osteria calcutta

Il mese di febbraio del duemilaeundici



Finalmente si riapre!

Cose da raccontare, da dire... un'infinità.

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QUALCOSA STA ACCADENDO

NOSTRA PATRIA E' IL MONDO INTERO, NOSTRA LEGGE E' LA LIBERTA'...

Per quanto riguarda le vicende che stanno attraversando il Medio Oriente, leggo, prevalentemente, cose molto prive di senso, almeno sui giornali e sulle riviste italiane. Personalmente, del Medio Oriente conosco l'Egitto, il Marocco, la Turchia e un pò la Libia e l'Algeria (tutti posti dove sono stata più volte, quasi sempre per lavoro e, in alcuni casi, in vacanza). Non è abbastanza ma, tanto per aggiungere qualche sciocchezza alle altre, sottolineo alcune cose, che mi sembrano comunque importanti.

a) La prima cosa è l'assoluta evidenza che quanto avviene ha avuto un innesco spontaneo, per nulla organizzato da poteri internazionali abituati ad architettare rivoluzioni "colorate" nei luoghi del mondo che intendono destabilizzare per rovesciare un potere e insediarvi poi regimi fantoccio al servizio dei direttori d'orchestra (elite globali del FMI, Banca Mondiale, etc.). Nè c'era alcun bisogno, in questi Paesi, di rivoluzioni a colore. L'ambivalenza dell'amministrazione Obama nei confronti dell'Egitto sembra essersi sciolta nell'appoggio alla  rottamazione di Hosni Mubarak e del regime dittatoriale che gli Usa e le elites bancarie hanno contribuito a sostenere da sempre. Ma l'alleato era "fedelissimo" e non esisteva motivo per rimpiazzarlo, se non quello, a rivolta ormai inarrestabile, di cercare di guidarla e, col solito "vezzo" nodamericano, di indirizzarla dove si ritiene sia più conveniente ai propri interessi (economici, strategici, etc.) che sempre si chiamano, per gli Usa: "esportare la "democrazia" nel mondo".

Le rivolte in Tunisia, Egitto,Yemen e negli altri paesi che già seguono o seguiranno a breve, originano proprio dalla necessità e dal desiderio di un popolo di conquistare la libertà dopo lunghissime e sanguinarie dittature. Dopo decenni e decenni di sfruttamento e colonizzazione da parte dell'Occidente.
E, questo monumentale grido di battaglia per la libertà, risuona in tutto il mondo. L'Occidente, preso in contropiede, tenta di cooptare e controllare quello che rappresenta un pericolo enorme per un ordine planetario in putrefazione dove il risveglio politico globale è quanto di più temuto dai controllori della ferrovia del mondo, che tentano disperatamente di salvarsi dall'inevitabile e avanzato stato di deragliamento del treno del loro predominio.

La Rivoluzione globale raggiungerà ogni angolo del pianeta, diffondendosi a macchia d'olio? Può darsi. Intanto, come sempre accade, sono i giovani i primi a ribellarsi. Ma è anche qualcosa di radicalmente nuovo ciò col quale vecchi e nuovi poteri devono fare i conti, e il processo non si può arrestare perché nessuna forza militare potrà imporre oltre il dominio su masse ormai risvegliate.
Che parta dagli oltre cento milioni di studenti delle università dei "paesi in via di sviluppo" di quello che è sempre stato chiamato "terzo mondo", mobilitati in grandissime assemblee e collegati tra loro attraverso Internet, oppure dalla ribellione delle persone più povere ed umiliate, poco importa. La rabbia covava comunque da tantissimi anni e solo la cecità di un sistema globale le cui potenze erano impegnate su altri fronti per cercare di risolvere la propria crisi sistemica poteva non accorgersene. Il diavolo fa le pentole, ma i coperchi no. E quando il grado di ebollizione arriva al punto cruciale, c'è l'esplosione.

E' il risveglio politico globale tanto temuto da Zbigniew Brzezinski? Di sicuro c'è che l'esito dipenderà dalla capacità dei rivoluzionari di non farsi cooptare da un'elite globale al tramonto e disperatissima. Se cioè non cederanno alla Banca Mondiale, al FMI, o alle ONG che, col pretesto di "aiutare" la "società civile" di altre nazioni (le virgolette sono d'obbligo), tentano di creare un sistema simile a quello della falsa democrazia occidentale, per imporre una "democratizzazione" che è solo creazione di strutture apparenti di "stato democratico" (elezioni multipartitiche, "indipendenza" dei media ecc.) all'unico scopo di mantenere la sottomissione a multinazionali e a potenze occidentali. Gli stati non possono mai essere veramente democratici, figuriamoci quelli costruiti altrove dall'Occidente.
Una rivolta senza precedenti si sta diffondendo vorticosamente per tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, dove si lotta contro dittature feroci, polizie assassine e repressione politica. E, al centro di tutto, ci sono le condizioni dei più poveri per l'aumento vertiginoso dei prezzi dei generi di prima necessità, l'inflazione, la diminuzione dei salari e la crescita della disoccupazione. Tunisia, Egitto, Yemen, hanno avuto regimi supportati da decenni dal complesso militare-industriale, stati vassalli e complici dell'ordine mondiale. In Egitto, una nuova generazione ha detto finalmente basta e sta minacciando l'ordine internazionale esistente. In Tunisia è un popolo che si ribella. Possiamo apprendere molto da tutto ciò.
Da un lato, l'esito della lotta sarà fondamentale per il nuovo assetto geopolitico del mondo; dall'altro, insieme alla sopravvivenza e alla dignità di popoli oppressi e colonizzati da secoli, c'è in gioco la possibilità di aprirsi a un confronto che faccia finalmente incontrare popoli differenti, nel rispetto delle reciproche culture. Il detonatore è innescato. E il destino è quello di incontrarsi, conoscersi, scoprire insieme un nuovo senso dell'umanità a livello mondiale. Un nuovo modo di organizzarsi e abitare il pianeta, nella libertà di tutti (che è l'opposto del liberismo). Nella possibilità di mangiare e di vivere in pace di tutti.
E' la prima volta, da tantissimo tempo, in cui la possibilità di abbattere gerarchie mondiali, controllo degli affari del mondo, Imperi che armano e sostengono regimi oppressori destabilizzandoli o attraverso infiltrazioni o con guerre aperte  - come nello Yemen -, diviene concreta. E che un'umanità attiva e consapevole è in lotta per un mondo differente. La sfida è epocale. E si può vincerla. Vogliamo esserci?

Sovranità popolare e delle culture, questo serve. E che queste culture continuino a vivere, forti, indipendenti, nei loro differenti specifici, non chiuse nella sfera dei controllori del mondo.

b) Le bandiere. E' possibile appoggiare queste rivolte essendo anarchici? Sì. E' possibilissimo. E non a caso la FAI Internazionale e tutte le sue diramazioni sono schierate a fianco del popolo tunisino e invitano a sostenerne concretamente le lotte. Non amiamo le bandiere, i simboli dell'identità nazionale, men che meno il "patriottismo". Ma  l'Occidente ha sempre imposto i propri segni e simboli ad altri paesi, massacrando, comprando, colonizzando. Certamente, per me, anarchica, la bandiera nazionale è qualcosa che non mi appartiene, ma posso comprendere la differenza tra popoli ai quali è negata la propria libertà e altri popoli che cercano di imporre loro la propria identità. Cosa ne sappiamo, in Occidente, delle condizioni di vita in cui vivono veramente gli abitanti del Magreb, ad esempio, al di là e dietro "Son et lumieres"? Nulla. E' mai interessato a qualcuno conoscerle? Io non amo le bandiere, ma amo le diversità delle culture, che arricchiscono un mondo che altri vorrebbero appiattire in un unico modello per renderle più gestibili e "vantaggiose". Noi, che vogliamo un mondo senza frontiere e senza stati-nazione, abbiamo bisogno però, per realizzarlo, prima di ogni altra cosa, di confrontarci.

Sulla questione delle bandiere, mi vengono anche in mente tutti gli innumerevoli simboli identitari che si usano, in questa parte di mondo, per rappresentarsi e mostrarsi "all'esterno" come parte di qualche cosa. Si può andare indifferentemente dalle kefia al piercing, alla maglietta col Che Guevara o con la A grande, ma sono sempre segni – nulla di male, ovvio – che rimandiamo agli altri e a noi stessi per reclamare e mostrare un'appartenenza.

Gli immigrati italiani, quando poveri, si sono sempre ritrovati intorno a una bottiglia di vino arrivata dall'Italia o ad un piatto di spaghetti. E, tra loro, Bartolomeo Vanzetti, durante il suo discorso al giudice Taylor che lo aveva appena condannato a morte, tra le altre cose, disse: "…voi ci condannate perché siamo italiani". Era un "nazionalista"?
Certo che no.
E i partigiani che portavano il tricolore sulle camionette, insieme alla bandiera rossa, erano "nazionalisti"?
No.
E non lo sono neppure i genitori di Diego, un mio amico messicano il cui padre ha scavalcato più volte il muro della morte tra Messico e California, per portare fuori la sua famiglia, per la povertà, la fame, le sue idee politiche. E quel padre e quella madre, pur vivendo adesso in America, continuano a parlare spagnolo e a rifiutarsi di imparare l'inglese, la lingua che, per loro, è quella degli yankees, presso i quali non hanno trovato nulla di ciò che speravano.
Sono nazionalisti patriottici? No di certo. Non più di tutti coloro che si attaccano alla propria identità culturale per cercare di farla sopravvivere.

Certo, il discorso è vasto. Qui, in Italia,  accade che le persone guardino al resto dell'universo dal loro piccolo mondo mentale, da un orizzonte molto ristretto e, di fatto, cerchino solo conferme di sé. Non sempre, ma troppo spesso. 

Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà. Ed un pensiero ribelle in cor ci sta...

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Giordano Bruno

  

Giordano Bruno nacque a Nola il 17 febbraio 1548 e fu arso vivo a Roma nel 1600, giudicato eretico dal Tribunale dell'Inquisizione. Soprattutto, non gli fu perdonato l'avere intuito la pluralità dei mondi, l'unità della sostanza, l'infinità dell'universo:

“Esistono innumerevoli soli; innumerevoli terre ruotano attorno a questi similmente a come i sette pianeti ruotano attorno al nostro sole. Questi mondi sono abitati da esseri viventi”. 

Viene ricordato ogni anno a Campo dè Fiori. Forse non tutti sanno però, che Bruno non fu bruciato nel punto dove si trova la statua con la dicitura: "Qui, dove il rogo arse", ma fu dato alle fiamme su un lato della piazza, dove oggi esiste una fontanella.  Questa fontanella fu commissionata, ai tempi della Roma papalina, per essere collocata dal lato opposto, sempre della stessa piazza, dove al tempo esisteva una "Casa del Pellegrino". Gli operai ai quali venne affidato il compito di realizzarla, però, finsero di avere letto alla rovescia la mappa del geometra e la costruirono nel punto in cui fu eretto il rogo. Un modo per testimoniare, in tempi oscuri e difficilissimi, la loro ostilità al Potere della Chiesa e la propria solidarietà a Bruno. Facendo sì che l'acqua, scorrendo ininterrottamente, cancellasse in modo simbolico l'orrore di quella infamità.

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NELLE LORO CROCIERE PER L'INFERNO, I PIRATI DEL '700 HANNO INSEGNATO ANCHE AGLI ALTRI AD ESSERE LIBERI.

 (la storia affascinante della vita sui mari del '700)

 Nelle stive umide e buie, sui ponti di legno, tra vele e sartie nel grande “secolo dei traffici”, marinai e pirati crearono le basi dello sviluppo sociale della classe lavoratrice in America e in Inghilterra.
Nelle loro crociere per l'inferno i pirati del '700 hanno insegnato anche agli altri ad essere liberi.
In un'epoca in cui la maggior parte degli uomini e delle donne in Europa e nelle colonie americane viveva in comunità piccole e raccolte, solo “Jack Tar”, il lavoratore degli oceani, navigava per i sette mari ed esplorava i quattro angoli della Terra. Arruolato a forza su una nave militare, accettato su una nave corsara o salariato su un mercantile, il marinaio incarnava la contraddizione di una libertà senza confini e di un mondo chiuso “fatto di legno”, in cui provava sulla propria pelle tutte le perversioni di un totalitarismo in miniatura. Il suo ideale di riscatto poteva essere solo il pirata che aveva scelto di essere un “uomo senza padrone”, sfidando anche il diavolo all'ombra del Jolly Roger, la bandiera nera con il teschio e le ossa incrociate.
... incubo per i pilastri del commercio e della potenza imperiale, ma desiderio e speranza per tutti i Jack Tar umiliati e offesi dal nuovo ordine che si andava costituendo. Scontate sono le “violenze” attribuite ai pirati; più importante è il tipo di società tollerante, democratica e libertaria che seppero costruire “tra il diavolo e il profondo mare azzurro”. Con uno  stile di giustizia che è ancora oggi un modello per chi è stanco di subire l'ipocrisia e la corruzione del potere.

 dalla prefazione a: “Sulle tracce dei pirati”, di Marcus Rediker, ed. PIEMME 1996

 “... come diceva un vecchio lupo di mare a un novizio sul finire del '600: “caro il mio ragazzo, a bordo non c'è nè giustizia nè ingiustizia. Ci sono solo due cose e facci attenzione: il dovere e l'ammutinamento”.

...e si va avanti ...