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Il mese di febbraio del duemilaeundici
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QUALCOSA STA ACCADENDO
NOSTRA PATRIA E' IL MONDO INTERO,
NOSTRA LEGGE E' LA LIBERTA'...
a) La prima cosa è l'assoluta
evidenza che quanto avviene ha avuto un innesco spontaneo, per nulla
organizzato da poteri internazionali abituati ad architettare rivoluzioni
"colorate" nei luoghi del mondo che intendono destabilizzare per
rovesciare un potere e insediarvi poi regimi fantoccio al servizio dei
direttori d'orchestra (elite globali del FMI, Banca Mondiale, etc.). Nè c'era
alcun bisogno, in questi Paesi, di rivoluzioni a colore. L'ambivalenza
dell'amministrazione Obama nei confronti dell'Egitto sembra essersi sciolta
nell'appoggio alla rottamazione di Hosni Mubarak e del regime
dittatoriale che gli Usa e le elites bancarie hanno contribuito a sostenere da
sempre. Ma l'alleato era "fedelissimo" e non esisteva motivo per
rimpiazzarlo, se non quello, a rivolta ormai inarrestabile, di cercare di
guidarla e, col solito "vezzo" nodamericano, di indirizzarla dove si
ritiene sia più conveniente ai propri interessi (economici, strategici, etc.) che
sempre si chiamano, per gli Usa: "esportare la "democrazia" nel
mondo".
Le rivolte in Tunisia, Egitto,Yemen e negli altri paesi che già seguono o seguiranno a breve, originano
proprio dalla necessità e dal desiderio di un popolo di conquistare la libertà
dopo lunghissime e sanguinarie dittature. Dopo decenni e decenni di
sfruttamento e colonizzazione da parte dell'Occidente.
E, questo monumentale grido di
battaglia per la libertà, risuona in tutto il mondo. L'Occidente, preso in
contropiede, tenta di cooptare e controllare quello che rappresenta un pericolo
enorme per un ordine planetario in putrefazione dove il risveglio politico
globale è quanto di più temuto dai controllori della ferrovia del mondo, che
tentano disperatamente di salvarsi dall'inevitabile e avanzato stato di deragliamento
del treno del loro predominio.
La Rivoluzione globale
raggiungerà ogni angolo del pianeta, diffondendosi a macchia d'olio? Può
darsi. Intanto, come sempre accade, sono i giovani i primi a ribellarsi. Ma è
anche qualcosa di radicalmente nuovo ciò col quale vecchi e nuovi poteri devono
fare i conti, e il processo non si può arrestare perché nessuna forza militare
potrà imporre oltre il dominio su masse ormai risvegliate.
Che parta dagli oltre cento
milioni di studenti delle università dei "paesi in via di sviluppo"
di quello che è sempre stato chiamato "terzo mondo", mobilitati in
grandissime assemblee e collegati tra loro attraverso Internet, oppure dalla
ribellione delle persone più povere ed umiliate, poco importa. La rabbia covava
comunque da tantissimi anni e solo la cecità di un sistema globale le
cui potenze erano impegnate su altri fronti per cercare di risolvere la
propria crisi sistemica poteva non accorgersene. Il diavolo fa le pentole, ma i
coperchi no. E quando il grado di ebollizione arriva al punto cruciale,
c'è l'esplosione.
E' il risveglio politico globale
tanto temuto da Zbigniew Brzezinski? Di sicuro c'è che l'esito dipenderà dalla
capacità dei rivoluzionari di non farsi cooptare da un'elite globale al
tramonto e disperatissima. Se cioè non cederanno alla Banca Mondiale, al FMI, o
alle ONG che, col pretesto di "aiutare" la "società civile"
di altre nazioni (le virgolette sono d'obbligo), tentano di creare un sistema
simile a quello della falsa democrazia occidentale, per imporre una "democratizzazione"
che è solo creazione di strutture apparenti di "stato democratico"
(elezioni multipartitiche, "indipendenza" dei media ecc.) all'unico
scopo di mantenere la sottomissione a multinazionali e a potenze occidentali.
Gli stati non possono mai essere veramente democratici, figuriamoci quelli
costruiti altrove dall'Occidente.
Una rivolta senza precedenti si sta diffondendo
vorticosamente per tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, dove si lotta
contro dittature feroci, polizie assassine e repressione politica. E, al centro
di tutto, ci sono le condizioni dei più poveri per l'aumento vertiginoso dei
prezzi dei generi di prima necessità, l'inflazione, la diminuzione dei salari e
la crescita della disoccupazione. Tunisia, Egitto, Yemen, hanno avuto regimi
supportati da decenni dal complesso militare-industriale, stati vassalli e
complici dell'ordine mondiale. In Egitto, una nuova generazione ha detto
finalmente basta e sta minacciando l'ordine internazionale esistente. In
Tunisia è un popolo che si ribella. Possiamo apprendere molto da tutto ciò.
Da un lato, l'esito della lotta
sarà fondamentale per il nuovo assetto geopolitico del mondo; dall'altro,
insieme alla sopravvivenza e alla dignità di popoli oppressi e colonizzati da
secoli, c'è in gioco la possibilità di aprirsi a un confronto che faccia
finalmente incontrare popoli differenti, nel rispetto delle reciproche culture.
Il detonatore è innescato. E il destino è quello di incontrarsi, conoscersi,
scoprire insieme un nuovo senso dell'umanità a livello mondiale. Un nuovo modo
di organizzarsi e abitare il pianeta, nella libertà di tutti (che è l'opposto
del liberismo). Nella possibilità di mangiare e di vivere in pace di tutti.
E' la prima volta, da tantissimo
tempo, in cui la possibilità di abbattere gerarchie mondiali, controllo degli
affari del mondo, Imperi che armano e sostengono regimi oppressori
destabilizzandoli o attraverso infiltrazioni o con guerre aperte - come
nello Yemen -, diviene concreta. E che un'umanità attiva e consapevole è
in lotta per un mondo differente. La sfida è epocale. E si può vincerla.
Vogliamo esserci?
Sovranità popolare e delle
culture, questo serve. E che queste culture continuino a vivere, forti,
indipendenti, nei loro differenti specifici, non chiuse nella sfera dei
controllori del mondo.
b) Le bandiere. E' possibile appoggiare queste rivolte essendo anarchici? Sì. E' possibilissimo. E non a caso la FAI Internazionale e tutte le sue diramazioni sono schierate a fianco del popolo tunisino e invitano a sostenerne concretamente le lotte. Non amiamo le bandiere, i simboli dell'identità nazionale, men che meno il "patriottismo". Ma l'Occidente ha sempre imposto i propri segni e simboli ad altri paesi, massacrando, comprando, colonizzando. Certamente, per me, anarchica, la bandiera nazionale è qualcosa che non mi appartiene, ma posso comprendere la differenza tra popoli ai quali è negata la propria libertà e altri popoli che cercano di imporre loro la propria identità. Cosa ne sappiamo, in Occidente, delle condizioni di vita in cui vivono veramente gli abitanti del Magreb, ad esempio, al di là e dietro "Son et lumieres"? Nulla. E' mai interessato a qualcuno conoscerle? Io non amo le bandiere, ma amo le diversità delle culture, che arricchiscono un mondo che altri vorrebbero appiattire in un unico modello per renderle più gestibili e "vantaggiose". Noi, che vogliamo un mondo senza frontiere e senza stati-nazione, abbiamo bisogno però, per realizzarlo, prima di ogni altra cosa, di confrontarci.
Sulla questione delle bandiere,
mi vengono anche in mente tutti gli innumerevoli simboli identitari che si
usano, in questa parte di mondo, per rappresentarsi e mostrarsi
"all'esterno" come parte di qualche cosa. Si può andare
indifferentemente dalle kefia al piercing, alla maglietta col Che Guevara o con la
A grande, ma sono sempre segni – nulla di male, ovvio – che rimandiamo agli
altri e a noi stessi per reclamare e mostrare un'appartenenza.
Gli immigrati italiani,
quando poveri, si sono sempre ritrovati intorno a una bottiglia di vino
arrivata dall'Italia o ad un piatto di spaghetti. E, tra loro, Bartolomeo
Vanzetti, durante il suo discorso al giudice Taylor che lo aveva appena
condannato a morte, tra le altre cose, disse: "…voi ci condannate perché
siamo italiani". Era un "nazionalista"?
Certo che no.
E i partigiani che portavano il
tricolore sulle camionette, insieme alla bandiera rossa, erano
"nazionalisti"?
No.
E non lo sono neppure i genitori
di Diego, un mio amico messicano il cui padre ha scavalcato più volte il muro
della morte tra Messico e California, per portare fuori la sua famiglia, per la
povertà, la fame, le sue idee politiche. E quel padre e quella madre, pur
vivendo adesso in America, continuano a parlare spagnolo e a rifiutarsi di
imparare l'inglese, la lingua che, per loro, è quella degli yankees, presso i
quali non hanno trovato nulla di ciò che speravano.
Sono nazionalisti patriottici? No
di certo. Non più di tutti coloro che si attaccano alla propria identità
culturale per cercare di farla sopravvivere.
Certo, il discorso è vasto. Qui,
in Italia, accade che le persone guardino al resto dell'universo dal loro
piccolo mondo mentale, da un orizzonte molto ristretto e, di fatto, cerchino
solo conferme di sé. Non sempre, ma troppo spesso.
Nostra patria è il mondo intero,
nostra legge è la libertà. Ed un pensiero ribelle in cor ci sta...
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Giordano Bruno
Giordano
Bruno nacque a Nola il 17 febbraio 1548 e fu arso vivo a Roma nel 1600,
giudicato eretico dal Tribunale dell'Inquisizione. Soprattutto, non gli fu
perdonato l'avere intuito la pluralità dei mondi, l'unità della sostanza,
l'infinità dell'universo:
“Esistono
innumerevoli soli; innumerevoli terre ruotano attorno a questi similmente a
come i sette pianeti ruotano attorno al nostro sole. Questi mondi sono abitati
da esseri viventi”.
Viene
ricordato ogni anno a Campo dè Fiori. Forse non tutti sanno però, che Bruno non
fu bruciato nel punto dove si trova la statua con la dicitura: "Qui, dove
il rogo arse", ma fu dato alle fiamme su un lato della piazza,
dove oggi esiste una fontanella. Questa fontanella fu commissionata, ai
tempi della Roma papalina, per essere collocata dal lato opposto, sempre della
stessa piazza, dove al tempo esisteva una "Casa del Pellegrino". Gli
operai ai quali venne affidato il compito di realizzarla, però, finsero di
avere letto alla rovescia la mappa del geometra e la costruirono nel punto in
cui fu eretto il rogo. Un modo per testimoniare, in tempi oscuri e
difficilissimi, la loro ostilità al Potere della Chiesa e la propria
solidarietà a Bruno. Facendo sì che l'acqua, scorrendo ininterrottamente,
cancellasse in modo simbolico l'orrore di quella infamità.

(la
storia affascinante della vita sui mari del '700)
Nelle
stive umide e buie, sui ponti di legno, tra vele e sartie nel grande “secolo
dei traffici”, marinai e pirati crearono le basi dello sviluppo sociale della
classe lavoratrice in America e in Inghilterra.
Nelle
loro crociere per l'inferno i pirati del '700 hanno insegnato anche agli altri
ad essere liberi.
In
un'epoca in cui la maggior parte degli uomini e delle donne in Europa e nelle
colonie americane viveva in comunità piccole e raccolte, solo “Jack Tar”, il
lavoratore degli oceani, navigava per i sette mari ed esplorava i quattro
angoli della Terra. Arruolato a forza su una nave militare, accettato su una
nave corsara o salariato su un mercantile, il marinaio incarnava la
contraddizione di una libertà senza confini e di un mondo chiuso “fatto di
legno”, in cui provava sulla propria pelle tutte le perversioni di un
totalitarismo in miniatura. Il suo ideale di riscatto poteva essere solo il
pirata che aveva scelto di essere un “uomo senza padrone”, sfidando anche il
diavolo all'ombra del Jolly Roger, la bandiera nera con il teschio e le ossa
incrociate.
...
incubo per i pilastri del commercio e della potenza imperiale, ma desiderio e
speranza per tutti i Jack Tar umiliati e offesi dal nuovo ordine che si andava
costituendo. Scontate sono le “violenze” attribuite ai pirati; più importante è
il tipo di società tollerante, democratica e libertaria che seppero costruire “tra
il diavolo e il profondo mare azzurro”. Con uno stile di giustizia che è
ancora oggi un modello per chi è stanco di subire l'ipocrisia e la corruzione
del potere.
dalla
prefazione a: “Sulle tracce dei pirati”, di Marcus Rediker, ed. PIEMME 1996
“...
come diceva un vecchio lupo di mare a un novizio sul finire del '600: “caro il
mio ragazzo, a bordo non c'è nè giustizia nè ingiustizia. Ci sono solo due cose
e facci attenzione: il dovere e l'ammutinamento”.
...e si va avanti ...