certe case è così tanto intrecciata con le vicende storiche e con quelle attuali da divenire emblematica. Un rispetto profondissimo mi impedisce di parlare dei sentimenti che questi luoghi contengono. Dirò qualcosa invece su alcuni degli ultimi "inquilini" (ultimi in ordine di tempo) che si sono trovati ad abitarli, per periodi lunghi o brevi, condividendo l'esperienza umana di un'Anima e di un'Associazione che sicuramente si è sempre identificata con lei, punto di aggregazione per compagni di  lotta e di avventura, ritrovo per tantissimi, centro di una miriade di iniziative, animate da un solo, immenso, condiviso sogno. 
Ho ascoltato tante testimonianze, le mescolo, insieme a qualche foto, cambiando i nomi (tanto, si riconosceranno tutti). 

       

Di qui è transitato Sergio, per un paio di mesi, durante un passaggio in Italia. L'aveva conosciuta molti anni prima, a Roma. Nel 1999, a un convegno (c’era anche Alberto Castagnola, l'unico economista - o quasi - non liberista che si trovasse all'epoca su piazza). Era la primavera precedente la battaglia di Seattle, di novembre.
 “Il modo col quale aveva liquidato l’economista della Banca Mondiale era diventato leggenda negli ambienti della cooperazione e il suo saggio “Etica ed economia: il punto di vista delle donne” aveva fatto epoca. Doveva parlare di quello. Arrivò con una puntualità che mi sorprese perché, per qualche sciocco motivo, pensi sempre che certe persone siano necessariamente disordinate e non rispettino orari. Era ordinatissima invece, per ciò che le interessava, e non le piaceva che altri fossero costretti ad aspettarla; lo considerava una forma di snobismo, di poco rispetto. Salutò, si sedette al tavolo degli oratori e ci piazzò un cartello di medie dimensioni. C’era scritto: “Circolano le merci, non circola la popolazione. E’ la globalizzazione!”. Al suo turno, parlò di tutt’altro rispetto al tema sul quale era stata invitata a riferire. Però, poi, rispose a tutte le domande. Era timida e sempre un po' a disagio - questo lo capii in seguito -, non le piaceva parlare in pubblico, preferiva lasciare la parola agli altri. Guardava spesso sua figlia, un angelo tra le prime file, percepivo tra loro una complicità sotterranea. Non esistendo all'epoca lo “stile Impero” perché “Impero” non era stato ancora pubblicato - doveva averne avuto visione ante litteram e non amava nulla che fosse “in stile” -, lo rileggeva da anarchica, cioè: completamente a modo suo. Per lei, la globalizzazione, era l’ennesima forma di dominio che il grande capitale internazionale si era dato per tentare la sopravvivenza dell’economia liberista e risolvere l’inevitabile crisi a venire, sistemica sì, ma così generalizzata per l’interdipendenza di tutti gli stati e i mercati tra di loro da non poter essere analizzata con le categorie del marxismo o - peggio - del leninismo (del resto, anarchica, non gliene interessava; le interessavano i destini del mondo e delle persone che, per quella strada, non avevano risolto nulla).  
“Io sono Andrea, ero lì con Sergio, quel pomeriggio e, anni dopo, mi ritrovai in India con l'Associazione. La sentii dire che “L’Impero non se l’erano inventato gli americani, che, dopo avere inventato sé stessi a suon di massacri di altri popoli, politicamente parlando, avevano esaurito la creatività, ripetevano i soliti sfracelli e rubavano da tutte le parti”. Gli Usa, indebitati oltre l’inverosimile, non rappresentavano il centro del nuovo impero. Avrebbero tentato ancora di governare il mondo, continuando ad uccidere per mano degli stati, nell'illusione di ridare fiato ad economie alla rotta, ma invano. La testa del meccanismo si trovava infatti in una fitta trama di intrecci mafiosi internazionali: grande finanza, poteri politici e poteri occulti, speculatori varii (anche organizzati in enormi assembramenti per il controllo dei flussi finanziari mondiali e del traffico di droga e arm, che comprendeva lo scatenamento di guerre a più livelli e la non volontà di dare soluzione a conflitti ormai ultradecennali). L'intero meccanismo sarebbe andato in crisi per differenti ordini di ragioni
Da un lato
l’economia capitalistica nascondeva ormai, sotto i simboli monetari, solo grandezze virtuali (Sotto il vestito, niente, mai titolo fu più rappresentativo!). Il capitalismo era una follia che reggeva su immaterialità, astrazioni monetarie e paradossi, su un sistema simbolico sempre più distante dalle esigenze reali delle persone. Ci mostrò alcune tabelle che lo dimostravano in crisi almeno dal ’73; stava ristrutturandosi per sopravvivere ed estrarre nuovi profitti attraverso quest’idea “globale”. Deregolamentando i movimenti di merci e di denaro, “con la complicità di tutti gli stati”, si favorivano le gigantesche compagnie transnazionali, rendendo possibili lo sviluppo di mercati e movimenti internazionali di capitali, le catene internazionali di produzione”.
Dall'altro lato, questo sistema sarebbe crollato perchè i differenti stati-nazione erano in via d’estinzione peggio dei panda - e senza protezione del WWF -, dal momento che, proprio la globalizzazione, travolgendone le frontiere, aveva favorito il trasferimento della sovranità ad un Impero dove soggetti multinazionali capitalistici, per poter gestire a livello globale i flussi di materie prime, merci, capitale e persone, inescavano una spirale di violenza sempre più massiccia, rendendo esuberi così tante persone da rendere la situazione insostenibile. Le moltitudini emergenti non erano però le middle classes che sarebbero state buttate in strada da un progressivo immiserimento. Né le organizzazioni no-profit. Erano la miriade dei sottoproletari del mondo, esseri umani reali, senza casa o lavoro, sbattuti da una parte all’altra, emigrati, respinti, imprigionati, destinati a incontrarsi e a crescere, per numero e consapevolezza di sè “...i soli soggetti sociali in grado di costruire un’alternativa a un Impero che strappa via al pianeta il massimo possibile delle risorse e la vita stessa”. Quindi, così come un problema genera sempre la propria soluzione, e il difficile sta nell'individuarla, allo stesso modo, l'Impero, nel suo essere un'entità criminale, aveva necessariamente già inscritto in sè chi lo avrebbe disintegrato. Non parlava di democrazia globale, ma di anarchia realizzata. Non parlava di operai e proletariato, ma soprattutto di sottoproletariato. A fronte di un capitalismo alla rotta, una classe dislocata, atomizzata, con lavoratori di differenti paesi che si cercava di mettere in concorrenza tra loro, non solo non si estingueva, ma aumentava a livelli vertiginosi senza perdere la propria identità, anzi, arricchendosi nella conoscenza reciproca. Vedeva troppi riformisti, borghesi e infiltrati di estrema destra nel movimento che allora si definiva antiglobal, che in realtà operavano per rinforzare pregiudizi e culture nazionalistiche autoritarie. In troppi parlavano di “sovranità” e “nazionalita” mentre le frontiere si aprivano per le merci e per i ricchi imprenditori, non per gli esuberi del mondo. “Emigrazione a denominazione ad origine controllata” (disse proprio così). Credeva nella salvaguardia di tutte le specificità locali. Odiava lo Stato, qualunque stato, incitava a restarne fuori e combatterlo. Rifiutava in totale l’idea di una coalizione antiglobal formata da destra e da sinistra, e la vecchia e noiosissima leggenda, sempre appartenuta alla destra, per cui sarebbe possibile superare entrambi gli schieramenti. Ma questi termini non le interessavano, così come non le interessava il Parlamento. Le stava a cuore, invece, la nuova possibilità di organizzarsi in libere associazioni che avrebbero potuto estendersi all’infinito, creando coalizioni internazionali tra i più poveri, in tutti i luoghi del mondo, dando vita a lotte ed azioni autogestite. Era stata tanti anni in India e aveva una straordinaria fiducia nella coscienza libertaria e anticapitalista e nella capacità dei popoli di autorganizzarsi e crescere attraverso la lotta, fuori e contro lo stato e il capitale. Era fondamentale non entrare mai nel sistema, “l’ingranaggio che stritola”. Non essere parte di questo stato di cose (nè di alcuno stato). “Gli stati sono sempre stati competitors nella morte altrui, per il bisogno dei varii capitalismi in conflitto di sterminare popoli accordandosi sottobanco per ridistribuirsi poteri, territori, risorse (Ragion di Stati). E, il patriottismo, è soltanto egoismo di massa”. Ovviamente contraria a qualunque intervento statalista, non considerava le nazionalizzazioni un'alternativa alle privatizzazioni. Come aveva appena scritto su un periodico anarchico, era a favore di tutto ciò che promuovesse l’autogestione. Non bastava difendersi, un mondo nuovo lo si doveva conquistare; era privo di senso appellarsi ad organismi internazionali - formati da stati -, ad esiti elettorali o a governi. Men che meno alla giustizia borghese. Vedeva aprirsi uno spiraglio in cui potevano inserirsi azioni decise da assemblee, senza deleghe. Innescare detonatori, non future generiche conflittualità. Partendo da sé stessi e poi, via, via…riscoprendosi in prospettiva sociale, unendo le energie contro ogni tipo di potere. Tra scenari da brivido e in un pianeta aggredito. Attenti alle cartine geografiche. Quando parlò di desiderio, coraggio, passione, allegria e certezza di vittoria, la vidi, l'Idea che non può morire. E vidi quello che sognava lei. Forse allora non mi trovavo d’accordo su tutto – oggi lo sono -, ma sentii che l’avrei seguita fino alla fine. Come ho fatto e farò”.

Alt! C'è l'Adige!

                      

Klaus. Veniva dal sud Tirolo, da un piccolo paese ricco in mezzo alle montagne. Parlava esclusivamente tedesco e il suo idolo contemporaneo era Gerhard Plankensteiner, l'atleta dell'Alto Adige che, medaglia di bronzo ai XX Giochi Olimpici invernali di Torino, nel 2006, non cantò l'inno di Mameli dichiarando di non conoscerlo. Cercò in seguito di ritrattare, affermando che conosceva l'inno sotto un altro nome, ma Gerhard era un amico suo e Klaus giurò che la ragione era un'altra e la provocazione era consapevole. Klaus era un giovane medico, a Roma per la specializzazione in ortopedia (un promettente futuro di gessi, bende e imbalsamature per “italiani che credono di saper sciare, ma non lo sanno fare per nulla”). Era qui perchèStudieren und billiger in Italien” – o qualcosa del genere -; lei tradusse: “E’ qui perché, in Italia, studiare costa meno”. Klaus stava sempre fuori e, quando rincasava, scambiava quattro chiacchiere e correva a rintanarsi in camera sua. Ma, alla vigilia dell’esame finale, le chiese – vergognandosi – di risentirle la relazione che aveva preparato e che doveva essere obbligatoriamente tradotta in una lingua che lui non conosceva per nulla. Alla faccia del bilinguismo obbligatorio di quelle zone. Impiegarono quasi tutta la notte a tradurre in italiano un'intera tesi universitaria in modo appena appena accettabile. Fu un'impresa: tutti termini tecnici e schermate con grafici che solamente un medico può interpretare. Ma ci riuscirono. Nessuno qui concordava sulla necessità di preferire uno stato a un altro, lei disse solo che non vedeva ragioni per le quali, se una persona vuole sentirsi austriaca (e ci si sente e lo è, nei fatti, dai capelli, alla pelle, alle proprie tradizioni), non debba avere il diritto di esserlo. 

La grande depressione 2 (ciak: si gira!)

                   

John era italo-canadese. Figlio di immigrati. Faceva il brooker, la pasta frolla e il pane, dividendosi le giornate tra i fornelli e il computer. Chi abitava lì lo capiva subito che, nell’affitto della stanza, era incluso il privilegio di acquistare e di preparare i pasti e John era un ottimo cuoco. Era discreto, gentile, premuroso. Aveva mille piccole attenzioni, come lasciarle pronto il caffè, al risveglio, insieme a un cioccolatino o a un fiore. John però era anche un truffatore. Aveva fatto comprare azioni della Lemon Brothers a tutto il suo pacchetto clienti, per tentare un grosso colpo insieme a un amico suo, italiano, che si eclissò all'ultimo. Saltò per aria per questa cosa.
“Così venni a sapere alcuni retroscena e che quel crack era stato preparato (così come il default greco di questi giorni?). John lo sapeva da tempo, ma sperava di tirarne fuori un malloppo imbrogliando un bel po’ di persone. Dovette invece fuggirsene da qualche parte, inseguito dai creditori”. 

                                          Maestà, non c'è pane. E allora dategli le brioches

              

Tonino ricorda quando venne al bar sotto casa, a pagargli in anticipo la colazione per una settimana per due inquilini che le piacevano tanto. Gianni e Valeria.
“Erano il figlio di un portiere della zona insieme alla sua ragazza di Cosenza. Si erano conosciuti chattando in Internet e lui aveva finito col trasferirsi. I genitori ne soffrivano molto. Per Natale, li avevano invitati ma, vivendo in un appartamento con un’unica stanza, avevano bisogno di un posto dove accomodarli. Lei non voleva soldi, ma dovette cedere almeno su un regalo perchè si trovò davanti un padre che ne faceva una questione di principio: voleva sentirsi in grado di pagarsi la possibilità di avere accanto suo figlio per alcuni giorni. Cercò di fargli intendere che non sono i soldi a qualificarti, ma non ci fu verso di convincerlo. Allora venne giù, e si raccomandò che le brioches fossero le migliori che avessi mai preparato. La rassicurai e scherzammo un po’ sulla rivoluzione francese. Le dissi che il centralismo burocratico si affermò proprio con la rivoluzione della borghesia. Era d’accordo. Mi parlò della Comune e di Bakunin sulle barricate di Dresda, a metà dell’800. Io volevo saperne di più, lei mi regalò un libro: “Il pranzo di Babette” e mi disse: “Il di più sta qui dentro”. 

                                               O si è un'opera d'arte o la si indossa (Oscar Wilde)

    

Fu poi la volta di Aldo, un pittore tanto bravo da non riuscire a vendere neanche un quadro. Era un artista, aveva abbandonato una famiglia “bene” di Roma perché non poteva accettare quel modo di pensare stantio. E la famiglia non accettava il suo mondo di poesia e sogni. Non lo capiva. Si sentiva un essere umano libero in un mondo di prigionieri. Si poteva discorrere per ore di un disegno, di una crepa nel muro o di una foto trovata accanto a un cassonetto. Di una nuvola. Di artisti che erano diventati famosi dopo un lungo periodo di incomprensioni. E di Boetti, che il top lo raggiunse veramente soltanto quando potè doppiarsi in due persone. A lei però piacevano soprattutto i lavori che Alighiero faceva realizzare in Afghanistan, con quelle parole dentro. Se ne era venduto uno - con dedica - per pagare la bolletta della luce, in anni lontani ed altrettanto poveri. Cose che capitano. Solo i borghesi si ricordano dei soldi che hanno perso, per questo o quel motivo, perchè non hanno altro. Giusto. Le scrisse un sms, tempo dopo: A volte stellate mi vieni dentro l'anima e la mente bella quasi come quella del Grande Creatore...e provo stima e grande riconoscenza per l'ospitalità che ho ricevuto presso di te e la tua casa bella. Grazie ancora. Spero di riicontrarti presto. Ciao, da pictore. Aldo comunque non fu l'unico "inquilino" che ebbe l'impressione di avere ricevuto lì qualcosa di prezioso, ma non è possibile trascrivere tutte le e-mails e nemmeno il dispiacere di tanti nell'andar via. 
Sì, io me lo ricordo, Aldo. Uscivano insieme, ogni tanto. Una volta vennero qui, al campo, e parlammo a lungo. Noi Rom, per i Rumeni, siamo come i paria nel sistema castale dell'India. E dobbiamo sempre difenderci da tutti. Erano d’accordo con me, che sono anziana e vedo i miei figli desiderare di integrarsi in una società che non ci appartiene e staccarsi ogni giorno di più dalla nostra storia per entrare in una cultura che ci è estranea. Fui contenta di parlare con loro, erano dei gagé, ma non sembrava proprio. Lei l'ho rivista tantissime altre volte e ci ha aiutato tanto. Ci ha fatto anche un favore molto grande che l'ha resa nostra sorella”. 

                                                                            Messico e nuvole

       

Io sono entrato in quella casa fantastica soltanto qualche mese fa. E, fantastica”, lo dico veramente. Guardavi, da dietro un vetro, la sorpresina di un ovetto di cioccolata che le era cara molto, molto di più del tallero d'argento su cui posava. La prima copia del Cristo si è fermato ad Eboli, con dedica di Carlo Levi. Le foto che ritraevano, su quello stesso divano dove m'ero seduto io, il mondo che passava. Ricordo le tantissime immagini di Alice, sorridente a ogni angolo, incisa anche sullo stipite di una porta - l'unica che ci fosse - dove, per anni, le era stata controllata l'altezza utilizzando una cartolina. In quella camera, dove era stato cambiato il minimo possibile, c’era Ramon. Vent'anni. Una foto di Alda Merini sopra la testata del letto. Il sogno dell'Africa, di aiutare i bambini di un continente devastato, piegato in quattro in un ritaglio di giornale custodito con cura dentro un libro. Tenero, poetico, incasinato. Non si può non volergli bene. Oltre a parlarle delle problematiche legate ad un'identità di genere non ancora stabilita, raccontava i dettagli di come funziona il muro della morte messicano e di quanti ne muoiano, ogni anno, per cercare di oltrepassarlo. Di come sia stato rinforzato ed ampliato, proprio recentemente. Ramon studia letteratura italiana all’Università Americana, ma non è uno yankee. Abita in California, ma la sua famiglia è messicana e lui è di pelle scura. Seconda generazione di immigrati. I suoi devono lavorare duro per vivere. Lavori semplici, prima curavano le piante e i giardini, ora c'è crisi e il  padre è diventato muratore. Odiano la riforma sanitaria di Obama perchè, a differenza di prima, le farmacie non ti vendono più le medicine, se non hai l'assicurazione obbligatoria, e devi essere in regola per averla. Un’altra cosa gli preme sopra il cuore. Gli Stati Uniti “prestano” 40.000 dollari all'anno per chi decide di intraprendere gli studi superiori in un paese straniero e, quando hai finito e ti danno la graduation, te li richiedono indietro. Hai 6 mesi di tempo per cominciare a restituirli, co un aggravio da strozzo, a tremila dollari al mese. Devi allora trovarti un lavoro molto ben remunerato. I suoi compagni di Università sono tutti ricchi, figli di diplomatici, di questo o quello. Problemi non ne hanno. Lui, invece, è il primo nella storia della sua famiglia ad avere scelto di studiare. Si troverà nei guai”.
“Se non riesci a restituire la prima quota dopo sei mesi, te ne concedono altri sei per iniziare a pagare. Ma, se non riesci ancora, o se paghi una volta e poi salti un mese, ti obbligano ad andare in Afghanistan. O in Iraq. Decidono loro. Altri messicani o immigrati negli Stati Uniti li adescano direttamente per strada allettandoli con la promessa della cittadinanza o di un lavoro futuro, dopo e secondo quanti hai massacrato per loro. Sempre se torni vivo”.


(Alighiero e Boetti, 16.12.'40 - 24.4.'94)

Solo una nota
“Tra secessionisti, proletari, truffatori, artisti e tanti altri che non sono citati, compresi quelli - quasi tutti - che se ne innamorarono senza alcuna fortuna e quelli che - tutti - furono coinvolti in differenti modi nelle vicende dell'Associazione, non ce ne fu uno, tra gli inquilini, che, a parte me che sono stato dichiarato infermo di mente, riuscì a comprendere quanto tenesse l'Anima con i denti. Capita che la tua leggenda ti superi e di non essere visti nella propria realtà. E' un pò come quando l'aggettivo qualificativo precede il nome proprio. L'aggettivo può anche essere gratificante, ma...  ... ...” Michele (al momento poco disponibile a relazionarsi col mondo).
http://www.youtube.com/watch?v=-uGGLOyEWjg

Lo so, mi sono lasciata prendere la mano, parlando di tante cose. Pubblichiamo lo stesso. Bea

La casa è in vendita (come quella in campagna). 

Chi fosse interessato, può scrivere a: osteriacalcutta@libero.it

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Riprendiamo una nostra usanza. Vi diamo un titolo e pubblicheremo una risposta, non necessariamente la più logica, ma quella che ci senbrerà offrire a tutti stimoli più creativi.

Riceviamo e pubblichiamo:

Esiste un rapporto  tra crisi greca e influenza suina?
di Laura  Tagli

Secondo me, sì. Innanzitutto c’è la scontata, banale  considerazione che i paesi dell’UE con le economie più disastrate sono definiti con l’acronimo dispregiativo PIGS – maiali - (o PIIGS, comprendendo anche l’Italia), dai giornali economici soprattutto inglesi. Entrambe (influenza suina e crisi greca) sono state fabbricate dagli stessi che producevano l’antibiotico. Nel caso dell’influenza suina non ci sono stati caduti, a parte qualche vecchietto inciampato in strada mentre correva terrorizzato dal medico della mutua – e che comunque va messo in conto -, perché quell’infezione non esisteva proprio e nessuno è stato contagiato. Abbiamo visto in televisione messicani che, a pagamento, si mettevano un fazzoletto sopra la bocca, o una mascherina appositamente fornita, giusto il tempo di passare alla svelta e dietro compenso davanti alle telecamere della BBC e di altre reti internazionali (sistema mille volte sperimentato, ad esempio nell’Afghanistan “liberato” dove le donne sollevavano il velo integrale davanti alle telecamere e se lo rimettevano dopo il passaggio). Dalla “suina” si sono ricavati: qualche po’ di dieci centesimi di pesos a città del Messico, persone spaventate a morte nel mondo e un cumulo di profitti per la Sanofi Aventis (e derivate), la casa farmaceutica che aveva già prodotto il vaccino. 

Nella crisi greca, dove il default esiste, abbiamo visto un parlamento assediato, scontri, persone carbonizzate ad Atene e altre che moriranno per indigenza, (condizione che provoca, tra l’altro, anche l’impossibilità di curarsi). 
E c’è il problema-contagio. 
Dicono che, se gli antibiotici non fossero stati distribuiti da FMI e UE, i paesi dell’euro, primi
quelli con le economie messe peggio, e cioè i PIIGS: Spagna, Portogallo, Irlanda e l’Italia - che ha il più alto rapporto tra debito pubblico e PIL, superiore a quello della Grecia -,  che campano alla giornata con mezzucci inventati là per là, avrebbero avuto tali ripercussioni finanziarie da sprofondare anche loro nel baratro del fallimento. Il contagio avrebbe finito col coinvolgere tutte le economie d’Europa. A leggere i bugiardini dei farmaci previsti dal piano sanitario antibiotico di FMI e UE per ottenere un prestito di miliardi di euro in 3 anni, le controindicazioni della cura chiesta alla Grecia dai grandi predatori finanziari, appaiono però, alle masse popolari, proprio “contro la vita” e molto peggiori del default. Quando il ministro delle finanze greco George Papaconstantinou ha spiegato loro che i salari pubblici sarebbero stati ridotti del 20%, ci sarebbero stati aumento della flessibilità per i privati, riduzioni di indennità di licenziamento e più libertà di licenziare, pensioni ritoccate al ribasso e aumento dell’IVA e delle imposte sui carburanti con conseguente aumento dei prezzi (oltre ai soliti tagli alla spesa pubblica e all’inasprimento fiscale), si sono visti volare metaforici talari con l’allacciatura alta perchè le condizioni per l’aiuto sono tali che non di aiuto si tratta, ma di vera e propria acquisizione della Grecia da parte di altri paesi, che, se non accade nullane decideranno da ora in poi i destini finanziari e non solo. 
Sorge spontanea allora questa domanda: chi ha provocato la crisi del debito greco, e perchè? Intanto, per sanare il deficit del 2010, alla Grecia sarebbero bastati 25 miliardi di euro, fatti lievitare a 750 dall’UE e 250 dal FMI perché chi si vuole salvare realmente sono le banche e i grandi istituti di credito. “Se il mondo fosse una banca lo avrebbero già salvato”, diceva Hugo Chavez, al vertice climatico di Copenhagen del dicembre 2009. Sono corsi tutti. Solo che, lo si sa, è sempre l’ultimo che paga il conto. Cioè, gli ultimi (in tutti i paesi dell'EU, perchè, dove e come li troveranno tutti quei miliardi?). 
Come nel caso della suina, dove si doveva “salvare” case farmaceutiche con medicinali invenduti in scadenza, sempre le masse popolari della Grecia e d’Europa dovranno “salvare” i politici e i predatori della grande finanza dai loro stessi imbrogli e speculazioni sovvenzionando banche ed assicurazioni europee (sono in gioco enormi interessi: solo le banche e assicurazioni francesi e tedesche sono esposte per 78 miliardi di euro con il governo greco). 
UE e FMI dichiarano di essere riusciti ad impedire il crollo dell’euro. Ma questo crollo sarebbe proprio così grave? O è stata un’ennesima folle mossa del grande capitale internazionale? Curarsi da sé, annullare il debito, uscire dall’Eurozona e riconquistare la sovranità monetaria sarebbe tanto disastroso? Come dire: quando fecero quel casino a Parma, dovevamo per forza bere tè all’inglese? Non lo credo, anche se, per curarsi da sè, occorre un cambiamento radicale a livello del governo greco - e non solo, perché alla Grecia, seguiranno comunque i default di altri stati PIIGS dichiarati insolventi -. La crisi del debito del governo greco non esiste da oggi, ma è stata fatta scoppiare ora per coprire il fallimento dell’intero sistema economico e finanziario capitalistico (Inghilterra e Usa, devono rifinanziare un debito di svariate centina di miliardi, il più grave al mondo), che, arrivato al capolinea, cerca di salvare sè stesso con la folle, disperata e inutile  ostinazione a decimare, sterminare, golpizzare, o imporre angherie ad altri popoli. Gli stati cercano di scaricare uno sull’altro gli effetti di una crisi finanziaria e politica per accaparrarsi le ultime risorse e far entrare paesi nella loro orbita di influenza da maiali. Condannando allo sterminio e a nuove forme di schiavitù e dipendenza popoli e paesi. Va cambiato il sistema alla radice, sostituendo all’economia capitalistica un sistema basato su autogestione e partecipazione comune. 
Tra quelli che pensano che, poi, dovranno fare l’antidoping ai mercati e quelli che vogliono l’Europa forte, costi quel che costi (tanto non costa a loro),  mia nonna mi ha sempre ripetuto che i soldi, ammesso che qualcuno abbia 10 euro da risparmiare all’anno, vanno cuciti dentro il materasso.
Insomma: se oggi cercano abbattere il valore dell’euro e attaccano l’Europa per tentare di preservare l’egemonia di un $ che non sarà più valuta di riferimento mondiale, non sarà il caso di restarne fuori? La solita agenzia di ratti Standard & Poor's, ha innescato la crisi declassando a bond spazzatura i titoli di credito emessi dallo Stato greco, portoghese e spagnolo. E si sono mosse le solite lobbyes finanziarie di Wall Street, quelle delle operazioni speculative a cuore aperto come George Soros Soros Fund, John Paulson Paulson & Co, Steven Cohen Sac, David Einhorn Greenlight, Donald Morgan Brigade e Andy Monness Monness Crespi Hardt & Co. Tornano i nomi della Goldman Sachs, della JP Morgan Chase e della McGraw-Hill, oltre alla Commissione Trilaterale e al Bilderberg Group, già riunitisi a maggio a Manhattan e che si incontreranno ancora ai primi di giugno. Ma è un caso di accanimento terapeutico. Alla fine, a differenza della suina, il malato muore comunque (sempre che ci si dia da fare).

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Napoli domanda. Roma risponde:
Qui sembra che tutto il mondo sia diventato una banca. Esco per strada e vado a prendermi una sfogliatella. Lì dove c’era stato da sempre – almeno da vent’anni – un rivenditore di auto, c’è il Banco di Napoli, che quello è normale, ma la signora si è dovuta restringere per fare largo alla filiale che aveva bisogno di più posto. Evvabbuò. Rita, le santarosa, le mette sopra un banchetto, ma sono buone lo stesso e costano molto meno che quelle di via Roma, che lì c’è lo struscio alto. Dovrei andare a faticare, ma non mi va e così giro un pò per questa città così bella che non la vedo quasi mai durante il giorno. Arrivo all’angolo e mi trovo che, proprio dove pascolavo la creatura, non c’è più il parco giochi, ma la Deutshe Bank SpA e, di fronte, dove ci stava la libreria, ci hanno piazzato la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, che poi cosa c’entreranno mai Parma e Piacenza qui, ancora non l’ho capito (vorranno rifare i ducati e sostituirli agli euro?). Vado al mercato e non capisco nemmeno perché, tra le bancarelle di frutta e verdura, adesso spicca, nuova di zecca, l’Unicredit. Evvabbuò che c’è la crisi dei mercati, ma che, devo farmi fare un prestito per due patate? Poi, tanto non me lo fanno perché non tengo niente e sto al nero. Esco, insieme alle due patate. Un ragazzo mi chiede dove si trovi il ciabattino che ripara le scarpe. Facile, lo vedo già da qui: tra la Cassa di Risparmio di Ferrara e la Barclays Bank. In meno di 500 metri si fanno concorrenza e pubblicità la: Che banca! SpA. e la Meliorbanca SpA, che prima stava soltanto a via dei Mille; la solita BNP, un altro Banco di Napoli, il Credito Italiano e la Barclays Bank, oltre a un’ennesima Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza. Comincio a sentirmi veramente assediata e, quando l’impiegato dell’Unicredit che adesso sta al Credito Emiliano, che ha occupato il basso di Nazareno, mi riconosce e mi saluta – ci facevo le pulizie, tempo fa -, mi sale su un senso di oppressione. Questa città sta subendo un mutamento genetico e si sta trasformando in una banca. Mi sento come un impiegato giapponese che vive in una cuccetta incorporata nel suo ufficio cambi. Da voi, succede lo stesso? Lucia

Sì, Lucia. Succede la stessa cosa anche qui. Pensa che, sotto casa mia, c’era un giardino incolto dove tutto il quartiere prendeva le albicocche e i fichi, perché era uno dei pochi campi non recintati di questa zona. I ragazzini si arrampicavano sugli alberi per afferrare i frutti e le mamme stavano sotto, golose e allegre, con la busta di plastica. Da due anni lo hanno devastato. Hanno cementato tutto. Al posto degli alberi hanno piazzato i bancomat e, proprio nella piccola area centrale, il Credito Cooperativo di Roma promette di trovare soluzioni adeguate a ogni necessità, ma, in modo identico a tutti gli altri istituti di credito, presta soldi soltanto a chi ce li ha già. Lavora con la BCE, capirai…E’ solo un esempio, ma sono costretta a vedermelo dalle finestre tutte le mattine. Poi, se devo dare un’indicazione per un qualunque luogo, per farmi capire mi chiedono di fornirgli l’itinerario di banca in banca. Tipo: “Qui ci troviamo accanto alla Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, fai dieci passi e gira all’angolo della  Deutsche, poi fanne altri dieci e mezzo, traversa la strada dove c’è la BNL, lì imbocca la traversa di fronte e ti trovi subito la Banca Popolare di Milano, la oltrepassi e, nel punto esatto dove c’è il Credito Cooperativo - tra  la Fideuram e il Banco di Roma -, c’è un vicolo. Lo imbocchi. In fondo intravedi il Monte dei Paschi ma, prima di arrivarci ci sono un’altra Deutsche e la Banca del Fucino. In mezzo c’è la posta, dove i pensionati fanno la fila. Accanto, se esiste ancora, c’è l'armeria dove si riforniscono le guardie giurate e i cacciatori di ventura. Occhio, che se ti vedono ti fanno il tiro al bersaglio”.
Lucia, almeno voi avete ‘o mare!!! Laura

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 da non perdere:
 Domenica 30 maggio
Corso di Socioanalisi narrativa
            


Presso L’Associazione culturale Horti Lamiani in via Giolitti 163, Roma

Il compito formativo di questo corso di Analisi istituzionale e Socioanalisi narrativa è quello di fornire ai partecipanti alcune chiavi per “entrare” nell’esperienza dei loro vissuti istituzionali quotidiani e visitarla in gruppo e con distacco. Scopo dell’analisi istituzionale è in breve, quello di liberare la parola sociale, e di fare emergere ciò che resta nascosto dentro una istituzione: la “sofferenza” prodotta nel corso del lavoro, le dinamiche autoritarie, i codici non scritti e però vincolanti, gli obblighi di obbedienza, le pressioni sul gruppo e la pressione del gruppo sulle persone singole. 
Per realizzare questo compito formativo il corso si soffermerà su alcuni dispositivi essenziali dell’analisi istituzionale e della socioanalisi narrativa:

1. L’istituzione e le sue dinamiche relazionali:
La pressione di gruppo nelle dinamiche relazionali. 
Il potere dell’autorità. 
Illustrazione dell’esperimento di Milgram sull’obbedienza all’autorità.

2. Gli operatori relazionali dei processi istituzionali: 
I dispositivi.
La forza dei dispositivi.  
Illustrazione dell’esperimento carcerario di Stanford.

3. Istituzione e narrazione:
La narrazione che l’istituzione fa di sé stessa.
I dispositivi contronarrativi che l’istituzione mette in campo per neutralizzare, scoraggiare e condizionare altre narrazioni al suo interno.
Le narrazioni altre dei diversi attori istituzionali.

4. Narrazione di gruppo e riflessione sulla narrazione:
Le storie come analizzatori sociali. 
Dalle storie narrate all’identificazione dei dispositivi. 
Illustrazione dell’esperienza socioanalitica

5. La socioanalisi come pratica sociale di gruppo perennemente incompiuta e aperta.
Le restituzioni scritte come narrazioni per altri delle pratiche sociali che si stanno svolgendo.
Il diario come narrazione per sé della propria pratica sociale.

Il corso della durata di 6 ore sarà svolto da Renato Curcio e Nicola Valentino.
Orario: 10-13; 14-17.

Il costo per l’iscrizione al corso è di euro 30
Promuovono e organizzano l’iniziativa Antonino Aprea e Roberto Mander.

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Riceviamo e pubblichiamo (ma, con Infopal non abbiamo reciprocità di visione):

NON CI RESTA CHE RIDERE…

(Editoriale Infopal, scritto il 2010-05-06 in News)

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Purtroppo, però:
Mentre da un lato cresce davvero l'antisemitismo e aumentano i negazionisti (tremendo: odio, insulti, falsità), dall'altro, i ripetuti allarmi del Centro di documentazione ebraica lanciati ovunque da Fiamma Nirenstein, presidente della Commissione sull'antisemitismo ("Come ai tempi del nazismo. Contro gli ebrei escalation di violenze") non aiutabo a fare chiarezza.  Ma chi è Fiamma Nirenstein?
Da questi papocchi non si esce facilmente.

Non fa ridere per niente. E' grave. Non basta probabilmente neanche ripetere in continuazione che una cosa è lo stato sionista assassino di Israele e un'altra è il singolo individuo che si trova, per casualità o destino,  a nascere in un paese, all'interno di una certa cultura e di una religione. Non basta neanche il crescente numero di ebrei che, nello stato occupante di Israele, si dissociano pubblicamente dai crimini di un governo sotto il quale si trovano a vivere. Neanche se hanno nomi famosi.
Ma perché non basta?
E’ una lunga storia, con motivi  molteplici e intrecciati tra loro. Ci sono in gioco interessi di varii stati, compresa l’Italia. E c’è un’opposizione  frammentata in tanti gruppi differenti tra loro, dotati di punti di vista non convergenti. Ultimo, ma non ultimo, c’è il fatto che le assolutamente giuste rivendicazioni a favore degli arabi e della Palestina sono da tempo inquinate da vecchi arnesi neonazisti. 
Discutereste voi con Marco Hussein Morelli...la questione palestinese col forum Palestina...? Penso proprio di no. In un immaginario inflazionato da un bombardamento di informazioni su questioni disparate, da posizioni contrastanti anche all’interno della stessa visione generale, unicamente la verità urla e diventa impossibile non ascoltare. 
Forse qualcuno veramente immagina che si potrà liberarsi dopo di tutti gli infiltrati. Auguri.
http://www.youtube.com/watch?v=fQyGBinRB04&feature=related 
Noi non lo pensiamo affatto; la storia, collettiva e personale, insegna. 
Una sola volta abbiamo creduto, in passato, qualcosa di simile riguardo ad una persona, ritenendola in buona fede, toppando alla grandissima. (Ma capiterà ancora, sicuramente). 
Il percorso conta tanto quanto la mèta. Anzi, la definisce proprio. La storia di chi, per tutta la vita, ha combattuto contro le ingiustizie è comunque una storia d'amore verso l'umanità, o meglio, verso quella parte di umanità che subisce da sempre tutto e di più. Ma, a differenza degli indignati etici, che possono permettersi i compromessi, il genere d'amore di cui sto parlando, nasce solo dal fatto che, con certe persone, ci si sta bene, e di altre non si riesce a sopportare la vicinanza. Ancora una volta (ascoltate “in grande”).
http://www.youtube.com/watch?v=5KwmV9KhJ7o

Ma neanche Hamas corrisponde al nostro sentire.
La storia dei movimenti di popolo è piena di contraddizioni? In parte è vero. Cerchiamo di non aggiungerne, anzi, di liberarcene proprio - così come delle ambiguità -, perchè, dalle contraddizioni, non nasce mai nulla di buono. 

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Chiarezza, chiarezza...mi punge vaghezza di te...

A proposito di contraddizioni.
Il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, da un pò, sta organizzando gite turistiche per Roma, ispirate ai quattro elementi della natura. Bene; una cosa interessante. Questa domenica, però, ne farà una alla sinagoga, con annessa discussione sullo questione dello stato di Israele.
Imma Battaglia, storica sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, ha difeso pubblicamente la Polverini dall“attacco” subito in piazza San Giovanni, in occasione del 25 aprile. Lo trovate anche sul suo web:
http://www.digayproject.it/Archivio-notizie/25_aprile.php?c=3199&m=15&l=it
Sconcertante è dire poco. Come se le persone sessualmente diverse dalla maggioranza (si dice così?) non avessero fatto la stessa fine degli ebrei, dei comunisti, degli anarchici etc. etc. etc., al tempo dei campi di sterminio nazisti. 

Chiunque tra voi sia capace di riconoscere, in questa immagine, il comunista, l'anarchico, lo zingaro, il disabile fisico o di mente, l'omosessuale, l'ebreo, la prostituta, il senza fissa dimora, etc. ce lo scriva. Vince un viaggio con soggiorno a Gaza per una settimana, in hotel a 5 stelle, con piscina e sala hobby. Offriamo noi.
(Il concorso è valido, ovviamente, anche per il Mario Mieli e per il  digayproyect, che sono soliti comunicarci le loro iniziative).

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I DIRITTI SI PAGANO CON LA VITA

Napoli, 13 maggio 2010 Mariarca Terracciano muore, ricoverata in rianimazione, dopo 3 giorni di coma profondo e dopo che i suoi colleghi hanno tentato l’impossibile per salvarla. Mariarca, infermiera all’ospedale San Paolo di Napoli, aveva attuato una protesta estrema contro la decisione della Regione Campania di sospendere gli stipendi ai dipendenti della Asl 1. Dal 30 aprile infatti, pur continuando a prestare servizio in ospedale, aveva iniziato, oltre ad uno sciopero della fame, a farsi prelevare 150 ml di sangue al giorno, mandando su youtube le immagini della siringa nel suo braccio per dare al suo gesto la massima risonanza possibile. Lo avrebbe fatto ogni giorno fino alla revoca della decisione. Aveva sospeso i prelievi dopo soli 3 giorni, avendo ricevuto lo stipendio, prima che le avessero apparentemente arrecato danni all’organismo,  Tuttavia, dopo essere svenuta in corsia lo scorso 10 maggio, durante il suo lavoro in ospedale, Mariarca si è sentita male, è svenuta e poi è entrata in coma. 
La morte è stata prontamente attribuita ad “
arresto cardiocircolatorio”, espressione che non significa assolutamente nulla dal momento che a nessuna persona deceduta funzionano cuore e sistema circolatorio. Il solito modo per dire: “Non si sa; le cause del decesso non sono chiare” o per lavarsene le mani. Se ne lava le mani anche il prof. Mario Santangelo, docente di chirurgia generale, esperto in trapianti di organi e assessore regionale alla Sanità fino alle ultime elezioni, escludendo che il prelievo di tale quantità di sangue abbia potuto procurarle la morte e sottolineando che: “…occorre evitare strumentalizzazioni e collegamenti azzardati”. I colleghi di Mariarca la vedono in modo differente, ritenendo che i prelievi, insieme alla rabbia, all’ansia, allo stress dei giorni precedenti, abbiano contribuito a minare la salute di una donna coraggiosa, di 45 anni, madre di due figli di 10 e 4 anni. Per decisione del marito, i suoi organi sono stati donati. 
Qualcuno ha scritto: “
Mariarca ora è Napoli”. E’ sempre stato così. Qui, i diritti, li paghi con la vita. E non soltanto qui. A febbraio 2010, solo per un esempio, un operaio di Bergamo di 35 anni è morto dopo meno di 24 ore di ricovero al Centro grandi ustionati di Verona dove era arrivato già in fin di vita, con ustioni per oltre il 95% del corpo. Si era rovesciato addosso una tanica di benzina e si era dato fuoco, dopo aver perso il lavoro a causa del fallimento della ditta di Zingonia in cui era impiegato. Poi ne sono seguiti altri, moltissimi, tra quelli apparsi sui giornali e quelli sottaciuti. 
Di lavoro si muore. Per mancanza di lavoro si muore. Per lavori non tutelati si muore. Per l'alienazione indotta dal lavoro si muore. Morte e lavoro sono, comunque, un binomio indissolubile.
Nel caso di Mariarca, resta la domanda più inquietante di tutte: “Come è stato possibile che un presidio ospedaliero permettesse a una donna si arrivare svenarsi fino alla morte senza cercare di impedirglielo?”.
Lo stipendio è un diritto, ho lavorato e pretendo i miei soldi. Può sembrare folle, ma voglio dimostrare che stanno giocando sulla pelle e sul sangue di tutti. Vedere il sangue, che è vita, rende evidenti le difficoltà nostre e degli ammalati”.
Il video di Mariarca http://www.youtube.com/watch?v=vJaIaRmuwNI

giorni fa il suo nome era apparsa sui giornali per una suprema forma di protesta: per contestare la decisione della Regione Campania di sospendere la corresponsione degli stipendi ai dipendenti della Asl 1, aveva cominciato a togliersi 150 ml di sangue al giorno, minacciando di farlo ogni giorno finchè la decisione non fosse stata revocata. Sciopero che era stato sospeso dopo soli tre giorni, prima che le fosse arrecato qualche danno all'organismo.
Ma lo scorso 10 maggio, durante...
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Eppur si muove...
(chiudamo il web del sabato con una notizia non eclatante, ma certo  un pò più ....)

Riceviamo e pubblichiamo:

ROMA Contestati  Sansonetti e “Gli altri”
Ieri sera, un nutrito gruppo di compagni  e compagne hanno contestato a Roma Sansonetti e il suo giornale: “Gli altri”, che avevano appoggiato la marcetta del Blocco Studentesco del 7 maggio arrivando a promuovere una raccolta di firme in nome della libertà di espressione (!!!). 
La redazione de: “Gli altri” - a questo punto, veramente altro da noi - era impegnata nei festeggiamenti per il suo primo anno di vita con un ospite veramente d'onore, nientemeno che la neo-governatrice del Lazio Renata Polverini. La voce era trapelata e l'intenzione era quella di cogliere l'occasione per un plateale smascheramento e per chiedere a Sansonetti e ai suoi cosa ci fosse da festeggiare, dopo un anno in cui - coprendosi a sinistra con l'utilizzo strumentale di antifascisti e militanti veri - a nessuno sono sfuggiti il trasformismo e la comunanza, quando non complicità con i fascisti del Terzo millennio. Festa rovinata. Polverini immediatamente in fuga. La deputata del PD Paola Concia, già nota per la sua visita a Casa Pound, ha intonato un patetico “Bella ciao” e una serie di risibili provocazioni. La rabbia è aumentata e i sorrisi si sono tramutati in vergogna. Il re è nudo. Volevate ridere e festeggiare. Ma il vostro brindisi è stato amaro. Sarà la nostra risata che vi seppellirà. E chi brinda coi fascisti se strozza!”.
Antifascisti e antifasciste di Roma

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diciotto maggio del duemiladieci

Avvertimento

Non portate nel cosmo i burloni,
non ve lo consiglio.

Quattordici pianeti morti,
qualche cometa, due stelle,
e già durante il viaggio per la terza
i burloni cambieranno d'umore.

Il cosmo è quel che è,
ossia perfetto.
E i burloni mai glielo perdoneranno.

Nulla li farà gioire:
non il tempo - giacchè troppo eterno,
non la bellezza - giacchè senza pecche,
non la gravità - giacchè non si lascia volgere in scherzo.
Tutti saranno ammirati,
loro sbadiglieranno.

Sulla rotta per la quarta stella
sarà peggio ancora.
Sorrisi acidi,
disturbi del sonno e di equiibrio,
discorsi stupidi:
che il corvo col formaggio nel becco,
che le mosche sul ritratto di Sua Maestà
o la scimmia nel bagno
- bè, sì, quella era vita.

Limitati.
Preferiscono il giovedì all'infinito.
Primitivi.
Preferiscono una nota stonata all'armona delle sfere.
Stanno benissimo nelle fessure tra
teoria e pratica,
causa ed effetto,
ma qui non è la Terra e tutto combacia.

Sul trentesimo pianeta
(ineccepibile quanto a desolazione)
rifiuteranno perfino di uscire dalle cabine,
vuoi per un mal ditesta, vuoi perchè un dito duole.

Che imbarazzo e vergogna.
Tutti quei soldi buttati nel cosmo.

Wistawa Szymborska

(da La gioia di scrivere Tutte le poesie (1945-2009) Ediz. Adelphi, 2009

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18-19-20 Maggio 2010

MODI'
(nome provvisorio)
(PER VIVERE E RESISTERE A NAPOLI)

Incontro allargato sulle soluzioni creative organizzato da “MODI'”, in collaborazione con l'Associazione di Promozione Sociale RITMO, sede di Napoli. Partecipa Alba De Simone.
Ingresso libero. Uscita libera (si spera).

Non abbiamo altro sull'Honduras:

(divergenze d'opinione a parte, qualcosa qui si può vedere).
Il documentario merita di essere visto. Al tempo stesso, però, se una persona, benchè avvertita prontamente, finisce a impelagarsi con comunitaristi (e affini), facciamo veramente strade differenti.
Anche noi abbiamo preso per buone, una volta - molto tempo fa - le menzogne di uno di loro, ma noi non eravamo sati messi sull'avviso da nessuno. Non siamo nè statalisti nè patriottardi, siamo felicemente anarchici e lasciamo ad altri le loro fiaccole sotto il moggio.
Il ritorno del Condor
DOMENICA 23 MAGGIO, ORE 17 

CENTRO CULTURALE LAGHETTO

 Viale Montefalcone 74  Laghetto di Montecompatri (Roma)  

 

Dalla custodia del CD: "Documentario su Honduras e America Latina nella controffensiva USA. Il racconto del colpo di stato effettuato in Honduras contro il presidente progressista Manuel Zelaya dai militari agli ordini dell’oligarchia honduregna e degli Stati Uniti. L’inizio di un’operazione Condor 2, con la quale Washington si propone di rinnovare i nefasti dell’operazione Condor degli anni’70 che installò Pinochet in Cile e altre sanguinarie dittature in America Latina. Una controffensiva statunitense, con nuove basi militari in Colombia e manovre di destabilizzazione in tutto il Cono Sud, per strappare ai governi e movimenti progressisti e rivoluzionari quello che Washington considera il suo “cortile di casa”. A questo disegno si oppongono con forza i grandi movimenti del cambio latinoamericani che, dall’irriducibile resistenza di tutto un popolo in Honduras, traggono nuova ispirazione e nuovo impulso".

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Via Triboniano
(storie di ordinaria violenza razzista)
Riceviamo e pubblichiamo:
Posto qui sotto un comunicato del Comitato Antirazzista Milanese dopo i fatti di Via Triboniano e la giornata di scontri e resistenza attiva che hanno portato avanti i rom del campo che le forze dell’ordine volevano sgomberare. Non si sono fermati davanti a nessuno, hanno pestato tutti quelli che si trovavano davanti e sapete quanti bimbi ci sono dentro i campi rom delle nostre città: una bimba sembrerebbe esser rimasta particolarmente ferita e aver riportato la frattura del braccio.
Balordi. Ma qui la fila di balordi è lunga, a partire dal Comune di Milano, che ...

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Intercettato (fascisteria di giro):
- Ciao, che fai al week end?
- Cinema. E tu?
- Faccio un partito...almeno un movimento...
- Ah. E come lo chiami?
- Non lo so ancora. Ci deve stare la parola "nuovo".
- Ordine Nuovo?
- O.N.? Troppo sputtanato. Ci vorrebbe qualcosa di più...di meno... alternativo/a...
- N.O.?
- Potrebbe andare.
- Ne parliamo al week end.
- Ma non andavi al cinema?
- L'ho detto per sviare i sospetti. Io sono te, non te lo ricordi?
- Anch'io volevo sviare i sospetti!!!

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A ragione di una grande e davvero inaspettata partecipazione, è stato deciso di protrarre l'incontro allargato (PER VIVERE E RESISTERE A NAPOLIfino a sabato sera. 
Da oggi, sarà offerta a tutti una lussuriosa cena preparata da "Alì e i quaranta babà".
Il resoconto completo qui, tra qualche giorno.
Gaetano, per "Modì".

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Non essendo giustizialisti, non siamo, ovviamente, neanche auto-giustizialisti. Un essere vivente, in catene, mai lo vorremmo vedere. Nè Fulvio Grimaldi, nè nessun altro. L’azione è simbolica, ma il problema dell’informazione è cosa seria. Per questo, e solo per questo, riceviamo e pubblichiamo:

DA LUNEDI 31 MAGGIO IN CATENE SOTTO LIBERAZIONE

CONTRO LA “LEGGE BAVAGLIO”: LIBERTA’ D’ESPRESSIONE. DAL 31 MAGGIO, ORE 11, IL GIORNALISTA FULVIO GRIMALDI SI INCATENA SOTTO LA SEDE DI “LIBERAZIONE” , ROMA, VIALE DEL POLICLINICO 131.

Precisiamo:
La pubbicazione di questa notizia ha fatto prendere a qualcuno i soliti fischi per fiaschi (magari anche per troppi fiaschi, nel senso di sconfitte o di bottiglie, fate un po' voi). Ancora, nonostante lo sospettassimo, non potevamo sapere che Grimaldi sarebbe finito ad impelagarsi con i rosso-bruni. E che sarebbe arrivato a perdersi sempre più dietro i suoi miti gheddafiani. All'interno di un fritto misto che proprio non ci piace.
Se lo avessimo saputo, avremmo pubblicato la foto ugualmente? Pensiamo di sì, perchè il diritto all'informazione (che non esiste nei paesi che a lui piacciono) noi, invece, lo riteniamo sacrosanto. Ci è costato il fatto che tentano di togliercelo, che si sono appropriati della password della nostra posta elettronica e che tentano di utilizzare anche i nostri contatti, stravolgendo le e-mail, come ornai moltissimi sanno, e creandoci altre grane di vario genere. Pazienza. Chi non vuole capire non capirà. Fortunatamente, abbiamo la solidarietà e il rispetto di tantissimi. E tanto basta.

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NAPOLI
Si è gioiosamente concluso l'incontro di 
NAPOLI, protrattosi ancora, fino a questa mattina. Molte cose sono state fatte, molte sono state decise, molti programmi sono stati avviati nell'immediato. Sono un pò stanchino e rimando ancora di qualche giorno (pochi) tutti i resoconti.
Nel frattempo, nella posta, è finalmente arrivata una e-mail di Paolo.


Kolkata, 26 maggio 2010
(...) Sì, sto bene, ma non potevo rispondere alle vostre e-mails perché, dove mi trovavo fino a pochi giorni fa, non funzionava neppure il portatile. Ora sono a Calcutta. E’ questa città che non sta bene. C’è una tensione nell’aria che non fa presagire nulla di buono. E un numero di occidentali inquietante. Si muovono con la rozza disinvoltura che contraddistingue i padroni del vapore. C’è anche un numero inconcepibile di forze di polizia, certi quartieri sono tenuti sotto sorveglianza strettissima. Non i soliti quartieri blindati, anche altri, ad esempio la zona sud, dove ho incontrato compagni che non vedevo da tempo e che hanno deciso di trasferirsi. Devo essere a Delhi domattina (poi torno in Bengala), vi scriverò da casa di Deepak, che viene con me per raggiungere suo fratello e manda un  forte saluto a Stefano. Vi allego alcune considerazioni, impressioni, preoccupazioni. Pubblicate ciò che vi sembrerà più opportuno.  
(Speriamo bene).
Un abbraccio singolo e particolare a ciascuno di voi.
Paolo
IL GRANDE BLUFF
I naxaliti indiani e i maoisti
di Paolo De Cinque

le radici dell'acqua (maggio '010)

E' tutto in questo album. 

(cliccateci su)

(altri contributi dalla home page, cliccando sul pulsante a sinistra: Notizie dall'India)

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fine di maggio del duemiladieci

UN TRANQUILLO VENERDI DI PAURA

STRAGE DI STATO IN WEST BENGAL?
Chiedetelo al ministro delle ferrovie indiane Mamata Banerjee e a tutti gli intellettuali di sinistra che l'hanno votata, tanto per cominciare.
Bomba sui binari. Oltre 100 morti e 160 feriti gravi

(foto da: http://www.adnkronos.com)

 ...E COSA STA ACCADENDO IN PAKISTAN?

Duplice attentato nella moschee di Lahore. Quasi cento morti

E adesso immaginiamo tutti gli stupidi e i saccenti (spesso coincidono) a spostare pedine sopra la scacchiera immaginaria che si sono costruita per giocare alla guerra, alla geopolitca, all'io sono più furbo di te, impegnati a cercare il bandolo della matassa in internet, nei dispacci d'agenzia, tra le loro scartoffie e in un intreccio di telefonate e di e-mails che non li porteranno da nessuna parte. Mi arrivano echi. L'obiettivo vero sono i tribali?”. Non sarà piuttosto la Cina, quella che ci si vuole coinvolgere?” E altre cose così. Tra un salotto virtuale e l'altro.
Noi lasciamo la risposta a chi ci legge, vedremo cosa arriva.

Gaza
Riportiamo, per la cronaca

31 maggio 2010 L'esercito dello stato d'Israele attacca nella notte in acque internazionali (130 chilometri dalla costa), una delle 6 navi del convoglio Freedom Flotilla, che, con a bordo 700 pacifisti - di differenti paesi - tentava di portare a Gaza 10.000 tonnellate di aiuti umanitari.  E' strage: dopo aver abbordato la nave, i commandos israeliani attaccano con armi da fuoco i volontari uccidendone 20 e facendo decine di feriti.
La nave assalita è la nave passeggeri turca
“Mavi Marmara, partita da Ankara. A Istanbul, il consolato israeliano è stato preso d'assalto da attivisti dei movimenti turchi che avevano contribuito ad organizzare la Flotilla verso Gaza. Il governo turco protesta ufficialmente per l'attacco, definendolo inaccettabileL’ambasciatore israeliano ad Ankara è stato convocato. Le navi del convoglio sono state dirottate verso il porto di Haifa, nel nord dello stato di Israele. I pacifisti probabilmente saranno arrestati. Hamas lancia l'appello ad elevare la protesta contro il comportamento del governo e della marina militare israeliana.
Mobilitazioni in  diverse città.
Certo, se pensiamo al gioco che sta facendo la Turchia e anche al fatto che, sulla Navi Marmara, viaggiava  Joe Fallisi, dirottato ormai da molto tempo, dopo la Ballata del Pinelli, verso lidi a noi ostili e contrarii, la questione ci appare sotto una strana luce...