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In India, il 70 per cento degli abitanti basa
la propria sussistenza sull’agricoltura e quindi sull’acqua. Le comunità
che vivono accanto agli stabilimenti di imbottigliamento della
multinazionale hanno subito in pochi decenni la graduale contaminazione del territorio
e una progressiva mancanza d’acqua causata dalle ingenti quantità di acqua
dolce necessarie alla lavorazione delle bevande.
L’incidenza di questi fattori ha colpito
principalmente le comunità più vulnerabili: popoli originari, donne, classi sociali disagiate,
piccoli agricoltori, mezzadri senza terra propria, che hanno subito la perdita
dei mezzi di sussistenza tradizionali delle comunità e della sicurezza
alimentare per migliaia di persone. Le forme di impoverimento delle riserve di
acqua locale hanno messo in serio pericolo intere comunità: gli stabilimenti
del Kerala sono stati responsabili della drastica diminuzione quantitativa
e qualitativa dell’acqua disponibile con un prelievo di 1,5 milioni di litri di
acqua al giorno.
Oltre al problema della voracità degli stabilimenti,
la Coca-cola è accusata di aver distribuito residui tossici come fertilizzanti
ai contadini residenti accanto agli stabilimenti.
La questione è divenuta un caso di salute pubblica:
le conseguenze di lungo termine della esposizione ai residui tossici non sono
ancora calcolabili, tuttavia Coca-cola è sicuramente colpevole di aver contaminato
i terreni e le acque sotterranee e superficiali, oltre che di aver messo
in vendita bevande con elevati gradi di tossicità.
In seguito ad uno studio condotto dal Centre for
science and environment infatti, che rivelò la presenza nella Cocacola
di residui di pericolosi pesticidi in concentrazioni fino a 30 volte
superiori dei limiti consentiti, il 7 dicembre 2004 la suprema corte dell’India
ha imposto alle multinazionali l’obbligo di apporre su ogni confezione una
etichetta recante l’attestazione di pericolo per i consumatori. La
multinazionale si è difesa dicendo che le concentrazioni di sostanze
pericolose sono secondo la legge, ma la legge indiana, notevolmente più
permissiva delle corrispondenti leggi europee o statunitensi. Una
difesa che non ha
convinto né le autorità, né i cittadini, che anzi si sono sentiti trattati
come «consumatori di serie B».
L’impresa è divenuta un esempio di malagestione delle risorse, e ha dimostrato
di operare in totale violazione dei criteri di responsabilità sociale ed
ambientale. La messa in rete dei conflitti territoriali di cui è costellata
l’India per la difesa delle risorse idriche e rurali ha dato slancio alle
rivendicazioni delle comunità, e ha creato legami di solidarietà e mutuo
soccorso.
Negli ultimi tempi, dopo la vittoria ottenuta
nel Kerala, sono sorte altre due forti vertenze territoriali a Kala Dera e
Mehdiganj: due comunità in mobilitazione per difendere i propri diritti e
ottenere le chiusura di altri due stabilimenti che come gli altri rubano
l’acqua causando povertà, contaminazioni e malattie.