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novembre 2009 INDIA: RANA E SERPENTE di Stefano Ledda ![]() Rana e Serpente (Sankha Banerjee) Rana e serpente. Serpente e rana.
Le parole che mi tornano in mente per prime. Pandit me le ha ripetute più
volte; e anche all’aeroporto. Sono il modo in cui mi ha descritto la nuova
borghesia di Kolkata, infida o gracidante, oppure tutte e due le cose allo
stesso tempo. Calcutta l’ho trovata irriconoscibile. Le NGO occidentali
sono diventate un numero straordinario, così come quelle direttamente create e
controllate dalle varie corporations che stanno assaltando il paese. La parola
d’ordine per tutte è: “Restituire alla normalità...”. Sì, ma a quale
normalità? Qui, come altrove, la normalità è il punto d’incontro, il medium
dove si intrecciano gli interessi di tanta gente. Ci sono NGO che si occupano
di giovani tossicodipendenti, di orfani, di madri sole, di difesa di questo o
quello - a parte Oxfam, che c’è da tempo e fa campagne monumentali -. Altre si
interessano di dilazione del debito, di smaltimento dei rifiuti, di assunzioni
non regolari. Tutto in nome dei diritti.Qual è la nota stonata? E’ che
dovrebbe essere un bene, ma non lo è.
“notizie” (?) Il “giretto” che Pandit mi fa fare attraverso le sedi di
tante associazioni è molto istruttivo. “Sono piene di rane e di serpenti”,
mi dice (“Accià, accià”, risponde ogni volta che ne individuo uno o
piu’). Una ragazza, Meera - carina, ma un po’ spenta -, mi comunica che lei,
nel 2010, andrà ad abitare a Megacity, uno dei nuovi quartieri residenziali
fatti di cemento modellato a forma di grattacielo (“…c’è dentro anche un
ipermercato! ”, dice). Mi intristisce. Così come mi intristì, anni fa,
il palazzone alveare che stavano costruendo in Kerala, di fronte al tempio di
Amma, la mistica degli abbracci. Vegetariana e morigerata in terra, ma non ad
alta quota; se è vero quanto dicono, sul suo aereo personale predilige
gamberetti e champagne. Nel tempio però – devo riconoscerlo, pur non essendo affatto
un “devoto” - mi accaddero cose sorprendenti. Oggi penso che le cose
sorprendenti non accadano mai perchè c’è un capo, una guida particolarmente
“elevata”, ma perchè migliaia di persone, esprimendo una volontà condivisa e
desideri comuni, riescono a spalancare pure le frontiere dell’impossibile, e
quelle che separano il visibile dall’invisibile. Ma, si sa, i “religiosi”
istituzionalizzati fiutano prima degli altri l’aria che tira e, avendo maggiore
familiarità con le Istituzioni afferrano in anticipo il senso in cui
stanno cercando di indirizzare la storia. Mentre parliamo, la televisione trasmette notiziari a gogò:
“Ultimo atroce delitto dei terroristi Maoisti nel distretto di Purulia…”. Meera
commenta, d’impulso: “Sempre loro! Le vicende legate agli espropri di Singur e Nandigram hanno avuto tremende conseguenze
politiche, favorendo il Trinamool e Mahamata Banerjee, un’opportunista teatrale
che ha difeso i contadini solo per prendersi il merito di un accordo che punta
a soddisfare il proprio narcisismo, a far soldi e a proiettare il suo partito
in pole position per le elezioni dell’Assemblea del 2011… Adesso va di
moda essere contro il governo, sono tutti contro il governo…ma il pericolo
vero sono i maoisti, che occupano un’aerea relativamente piccola…Midnapur e
altri distretti sottosviluppati…Sono residui del passato, di quando l’India non
era ancora un paese moderno. I “terroristi” maoisti comparvero per la prima
volta nel distretto di Naxalbari. Durante gli anni ‘70 praticarono una
guerriglia fatta di omicidii e atrocità di ogni genere, mandando allo sbaraglio
tanta povera gente, finchè il governo li liquido’ dopo un parossismo di uccisioni seriali…ok, reciproche …Cacciati da
Kolkata, i sopravvissuti si rifugiarono nelle campagne, nei dintorni di
Chattisgar, e nel cuore della foresta. Hanno commesso sempre delitti
spaventosi perchè credono che il potere possa essere preso solo con la
violenza... e infatti! Quando il governo ha avuto difficolta’, sono riapparsi
dal niente e continuano con i rapimenti, le uccisioni di poveracci, di
poliziotti e di leaders locali del CPM… hanno persino attentato alla vita di
Buddhadeb Bhattacharjee! La violenza si è intensificata dopo che uno dei loro
leaders più importanti, Chatradhar Mahato è stato arrestato, utilizzando come
esca un poliziotto travesto da giornalista…certo, i naxaliti sono stati discriminati
per tanti anni dal governo, ma non è un caso e mi preoccupa il fatto che siano
riapparsi proprio quando il Left Front aveva difficoltà nel condurre in porto i
progetti di sviluppo, cioè l’industrializzazione. I maoisti sono riusciti a spostare tutta l’attenzione dal Land
Aquisition Act, storia del passato, ormai, al loro movimento, proprio dopo che
la questione di Singur e Nandigram e’ apparentemente finita e la gente se n’è
anche dimenticata…La societa’ civile ha accusato il governo e la gente
ha reagito …come si è visto alle ultime elezioni generali. I maoisti stanno
acquistando sempre più forza e danno le armi alle persone dei villaggi. Si sono
ricompattati e, attraverso una guerriglia sanguinosa, come hanno sempre fatto,
puntano a smantellare il governo con gli stessi metodi usati in Andhra Pradesh… tutti ne parlano, dalla BBC al Times
of India… e persino i media hanno favorito la
loro ascesa attaccando il governo e spostando moltissimi voti di sostenitori
“storici” del CPM al Trinamool…Sapete che il primo ministro Manmohan
Singh li ha definiti “la principale minaccia terroristica per l’India e la sua
democrazia?”
“Note” (“Ritorno alla luna”
1) Fuori, all’aperto. No, stavolta non si può dire che in India non cambi mai niente. L’apparenza di Calcutta è cambiata e anche la nota che sento nell’aria. Parlo proprio di una nota musicale. Eminem mi aggredisce mentre guadagniamo l’uscita dell’ufficetto lasciando Meera alle sue convinzioni audio-video-dirette e ai suoi sogni di alveare condizionato con ipermercato annesso. La nota esce da un transistor che un venditore stradale propone in mezzo ad altre cianfrusaglie elettroniche. “Like? Like?”, mi chiede e non so cosa rispondere. Ne parlerò con Mahaswheta, se ci vado. Eppure, le facce dei poveri sono sempre belle. Li hanno spostati un pò più in là, in periferia, tipo vicino all’aereoporto, adesso Kolkata deve attirare per il suo orribile shining, ma ci sono sempre. Il boom economico avra’ pure cambiato la città, ma loro sopravvivono anche alla cementificazione; sopravvivono a tutto. “E’ uno sgarbo della natura quello che fa nascere figli bellissimi ai più poveri dei poveri e figli slavati, orrendi, fatti col copia-incolla, ai più benestanti?” “No, è una grazia della natura”, mi risponde Pandit, sorridendo. E andiamo. Verso un autobus che ci scaricherà a Nakthala dove un amico attende di essere prelevato. L’amico è bello e fieramente povero, è il mio secondo “contatto principale”. Si chiama Deepak e sarà il mio accompagnatore quando Pandit mi saluterà perchè per lui è meglio non proseguire. Artist, Sankha Banarjee Qualche ora dopo (“Ritorno alla luna” 2) L’appuntamento è per le 17. Dall’unica stanza di un mini-appartamento scruto la finestra come il tenente Drogo attendeva l’arrivo di un inesistente nemico. Ma quale minaccia? Quale “singolo massimo pericolo per la sicurezza interna dello stato indiano dall’indipendenza a oggi?” (Manmohan Singh o aveva bevuto o ci fa, poi spieghero’ perche’). Quello che arriva a casa di Deepak e’ uno di quelli a cui puoi dare solamente fiducia; e da subito. Perche’ la fiducia se l’è guadagnata con una fame incisa sull’autostrada della sua faccia, con le mani callose da contadino e con quell’autorita’ che gli viene dall’aver molto combattuto. Avrà una cinquantina d’anni. “E’ un luogotenente dell’esercito naxalita”, mi dice Deepak
e io sono sempre più convinto del fatto che questo grave pericolo maoista non
sia altro che una bufala, di quelle che circolano per strada in India e che però,
occupando i binari, fanno fermare i treni per un pò. Almeno per un pò. Glielo
dico. |

E' impossibile pubblicare tutto... Riporto alcune tra le
parti che mi sembrano più significative, cercando di restituire anche (per
quel che posso) un pò dell’atmosfera in cui si è svolta la conversazione.
Ghopal dice:
“…I tribali non daranno mai credito ad un’ideologia totalitaria con un faccione (really big face) che li sovrasti disciplinandoli ed uniformandoli a una dottrina a loro estranea. Hanno già le loro divinità e una cultura che non viene dall’istruzione scolastica, ma da tradizioni millenarie. Sono gente libera, che vive a contatto strettissimo con la natura, hanno la liberta’ scolpita dentro e nessuno potrà togliergliela. Se il governo indiano li avesse lasciati liberi di esistere a modo loro, la loro storia sarebbe andata in un modo differente. Alcune tribù sono state convertite all’hinduismo o all’Islam, altre al cristianesimo, ma si tratta di un sincretismo religioso con caratteristiche singolari, secondo i casi. La maggior parte poi ha le proprie divinità e una spiritualità animista.… Sono persone che, in maggioranza, non sanno neanche dove si trovi l’India su una carta geografica, dal momento che non ne hanno mai vista una. E neanche Delhi o Kolkata... No, certo che non aspirano a vivere dentro un alveare…se si sono armati non lo hanno fatto per poter accedere ad uno stile di vita che non sarà mai il loro, ma perchè il governo, che li ha sempre perseguitati, o ignorati – e quest’ultima cosa non è detto che fosse un male – , è determinato a strappargli le terre in cui abitano. In tante zone i militari e le truppe di paramilitari, oltre a molestarli, hanno cominciato, ad uccidere le persone come fossero insetti fastidiosi; struprano le donne e incendiano i villaggi in un crescendo di violenza. La loro è una resistenza a una guerra dichiarata e di violenza estrema. Per i contadini poveri è differente, però anche loro sono minacciati e insieme, tribali e contadini poveri sono oggi, i veri ribelli che animano per tutta l’India una protesta popolare inarrestabile. Gli adivasi sono esseri umani pronti a morire combattendo piuttosto che consegnare le proprie terre per andare a morire comunque nelle città, ma sono anche pronti a dare la vita per la libertà di esistere liberi. I maoisti sanno che non hanno probabilità di successo se non accettano la cultura dei membri del loro esercito. Assolutamente nessuna…Potrebbero anche avere in mente di prendere il potere con la forza ma, di fatto, lottano con noi per difendere vite estremamente a rischio”.
- Due domande: ritieni possibile che il “progresso”
dell’India possa avvenire solo contrapponendosi ad altre modalità di esistenza?
C’è veramente un’irriducibile opposizione tra “civiltà”
e mondo pre-moderno, arcaico (per usare i termini che leggo più spesso sui
quotidiani, qui, a Kolkata)? E ancora: Deepak ti ha appena
presentato come un luogotenente naxalita... Che significa?
“La prima è una domanda complessa. Potrei
risponderti che ognuno ha diritto alla propria storia e al proprio tipo di
sviluppo, ma sarebbe una risposta solo “apparentemente” accettabile.
Infatti, è anche la risposta conclusiva di tutti i meetings sull’argomento ai
quali ho partecipato nei tempi in cui frequentavo gli studi. In realtà, si
trattava solo di raduni di rane e serpenti che prendevano molti
soldi – e molti ne prendeva l’Università o la struttura ospitante – per parlare
di niente. E non concludevano niente...non potevano avere alcuna efficacia sul
piano pratico e queste frasi prefabbricate nascondono sempre una
menzogna. Non è affatto vero che ciascuno abbia il diritto di
svilupparsi a proprio modo…sarebbe vero in un mondo in cui non esistesse la
sopraffazione. Dove esiste una strutturazione basata su un sistema di potere
che oggi puoi definire liberismo, ma che, sotto altre denominazioni, è esistito
da un’epoca molto antica... è come se l’albero del pane fosse stato distorto e
avesse continuato a infestare della parola “dominio” tutto il terreno,
distribuendo briciole, avvelenate della propria malattia, solo ai suoi
sottoposti. Io credo che debbano avere diritto pieno di esistenza libera solo
coloro che, di quel pane, non hanno assaggiato neanche le briciole. Libertà e
liberismo non coincidono, come sappiamo, ai padroni del mondo non deve
essere più permesso nulla. Il loro “progresso” è lo
snaturamento dalle radici umane dell’esistenza perchè può avvenire solo
poggiando sulla schiena di altri. Nessuna comunità tribale si muove in questo
modo, i valori e contesti sono tutt’altra cosa e non possono essere misurati
col metro dell’arroganza e dell’ignoranza di chi ha il potere. E’ quel tipo di
“civiltà del potere” ad essere in aperta antitesi con valori
che definisce “arcaici” per denigrarli di fronte a una “splendente”
modernità.… ma stiamo parlando dei valori alla radice degli esseri umani! In
questo senso, questa “civiltà” è in antitesi con la tradizione. Un’altra
civiltà potrà svilupparsi a partire da un altro modo di concepire
l’esistenza”.
- In occidente, molti anni fa, si contrapponeva il
mito del buon selvaggio alla civiltà moderna corrotta, ma anche questa era una
trappola. Da ciò che dici mi sembra di capire che si tratti piuttosto di
qualcosa di molto più profondo, che ha a che vedere con la lotta contro il
potere da parte di chi lo subisce. Io non credo che il termine “sviluppo”
sia quello giusto, per me i termini andrebbero ridefiniti tutti. Sviluppo di
che? E per chi? Per che cosa?
“Sono d'accordo e tu hai afferrato molto bene il senso
di ciò che ho detto. E' proprio qualcosa di molto profondo quello che dovrà
essere portato a una nuova luce...Io faccio parte di un gruppo di persone che
si sono ribellate in un piccolo distretto del West Bengal (n.d.r. il
nome non lo scrivo, motivi ovvii). Anche il termine “luogotenente” è
sbagliato e andrebbe rivisto. Io preferisco definirmi un “nullatenente”!
(n.d.r. il gioco di parole e' possibile solo traduzione in italiano).
Io e mia moglie siamo diventati contadini per scelta e, da tantissimi anni,
viviamo a fianco di una popolazione tribale. Siamo entrambi di Kolkata e non
“figli della foresta”, ma nè io nè lei avevamo più una famiglia e ci è capitato
di entrare in contatto con la resistenza di questa comunità. Abbiamo imparato a
vivere in un modo differente da quello al quale eravamo abituati, ma non
“sottosviluppato”. Non concepisco la vita distribuita su una scala
gerarchica, pur essendo nato in una famiglia rigorosamente hindu. Io e Veka
pensiamo che possano esistere molti piani paralleli dell'esistenza,
anche in senso storico, impossibili da paragonare uno all'altro. E abbiamo
fatto una scelta”.
- Si, ma le parallele non si incontrano mai...
“No, questo non lo credo. Il nostro è un caso
particolare ma, in linea generale, penso che sia molto importante che ci si
possa incontrare nelle radici, per poi unirsi nella concretezza della realtà.
Se ciascuno si desse da fare principalmente nel posto in cui è nato per
ottenere che tutte le resistenze di tutto il mondo possano entrare in contatto
tra loro ed unirsi, le parallele troverebbero un punto d'incontro. So che
e' il lavoro che state portando avanti e mi sembra veramente importante. Per quanto riguarda la seconda domanda... i naxaliti sono i ribelli dell’India di oggi! E
io sono un ribelle. I maoisti costituiscono una parte di migliaia di
organizzazioni che combattono, in India, da molto tempo prima della loro
comparsa. In West Bengal e in Orissa hanno
spaventato molte persone con una serie di omicidi
di quadri del CPM. Ma non credo che sia la strada migliore per mutare lo stato
delle cose. Quanto al Maoismo, quella pagina di storia e’ morta e sepolta,
anche se sono in molti a fingere che sia resuscitata”.
A che scopo?
“Per interesse!”.
Prende con delicatezza un foglio di carta dal mio block
notes e fa una cosa che non mi sarei mai aspettato. Deepak è un ottimo
interprete, ma non credo sia un grande medico, perchè la ferita di Ghopal
continua a buttare sangue; Ghopal ne lascia cadere alcune gocce sul foglio
e, ad ogni
goccia, attribuisce un nome.
“Ecco…ti dico chi ne trae vantaggi…Il governo (una goccia). Cerca di terrorizzare la middle class, che sta
conoscendo un benessere prima sconosciuto e le upper classes, che hanno
privilegi da sempre. Il governo fa quello che fece Roosweelt per convincere gli
americani ad entrare in guerra contro la Germania…utilizzò i media per simulare
che i nazisti avessero in mente di attaccare gli USA…è anche quello che ha
fatto Bush II per avere il pretesto di attaccare l’Iraq…quello che fa
continuamente il governo centrale dell’Unione indiana per giustificare gli
attacchi ai musulmani in India e in Kashmir…e quello che, mi sembra, abbia
cominciato a fare il governo italiano per liberarsi di persone che gli sono
scomode. Tutto questo gran parlare di Maoismo
serve a stroncare i movimenti di resistenza contadini e tribali. I media sono pagati per diffondere, attraverso i
loro canali, notizie sulle atrocita’ che avrebbero commesso e ricondurre
centinaia di movimenti a quell’unica denominazione: “Maoisti”, o “simpatizzanti Maoisti” per farli fuori tutti in un
colpo solo. E’ veramente importante
ripetere che “naxalita” oggi significa solo ribelle e che non tutti i ribelli
sono maoisti. Prendiamo il caso di Lalgarh, a meno di 200
chilometri da Kolkata (Km.170). La JSW Steel sta impiantando lì vicino
un’acciaieria del valore di quasi dieci milioni di dollari. Dove c’è un
progetto industriale “devono” esserci i maoisti. Così sono arrivati sul posto decine di migliaia di poliziotti e
truppe paramilitari con l’ordine di uccidere perchè
la compagnia potesse cominciare a scavare. Dopo la figuraccia fatta a
Singur e a Nandigram, non distorcono neanche più trattati come il Land
Aquisition Act . Ora vanno subito con i militari e le squadracce, uccidendo e
bruciando. La popolazione si è ribellata, e’ insorta. I
maoisti hanno partecipato ad una rivolta di massa i cui protagonisti sono stati
i contadini poveri e le minoranze tribali; hanno organizzato questa protesta
conducendo la lotta armata arrivando a dichiarare Lalgarh “zona
liberata”. Hanno aumentato influenza e potere, ma è anche vero che il
governo li ha fatti tranquillamente tornare nella giungla proprio mentre
inseriva il Cpi (m) (n.d.t. Partito Comunista Maoista dell'India) nella
lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche...con licenza di
uccidere o arrestare anche i sospettati e i simpatizzanti. In realtà
sono fuorilegge tutte le resistenze popolari definite tutte “terroriste” e
fiancheggiatrici. E molti movimenti separati,
fiancheggiatori dei maoisti, legati
anche loro al Trinamool Congress... quello di Kobad Ghandy, ad esempio, o
Chatradhar Mahato, recentemente arrestato… A Lalgarh ci sono una
quantita’ di altre formazioni ribelli , è la popolazione che ha dimostrato
di saper tener testa al governo! Sicuramente anche i maoisti, ma non solo loro! E la minaccia vera, è il terrorismo di stato,
sostenuto dalle rane e dai serpenti – ancora! – che
invadono il paese. Altra goccia:
le multinazionali. Il CPM ha ogni responsabilità
dell’essersi alienato la propria base elettorale e del suo attuale trovarsi
sull'orlo del precipizio. La sua politica sciagurata lo ha portato a divenire
schiavo (slave) delle multinazionali e delle grandi famiglie di
capitalisti e industriali indiani e occidentali. Serpenti, anche
dell’India, che gestiscono imprese e affari in varie parti del mondo e non si
preoccupano di chi c’è al governo, nè del popolo indiano, basta che gli si
obbedisca e possano continuare a riempire la loro pancia. Le grandi multinazionali acquistano i governi, pagano le campagne elettorali,
i media, e le NGO delle corporations, ma dietro tutto questo c’è un
sistema mafioso che ha terminali ovunque nel mondo. Ti dico una mia opinione
personale: è proprio questo sistema che ha determinato la crisi in America e in
Europa. Anche l’accanimento sull’industrializzazione dell’India perseguito dal
governo centrale e, qui in West Bengal, da Buddhadeb Batthacharjee, non mi
sembra una strada scelta per “sviluppare” il paese, piuttosto qualcosa di
eterodiretto. Ho sospetti, ma non ho prove...I nuovi corpi speciali di milizie
armate che il governo centrale e quello del West Bengal stanno continuando ad
approntare servono a liberarsi dei tribali e dei contadini poveri ...almeno,
nelle loro intenzioni… Non è una novità, nel mondo, il fatto che le
foreste debbano essere distrutte per diventare sede di impianti industriali,
estrattivi, di coltivazioni legate al grande business dell'agricoltura...
insomma, tutte quelle strutture funzionali alla “modernizzazione”. Pensa a ciò
che è successo in Brasile…Qui, le aree urbane sono state stravolte e il
paradosso è che la recente crescita della ricchezza di alcuni, che ha
accentuato in modo spaventoso il divario tra città e villaggi... già non è più
sostenibile! Grattacieli in città e stragi di contadini e tribali nelle
zone rurali e nelle foreste... e un'economia che sta andando in panne...i
processi della globalizzazione hanno intensificato la rapacità delle corporations che, da anni, hanno firmato accordi con i
governi locali. I nostri boschi e colline sono bucherellati da un
incredibile numero di “carote” attraverso le quali gli ingegneri delle
compagnie hanno da tempo trovato una quantità di minerali preziosi…la giungla
sembra la luna, con la differenza che la luna è disabitata. Qui, invece,
esattamente come in Brasile, gli abitanti di queste zone sono di troppo. E’
importante sottolineare che i fuoricasta, i lavoratori, i contadini, non sono
in guerra tra loro e non c’è alcuna classe operaia legata al mito
dello sviluppo, anche a costo di allearsi col gran capitale contrapposta a
contadini e tribali. Questo tipo di guerra tra poveri e’ un’invenzione.
I poveri, fuoricasta, contadini, operai, senzatetto, tribali, sanno benissimo
che la mafia del capitalismo è il loro vero nemico”. Mamata Banerjee, (goccia) un’opportunista corrotta, un’arrampicatrice da
circo senza alcun ideale che non il proprio personale interesse; ha riportato un successone alle ultime elezioni generali, è
diventata ministro delle ferrovie perché si è presa il merito di aver difeso i
contadini espropriati dai progetti industriali del governo di
Bhattacharjee...ha siglato un accordo che
ha avvantaggiato il Trinamool Congress, si è ammantata di un consenso
crescente per arrivare a vincere le elezioni dell’Assemblea del 2011. I maoisti
hanno contribuito al suo successo per ragioni strategiche. Ma, per
loro, non e’ questione di vita o di morte che il Trinamool vinca le
elezioni del 2011. Mamata cercherà di gettarli a mare, se mai dovesse
vincere, ha voluto questa alleanza solo per opportunismo, ma ha contratto
con loro un debito che dovrà risarcire. Non investirei una rupia sulla sua
“lunga vita”. In ogni caso, è anche lei che ha contribuito a dare loro risalto
e a farli emergere. Trovo assolutamente ripugnante l’atteggiamento di quegli
intellettuali che l’hanno sostenuta per opportunismo o per l’illusione di
sostenere così le lotte dei contadini…davvero ripugnante …serpenti…”
Interrompo:
- Ma...anche Mahaswetha Devi ha votato
per lei...lo sanno tutti...
“Mahaswetha è una donna
molto anziana e non in buona salute. Lei è una delle persone
più riconosciute da cui Mamata ha avuto supporto, dopo i fatti di
Singur e Nandigram. Non so se il suo appoggio sia stato dato proprio per
favorire Mamata, quello che è certo è che anche altri intellettuali continuano
a sostenere apertamente questa ridicola trafficante che potrebbe diventare il
prossimo primo ministro del West Bengal. Sono serpenti,
come ti ho già detto, e qualche rana...In ogni modo, le prossime
elezioni vedranno una scelta “tra il diavolo e il mare oscuro”. Parlando
in generale, se Mamata arrivera’ al potere nel 2011, non sarebbe da
interpretare come un verdetto “a suo
favore”, ma “Contro il Fronte delle sinistre” (Left Front)...per la maggior
parte, anche se non interamente... In Mamata, il governo di
Buddhadeb ha trovato un’opposizione “istituzionale” per la prima volta in 32 anni, “dal nostro punto di vista”,
non cambierà molto, nella sostanza... Da ultimo,
i maoisti stessi (gocce)
traggono vantaggio dalla loro stessa criminalizzazione. Ganapathy ha rilasciato, il 17 di ottobre,
un’intervista su Open magazine. Ha ribadito le sue posizioni da anziano
leader e un’ideologia totalitaria che non permette dissenso, non persuade,
contiene reticenze e bugie, lascia trasparire le connivenze col Trinamool
Congress e persino col CPM…nessuno prende sul serio tutto
quell’armamentario di retorica e il suo esercito e’ fatto di persone analfabete
…dunque….si è trattato di un’operazione mediatica, l’intervista
potranno leggerla solo quelli che sanno leggere. E’ destinata agli
alfabetizzati e, auto-attribuendosi importanza, facilita il progetto del
governo, che è proprio quello di esagerare l’impatto del loro movimento in
India. L’esercito di Ganapathy lo ascolta e lo seguirà, ma solo finchè si
occupera’ di problemi veri, concreti, vivendo e lavorando insieme a
loro. I Maoisti sono un movimento politico che cerca di organizzare una base
composta da senza terra, contadini poveri e adivasi, ma non potranno mai
utilizzarli per prendere il potere. E' questo
il punto importante”.
- Che rapporto hanno, oggi,
le persone povere col marxismo?
“Questo e’ un altro punto
importante. Non è la prima volta che vieni
in Bengala e sicuramente avrai visto, sui muri dei villaggi e a Kolkata, una
quantità di simboli comunisti e tantissimi manifesti che riproducono i
visi dei quattro santi protettori: Marx, Lenin, Stalin, Mao. Sono sempre stati
opera del governo e dei tantissimi piccoli partiti extraparlamentari. Il
governo soffriva di una qualche schizofrenia perchè continuava a pagare
attacchini e cartellonisti senza smettere di definirsi marxista e, al tempo
stesso, si stava completamente vendendo: ora teorizza l’economia di
mercato ed esalta gli investimenti stranieri come mezzo per
liberare le masse dalla povertà.
E' diventato improvvisamente liberista? In realtà, il Left Front,
in West Bengal, ha deviato dalla sua ideologia già molto tempo fa...da lungo
tempo non è affatto di sinistra, non ha piu' nè princìpi nè ideali, nè
ideologie. Adesso sono i piccoli partiti a continuare
a riempire gli angoli della città con lo stesso tipo di manifesti, per farsi
pubblicità ed affermare che loro sono comunisti sul serio. E i maoisti,
ovviamente...L'India ha sempre tentato di industrializzarsi...il West
Bengal invece, per tanti anni, è stato un posto dove una forma di
statalismo ha fatto fuggire le industrie locali perchè i lavoratori
erano organizzati in sindacati fortissimi. Il governo sapeva di
essere sostenuto dai contadini e il modo in cui era arrivato al potere, perciò
ha cercato per tre decadi di lavorare soprattutto a favore delle campagne,
anche se meno bene di ciò che si dice in giro perchè ha privilegiato alcuni
distretti rispetto ad altri. I contadini hanno continuato a votarlo
così a lungo perchè credevano in tutte le promesse che gli venivano fatte;
speravano che, prima o poi, sarebbero state esaudite...tutta questa mitologia
del Bhudda Rosso è sempre stata uno strumento per tenere tranquilli i contadini
più poveri che sono stati sempre discriminati e non hanno mai smesso di
combattere contro lo strapotere di “zamindar” e contro un sistema che creava villaggi “quasi
modello” e ne emarginava altri. Gli Adivasi,
poi... sono gli “abitanti originari” (dell'India),
ma gli indù li hanno sempre trattati da selvaggi miscredenti, perchè non
hanno origini ariane e praticano religioni differenti...non possono veramente
essere inseriti nella stratificazione della società indù. La Costituzione
dell'India li definisce “scheduled
tribes” (n.d.t. tribù inventariate), per classificarli in
qualche modo e riconosce loro alcuni diritti basilari; nei fatti però
sono trattati come fuoricasta. Il diritto di esistere e vivere nelle terre
che abitano da sempre gli viene riconosciuto solo per scritto ...ma
appellarsi alla Costituzione è inutile, gli indù non li amano e non
sarebbero per nulla dispiaciuti se cessassero di esistere. Certo, parlo per la
generalità degli indù, ma devi capire che questa società è molto corrotta e
molto chiusa in sè stessa. Ora, dal momento che c'è questo nuovo
benessere, la middle class teme che possa essergli portato via da persone che
considera in fondo dei selvaggi, proprio come li consideravano gli inglesi ai
tempi dell'impero britannico.”
- Quando parli della
“schizofrenia” del governo,
intendi dire “trasformismo”?
“Esattamente”.
- Però non hai risposto
alla mia domanda sul marxismo...
“Ti avrei risposto, è solo che...”
Si volta verso Deepak , con un velo di
disappunto: “Deepak! Il tuo impacco di radici non funziona! Devo aspettare di
tornare a casa per essere medicato? Guarda, continuo a
sanguinare...”.
Io, che sono abituato ad interpretare le allegorie,
penso che intenda dire chissachè e mi stupisco della risposta
semplice dell'altro compagno: “Non ho
altro...” “Non preoccuparti, passerà da solo”.
Poi, si rivolge a me: “Ascolta, io non mi permetterei
mai di offendere, di denigrare in qualche modo tutte le persone che, in
tutto il mondo, hanno combattuto per gli ideali del marxismo e ancora
combattono...tutti quelli che sono morti o che hanno passato la vita in
carcere...I combattenti per la libertà vanno onorati sempre. Anche io, da
studente, mi sono avvicinato alle teorie marxiste... siamo in West Bengal! Ora
penso che, di quelle teorie, vadano salvati gli ideali, non l'impianto
ideologico. Ideali ed ideologia sono cose molto differenti. I primi
ti fanno andare avanti, la seconda ti irrigidisce in una serie di
regole che non e' poi troppo diversa da un impianto di casta. Leader maximi,
ministri e sotto-ministri, eserciti di difesa di qualcosa che diventa così
lontana dal popolo...destinato solo a ripetere certi slogans e supportare un
impianto burocratico che non lo tutela più. Anche la versione rurale del
marxismo prevede una struttura rigida e non può durare nel tempo perchè tutto
cio' che è rigido uccide, per definizione, come anche tu mi hai detto.
Sicuramente quando esistevano ideologie contrapposte c'era almeno possibilità
di scelta, oggi la scelta è un'altra. E' quella tra una democrazia stanca,
se pure mai esistita, e qualcos’altro che andrà a sostituirla. Sicuramente qualcosa che non nasca da intellettuali,
bensì direttamente dal popolo. Le
popolazioni povere dell'India non hanno studiato i testi marxisti, hanno solo
creduto a chi gli diceva di essere dalla loro parte e, in diversi casi, lo era.
La resistenza rurale, però...qui e anche parlando in termini
generali, ha l’eterna forma della lotta dei poveri contro i ricchi che
esistono proprio perchè creano i poveri.”
“Te l’avevo detto che era la persona giusta con cui parlare”, interrompe
Deepak, offrendoci acqua pulita versata da una brocca e bocconi di
riso avvolti dentro una foglia.
- Dunque, la classe media
non ha futuro...
“Assolutamente nessuno. Te lo ripeto: i media, molto lontani dall’essere obiettivi, sono pagati per manipolare l’opinione pubblica mettendola contro chiunque si ribelli, definendolo “Maoista” per creare un terrore diffuso che giustifichi uno stato di polizia, con leggi speciali e forze militari specializzate allo scopo di “snidarli”. Le NGO di proprietà delle corporations, danno ordini anche al governo. Gli intellettuali sono barricati dentro i loro comitati per i diritti umani, di cui la maggior parte non è che una massa di opportunisti che segue la moda. Le moltissime organizzazioni per i diritti civili, composte quasi interamente da rane e serpenti, hanno solo pochissimi attivisti che fanno qualcosa in più che non l'organizzare raduni... La middle class non ha un cuore, ha un peace maker fin che si tratta di chiacchiere che non vanno ad intaccare i suoi interessi. Dopo di che, ha un war maker. Tra i gruppi che operano nel campo delle libertà civili, ci sono anche autentici serpenti che pragmaticamente mescolano liberali e sinistra radicale…puoi immaginartelo? Insieme non vanno da nessuna parte, cercano solo di creare confusione. Tra gli attivisti onesti, forse uno è Balagopal, che avete conosciuto lo scorso anno, quando si occupò con successo della vicenda di Debashish, che si trovava in carcere, “sostenuto” da un avvocato imbroglione. Anche in quel caso non si risparmiò e non fece sconti a nessuno: nè ai Maoisti nè ai loro metodi, che sono spesso veramente brutali. Nè ai falsi marxisti di governo nè ai loro leader, tutti diplomati in economia aziendale. Ma, per questi pochi chicchi di riso - ne butta tre o quattro sopra il “disegno” - la maggior parte sono rane e basta. Proprio come quelli che si definiscono pronti a un’insurrezione armata, ma riferendosi allo sterminio delle erbacce nel giardino di casa loro. Ce ne sono da voi?”.
- Una marea…
Segue un minuto di silenzio.
Ghopal getta anche i brandelli della sua fasciatura sul “disegno”. Si è fatta
notte. Penso di avere abusato della sua pazienza e di quella di Deepak,
anche se loro non danno alcun segno di stanchezza.
- Che cosa possiamo fare “con” voi?
“Credo che la cosa migliore sia quella di diffondere
informazioni corrette. Non però per cercare solidarietà nella cosiddetta
“società civile”. Quelli ci vogliono “civili” a modo loro! Siete stati qui per
anni e ho conosciuto alcuni dei vostri militanti, tempo fa. Non mi pare che
sappiate muovervi male in ambienti poco “civili”…Anzi, ho apprezzato sempre
molto il vostro lavoro…dunque…”
Ho almeno un'altra cosa da
chiedergli:
- C'è un'ultima domanda,
che mi è stato chiesto di farti. Come sarà possibile, senza una teoria i
riferimento, magari anche senza dei veri leaders, affrontare una sfida mortale,
che vede da una parte un intreccio di interessi che dispongono di armi
micidiali, da quelle della propaganda a quelle atomiche, e dall'altra un
universo di persone che non hanno nulla e dove l'uno non comprende neppure la
lingua dell'altro?
Lo sento ridere di cuore, per la
prima volta in tutta la conversazione. E, quando ride, mi ricorda la persona
che mi ha chiesto di porgergli questa domanda. Come vedere uno spiraglio di
cielo in mezzo al sangue, alla morte, alla crudeltà e alla meschinità del
mondo.Una speranza e una sicurezza allo stesso tempo.
Risponde, con l'identica
certezza, con una frase che contiene tutto e che non mi spiega, lasciandomi
libero di interpretarla da me: “Questa e' l'ultima guerra”.
***
Non dò conto di come ci siamo salutati, nè del
lughissimo lavoro di Deepak, che ha di nuovo tradotto tutto incidendolo sopra
un'altra cassetta. Ne terremo una ciascuno. Nè delle tante domande che ho
fatto anche a lui, tra queste riporto solo la sua risposta al perchè Ghopal si
esprimesse in una lingua a me sconosciuta, pur conoscendo benissimo l'inglese,
costringendolo a fare da interprete:
“E’ proprio perchè ha studiato che ha dimenticato l’inglese. Lo capisce
perfettamente, ma non sa più parlarlo. Dice che si tratta di una gran fortuna
perchè non ha mai trovato poesia nella lingua inglese.”.
***
Farò avere questo breve testo a Ghopal. Capirà
sicuramente il perchè.
Roma. Leggo l’articolo di Arundhati Roy, per “Outlook”
http://ambainny.blogspot.com/2009/10/arundhati-roy-in-outlook.html
Ragionieri dell’ambiente e del sociale al servizio degli interessi di politicanti
e geopoliticanti, miracolanti e miracolati, folgorati dal miracolo economico,
ancora a discutere su pacifismo e lotta armata, persi nei propri intrighi,
ciechi come talpe: non c’è più tempo (per fortuna). Questa
e' l'ultima guerra.
Stefano Ledda
IL GRANDE BLUFF
I naxaliti indiani e i maoisti
di Paolo De Cinque
(PRIMA PARTE)
PRIVEE’. Quello che sta accadendo in India è serio e intricato. Il Paese, in corsa per accreditarsi tra le prime potenze economiche al mondo, vede al potere l'UPA (United Progressive Alliance), un governo di coalizione guidato dal Congress Party, riconfermatosi alle elezioni del Parlamento nel 2009. Nessun partito singolo aveva ottenuto, in realtà, un mandato per governare; giocando di bussolotti, il Congress, con una maggioranza semplice, è oggi a capo di una coalizione che taglia fuori la sinistra parlamentare e include le destre. Le riforme liberiste, immediatamente ampliate nel 2004, procedono a ritmo esasperato e sempre più devastante col rinnovato mandato a Manmohan Singh (già artefice dell’apertura liberista a inizio anni ’90 col governo di Rajiv Gandhi). Ma sono chiacchiere, se non si vede come tutto ciò viene tradotto nella pratica. Sono in West Bengal, adesso, e giro per Kolkata.
LA CITTA’. Il cambiamento lo vedo. E articoli di
lusso, dentro le vetrine. Come i profumi tipo chanel n. 5, per esempio, che lo
sanno tutti che è stato inventato a Pannume, nella Calabria profonda, ma hanno
rifilato alla borghesia indiana la menzogna che sia francese. Sovrasta quasi,
con l’evidente intento di nasconderlo, il profumo dello zafferano e della
cannella. Le merci che arrivano dall’estero invadono pure i negozietti delle
periferie. Qui, oggi, se ti viene voglia di una spaghettata alla carbonara, hai
la possibilità di ordinarla quasi ovunque (sai che felicità per i musulmani).
Non ho con me dei pattini e perciò scivolo - malamente - sui marmi lisci e
nuovi di New Market e non mi pare possibile: in un quarto d’ora mi aiutano a
rialzarmi, mi incerottano e mi travestono da qualunque cosa io voglia, anche da
banchiere internazionale, o mi fanno i capelli come la moda giovanilista va,
disegnandomi in testa col rasoio quello che posso scegliere da un enorme
catalogo made in New York.
Potete non crederci. Venite qui e vedete. Parola chiave è: “vincente”.
Sta scritta dappertutto, è sbraitata ovunque, la formuletta magica di
quest’India che vuole vincere la guerra contro quella parte del proprio popolo
meno protetta - la stragrande maggioranza - e quella per scrollarsi di dosso la
sua immagine più vera. I negozi traboccano di prodotti “vincenti”. Inutilità da
tutto il mondo; migliaia di persone in affanno per accaparrarsele. In tanti
continuano a scommettere o a giocare a una qualche lotteria, come in Italia
tentano, col gratta e vinci, di uscire da una crisi profonda, economica,
personale, e collettiva. Però sono di meno. Oppure, lo fanno di nascosto. Altra
parola chiave, qui, è: “nascosto”. Mi chiedo: ma dove avranno messo l’altra
città? E dove hanno confinato le altre persone? Sottoterra, come fanno
con i carcerati di Minneapolis, sopra i quali passano lo shopping del sabato
pomeriggio, lo struscio della sera e gli accordi di funzionari internazionali
di genere vario, ma comunque loschi... oppure …?
“Qualcuno c’è, il giovane si portava addosso la lebbra
e, con i moncherini, trascinava la tavoletta sulla quale è inchiodato il busto
di un suo amico, lebbroso come lui”.
Me lo racconta Elena; con loro ha consumato un riso biryani
e bevuto acqua. Hanno parlato a lungo. I due ragazzi, in India, chiedono
l’elemosina. “Io, in Italia, ho perso casa e lavoro...Quello inchiodato sopra
la tavoletta ha il sorriso di un angelo”, dice, ma la serata è stata rovinata
da un giuggiolone palestrato travestito da Rambo che, più tardi, mentre lei
s'incamminava da sola a prendere l’autobus, l’ha avvicinata. Ha dovuto
sopportare l’esibizione di un centinaio di tatuaggi a colore, il racconto di
eccezionali capacità sportive + premi e attestati, una miriade di “ma che
brava”, “ma che caritatevole” e i “non credere che ci stia
provando con te, voglio solamente parlare un pò”. Prima del classico: “Quanto
per una notte?”. Nemmeno si capiva bene chi rappresentasse la merce offerta
e chi avrebbe dovuto pagare per la domanda. “Non era così l’India,
prima – dice – e ci ha vissuto a lungo, può esprimere un commento dotato di
autorevolezza –, anche questa città è cambiata”. Le dò ragione.
Tutto è diventato straripante, esorbitante, eccessivo. Ieri, tra le altre cose,
ho visitato una monumentale fiera del libro in una città semiparalizzata dal
traffico per potervi accedere. Grande e dispendiosissima idea, in un paese dove
la popolazione è ancora, per metà, analfabeta. Un’iniziativa per “vincenti”,
come il “Rajiv Gandhi Bandra-Worli Sea Link”, oltre cinque chilometri di ponte
costruito sul Mare Arabico, otto corsie, dieci anni di lavori,
cinquantamila tonnellate d'acciaio e novantamila di cemento, l’intervento
di undici nazioni tra cui Cina, Egitto, Singapore, Tailandia, Serbia e Svizzera
e 327 milioni di dollari per farci passare non meno di 150.000 vecoli al
giorno, a pagamento. Felici, gli abitanti ricchi di Mumbay potranno sorvolare
ad altissima quota il mare, i pescherecci, il nuovo “villaggio dei pescatori”,
Disharma, la baraccopoli di Dharavi e la povertà che
vogliono evitare di vedere e di far vedere (anche perchè è la povertà a pagare
il conto di questa e delle altre follie dei grandi speculatori di mezzo
mondo). Ma, è da sottolineare, non si tratta di cattedrali in
mezzo al deserto, ma di scempi compiuti ai danni, sulle spalle e in mezzo
a milioni e milioni di persone, una popolazione che vive in baracche di fango
con tetti di lamiera o di paglia.
In effetti, anche a Kolkata, nulla di quanto un visitatore
comune può vedere è per la gente povera. Quella deve scomparire, è divenuta
invisibile ai turisti e agli affaristi. Ma le baraccopoli restano;
superaffollate, decentrate, ma se lo vuoi le trovi. Vado spedito nella zona
est, in un posto sicuro che conosco. In questo slum vivono parecchi
giornalieri, della vicina fabbrica di manufatti d'esportazione. Vanno lì
all’alba e, se il lavoro c’è, bene. “E se non c’è?” Ramesh scuote le
spalle magre e mi cita tanti salmoni con le mandorle indiani e indo-europei
che, lanciatisi nel business dell’aiuto, non ci sono mai, ovviamente, dove e
quando serve. Potrei segnalargliene anch’io: qui, in Jarkhand, in Orissa e da
tante altre parti di questo continente, ma mi trattengo perché chissenefrega.
Io, cammino da me. (E non da solo).
A proposito di camminare, mi ferma durante
l’attraversamento di una stradina, un ragazzino sveglio e senza futuro. Mi
chiede qualche spicciolo e mi domanda se, anche dalle mie parti, esista un
mondo sommerso. Gli rispondo di sì, ma non so se intendiamo proprio la stessa
cosa. A Calcutta, stanno ricostruendo la città sopra le città invisibili e le
pareti delle case che, fino a poco fa, sembravano di carta velina, adesso non
lo sono più. L’architettura coloniale non è bella, ma almeno ti racconta una
storia, di oppressione certo, però anche di lotte: una Storia. L’architettura
del nuovo colonialismo ipermoderno, non solo non è bella, ma è del tutto priva
di storia, un pò come negli States. Ha finestre piccole e muri di cemento
talmente spessi che, dietro, ti ci puoi immaginare di tutto. E, infatti, di
tutto c'è.
Strano, parlare di architettura con un ragazzino senza
tetto. Eppure, ne sa più lui di Le Courbousier, che sicuramente è stato un
grande architetto, ma, per me, sta a Chandigarh come Renzo Piano sta al porto
antico di Genova. Un ascensore sul mare e tanti ponti sopra l'acqua che,
nonostante ciò, s'increspa e sale sempre di più. L’unica - irrilevante -
differenza è che Piano, a Genova, ci è nato e Le Courbousier era francese. Il
primo ha tentato di assassinare la sua città d'origine con l’high-tech. Il
secondo di reinterpretare in chiave inevitabilmente coloniale una cultura di
cui non comprese mai un accidente di nulla.
Ganesh è arrivato qui un mese fa, dal Tamil Nadu, fuggito
da adepti della Mère insieme a tutta la sua famiglia. Non ne potevano più.
Eppure, facevano rupie con gli occidentali “mio padre, come borseggiatore,
non lo batte nessuno”. E quattro paisa con tutti quei francesi - come Le
Courbousieur - che arrivano attratti da Aurobindo. Li definisce con un
termine che non posso trascrivere perchè questa tastiera non ha i caratteri
giusti, ma il cui significato è, più o meno: “scemi da paura”. Sicuramente da
fuggire. Ho conosciuto anche una donna, tra questi, in Italia, anni fa.
Un’anziana anoressica, borghese di Montesacro. Mi riempì di “letteratura” delirante
aggiungendoci – scivolosa – che io, come filosofo avrei
sicuramente capito e apprezzato… Ho saputo che, poi, lei è finita con i
neocatecumenali e ricordo di avere collocato i libri - letti, per mia sciagura
- dentro il cassonetto sotto la casa del mio Amore co la A grande (che, sai,
mia cara, il cielo più bello è, per me, sempre, quello che vedi tu. E il Paese
più bello è sempre quello dove tu abiti. Quale che sia. Fine
dell’interferenza personale-politica). Auroville. Persone che cercano
l’aurora dentro al loro personale tramonto e la mistica di un’incarnazione che
finalmente metta d’accordo tutti e tutto: fedi, nazioni, opinioni politiche,
identità sessuali, spirito e materia in grande pace e universale armonia. La
Pace. In Tamil Nadu. Dove la tensione sale come la marea perché, tra i Tamil
dell’India, in 26 anni di conflitto armato e
guerra di sterminio operata dal governo dello Sri Lanka contro
la minoranza Tamil, vivono rifugiati più di centomila loro fratelli,
fuggiti dall’isola, distante appena una striscietta di mare. Nonostante il silenzio di
stampa e televisioni, c'è un tam tam molto più potente di qualunque mezzo di
informazione di massa. Arrivano in Tamil Nadu le notizie del genocidio e
circolano ancora, come sempre, immagini clandestine di donne sventrate e
bambini fatti a pezzi. Pace grande ed universale armonia.
Ganesh non ha visto quelle immagini
perchè suo padre ha detto che ai ragazzini deve essere risparmiato l'orrore, se
no vengono su male e non si riprendono più. Però sa che, nonostante lo sterminio
dei ribelli separatisti dell’LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam) avvenuto un anno fa con l’uccisione anche di tutta
la leadership e del comandante storico Vellupillai Prabhakaran, la minoranza Tamil dello Sri Lanka è sotto rinnovato
attacco del governo razzista della maggioranza cingalese. E sa che oltre 10.000
sostenitori dei ribelli restano detenuti senza processo nelle carceri
militari, e altri sono ancora arrestati e uccisi.
Lo so anch'io. Nell’isola permane lo stato di emergenza e i centri di accoglienza obbligati per i Tamil
sfollati sono campi di concentramento dove oltre 200.000 persone subiscono
violazioni continue dei più basilari diritti umani. Esprimersi in Tamil Nadu a
favore del Tamil Eelam (uno stato indipendente per i Tamil dello
Sri Lanka) ha fatto sempre rischiare la galera (per via del National
Security Act) con l'accusa di agire contro gli interessi e la sicurezza
dell’India o di danneggiarne le relazioni con i paesi stranieri. La maggioranza
Tamil dello stato indiano si è però sempre mobilitata perché
il governo facesse pressioni su Colombo per l’immediata fine della carneficina e delle sofferenze indicibili inflitte da decenni alla popolazione del nord. Purtroppo, senza risultato. E la rabbia sale col quotidiano
arrivo di notizie relative a nuove violenze, soprattutto nei campi di
concentramento istituiti - non a caso - in territori come Vavunyia,
Mannar Jaffna, Mullaitivu, zone tra le più
disseminate di quell'incalcolabile numero di mine ed esplosivi
lasciati da oltre due decenni di guerra. Ordigni che, dal 1999 al 2008, hanno
ucciso 117 persone e ne hanno mutilate più di 1200. Più di 300.000 esseri
umani, costretti ad abbandonare le proprie case da continui bombardamenti,
torture, massacri (più di 70.000 morti, dal 1983) vivono praticamente reclusi, senza cure mediche,
senza niente, limitati nella libertà di movimento e lasciati morire di fame. Il
rientro a casa degli sfollati è stato possibile solo per poche migliaia di loro
e il processo viene appositamente rallentato col pretesto di scovare nei campi
eventuali appartenenti ai gruppi degli ex ribelli. Con la scusa della lotta al “terrorismo” i cingalesi al governo commettono un genocidio
contro un popolo allo stremo. I media non ne parlano
nello Sri Lanka perché l’informazione non è libera e gli squadroni della
morte uccidono le voci del dissenzo; in India, perché qui il governo
ha sempre cercato di sfruttare quel conflitto fornendo materiale e
appoggio logistico a Colombo. La tragedia continua e
la ripresa delle attività di sussistenza - che oggi preme ai Tamil più delle
rivendicazioni territoriali e indipendentiste - è
volutamente rallentata.
In più, l’LTTE, con un patrimonio di oltre mezzo
miliardo di dollari e appoggi finanziari e logistici in Europa e America, dove
ha avuto sempre anche intermediari per l’acquisto di armi, fa temere al governo
dello Sri Lanka una possibile riorganizzazione della guerriglia, nonostante che
il principale partito politico della regione, il Tamil National Alliance, si
dica pronto ad accettare la ripartizione dei poteri nell’ambito di uno stato
federale e dichiari che metterà in atto solo forme ghandiane di resistenza non
violenta se il governo non tutelerà i diritti dei Tamil. La ripresa della
guerra armata per una Repubblica Democratica Popolare del Tamil Eelam resta
però nelle speranze dei naxaliti maoisti indiani, pronti a fornirle leadership
e orientamento. La guerriglia è sicuramente una affare di imboscate, però
anche di soldi.
(SECONDA PARTE)
PRIVEE'. Ganesh, anche in Tamil,
viveva in un villaggetto con case di cartone e tetti di lamiera ondulata.
“Negli slums si riesce a starci ancora, dice la mamma”. Ha ragione. Fuori di
lì, l’aggressività della borghesia consumista è insostenibile. Mi chiedo
se non sia anche per questo che gli artisti non abitano più a Kolkata.
Trasferiti a Delhi, a Madras, a Goa, come un amico mio che stava a Naktala e
adesso fugge controstagione a Colva, a Malana, in altri posti ancora. I
nostri compagni qui sono rappresentabili in due gruppi (in contatto tra loro):
uno cerca di afferrare certe profondità e rimandare, a quelli che qualcuno
vorrebbe cancellare per sempre da questa terra, l'immagine della loro propria
bellezza. L’altro, più numeroso, fa la stessa cosa, con armi differenti.
COSE CHE SI SANNO (SOLO PER I NUOVI LETTORI). Nelle foreste profonde, in
West Bengal, Jharkhand, Orissa, Maharashtra, Chhattisgarh, ad esempio, i governi locali
(sostenuti dal governo centrale), in combutta con le industrie
multinazionali e le grandi compagnie minerarie, stanno attuando una guerra
di sterminio contro le popolazioni indigene Le centinaia di
Protocolli d’Intesa per miliardi di dollari firmati, negli ultimi sei anni, con
multinazionali indiane e straniere, significano morte per milioni
di tribali (Adivasi). Popolazioni da eliminare - e in fretta; le
azioni delle corporations sono già state quotate in borsa -, ma che resistono
con ogni loro forza, impedendo l'accesso alle proprie terre, richissime di
risorse. Negli ultimi sette anni più di 6000
persone sono morte a causa degli scontri. Qui, in West Bengal, il
governo di Battacharjee, fallita dopo 3 anni con grande spargimento di sangue
l’operazione di pulizia etnica tentata attraverso la milizia fascista del
“Salva Judum” (“Marcia della pace”!), il 26 gennaio 2010 ha lanciato l’Operation
Green Hunt, offensiva militare tesa ad annientare i tribali
di zone (oltre 1 terzo dell’intera India),
in gran parte ricoperte di foreste. La
stampa sostiene la necessità di spezzare quello definisce il “Corridoio Rosso
della guerriglia”, cioè la Compact Revolutionary Zone dei maoisti: migliaia di
chilometri sotto il loro controllo, da nord a sud e da est a ovest, coincidenti
con regioni tribali, foreste e risorse minerarie e naturali (bauxite,
ferro, uranio, diamanti, acqua...). Uno schieramento immane:
migliaia di truppe militari e paramilitari, basi aeree e di
terra, elicotteri, brigate speciali, forze di polizia e di confine, Naga
Battalion etc. ha l'ordine di sparare a vista contro qualsiasi cosa si muova.
La costruzione mediatica del pericolo maoista è iniziata da diversi
anni.
Nel 2005, Manmohan Singh, appena al potere, definì i
maoisti la più grande minaccia interna alla sicurezza dell’India, facendo
salire le azioni delle corporations perchè il messaggio vero, immediatamente
recepito, era: “libereremo quelle zone al più presto”.
Iniziò
l'assalto alle popolazioni tribali con paramilitari che aprivano
l'accesso alle truppe regolari: villaggi e case incendiati, devastazioni,
omicidii, corpi fatti a pezzi, stupri. Nel 2007, a Nandigram, la rivolta
contro gli espropri, al prezzo di decine di morti, feriti, stupri,
suicidii, fu vittoriosa contro l'indonesiano Salim Group, intenzionato ad
impiantare lì un polo chimico. A Singur, il governo di Buddhadeb Battacharjee
tentò, espropriando le terre di oltre 20.000 famiglie, di permettere
alla Tata-Fiat l'istallazione di una fabbrica di automobili con annessa
speculazione immobiliare; qui, la finta vittoria dei contadini, ha
restituito loro morti, fame, stupri, suicidii e, tramite un accordo
indecente, terre non più coltivabili per l'eternità. Nel
2009 Manmohan Singh affermò, senza mezzi temini, che il
persistere della guerriglia nelle zone ricche di risorse avrebbe ostacolato il
clima per gli investimenti. Pochi mesi dopo, decine di migliaia di truppe militari
e paramilitari attaccarono le aree tribali. In Chhattisgarh furono bruciati e spopolati 640 villaggi.
Centinaia di migliaia di persone sfollate, fuggite, emigrate, nascoste nella
foresta, impossibilitate a tornare alle proprie case; cinquantamila trasferite
in campi. (“Come a Sri Lanka?” “Sì, Ganesh, ma lasciami finire
la e-mail prima che chiuda l'Internet Point e, nel frattempo, non
distruggere il computer a fianco”).
La lotta di resistenza delle popolazioni
tribali indiane è la stessa combattuta in Afghanistan, Iraq, Honduras
e da ogni altro popolo aggredito dall'imperialismo. In West Bengal, il premier-ancora-per-pochissimo Battacharjee
mente al suo popolo dicendo di voler raggiungere il socialismo passando
attraverso il capitalismo, quindi per l'industrializzazione, l'economia di
mercato e gli investimenti stranieri; il Congress Party sta preparando il
terreno al ritorno della destra, come avvenne nel 1996 con il BJP. Il ministro delle ferrovie Mamata Banerjee si frega
le mani per il crescente consenso al suo partito, il Trinamool; dopo essersi
presa il merito dell'accordo, nel 2008, tra contadini di Singur e
governo del West Bengal, potrebbe vincere le elezioni
dell'Assemblea del 2011.
Ma qualcosa può andare storto.
Non perchè le signore “bene” delle upper classes la invitino e si facciano
fotografare con lei per riderle poi dietro le spalle scimmiottandone
la rozzezza (come fa questo ragazzino guardando il suo ritratto sul
calendario promozionale dell'Internet, e che tengo fermo sulle ginocchia perchè
non procuri danni). Ma neanche per la presenza dei maoisti. Da un
lato: la volontà di sfruttamento sfrenato di immense regioni rurali e
foreste operata dal governo centrale e da diversi governi locali dell'India in
combutta con grandi aziende multinazionali, utilizzando a scopo di genocidio
decine dei più micidiali battaglioni e truppe d'assalto. Dall'altro?
Eccomi al punto.
NAXALITI
INDIANI E MAOISTI. IL GRANDE BLUFF. Incontr(iam)o Pandit e Ghopal. Ghopal
si è fatto mordere da un altro serpente, stavolta al petto, ma la Resistenza
indiana ha una tempra fuori dall’ordinario. Gli Adivasi, forti di una
tradizione di resistenza armata millenaria, dopo aver resistitito all'invasione
ariana, a 200 anni di colonizzazione britannica, a governi della “nazione
indipendente-si-fa-per-dire” uno peggio dell'altro, sono costretti, ancora
oggi, a combattere per la propria sopravvivenza. Tutti i ribelli qui
vengono definiti “naxaliti”, dal villaggio di Naxalbari, - distretto del
Darjeeling, Bengala nord -, nella cui campagna, nel 1967, una rivolta
maoista di contadini Santhal, archi e frecce, capeggiati da Kanu Sanyal,
attaccò un latifondo e innescò 7 anni di ribellioni a catena. Repressi dopo
circa 10.000 morti, sotto la guida di Charu Mazumdar - teorico dell’annientamento
selettivo morto in carcere nel 1972 -, si riorganizzarono e unificarono nei
primi anni ’80 e, dopo varie traversie, nacque il CPI(Ma), il più noto tra i
movimenti naxaliti maoisti indiani. In India però - lo abbiamo detto più
volte e lo ripeto -, “naxalita” è oggi solo sinonimo di ribelle. Non tutti
i ribelli sono maoisti e i maoisti sono solo una parte, considerevole, nella
galassia di un incalcolabile numero di gruppi e movimenti di
resistenza, con una moltitudine di facce e sfaccettature, disseminati
per il Paese. Alcuni, spalleggiati da gruppi di città, partiti
politici, intellettuali, etc. Altri, collegati tra loro e, di solito,
clandestini. “Clandestino” è anche chi non scrive al governo per aprire tavoli
di trattative, non rilascia interviste e non si fa scoprire. Il nome non lo
conosci se non ci sei in contatto da tempo. Checché ne dicano i media e per
quanto il segretario generale del partito, Muppala Lakshman
Rao (Ganapathi), possa vanagloriare, i maoisti non sono gli unici a combattere
in India. Le cifre riguardanti i maoisti sono sempre volutamente esagerate
per demonizzare l'insieme dei movimenti rivoluzionari. Il ministro degli
interni Chidambaram ritiene che il loro numero sia raddoppiato negli ultimi 6
anni, fino a comprendere quasi 30.000 unità e che il partito maoista controlli
oltre 200 distretti. Lo afferma anche
G.N. Saibaba, Vicepresidente del Revolutionary Democratic Front of India (RDF),
federazione di organizzazioni rivoluzionarie che opera in 13 stati dell’Unione.
Affibbiare ai ribelli indiani un
unico nome permette di definire i contorni del “pericolo” agli occhi
dell'opinione pubblica e delle corporations. Sconfiggere un nemico senza nome e
con tante teste è indubbiamente molto più difficile di quanto non lo sia individuarlo
con arbitraria (im)precisione. I Maoisti non possono che essere contenti del
risalto mediatico che ricevono. Sui muri di Kolkata, dove trionfavano le
immagini dei quattro santi protettori (Marx-Lenin-Stalin-Mao), si moltiplicano
le scritte in favore della guerriglia e del Cpi-M
(m). Arundhati Roy, nel reportage “Walking with the comrades” (Outlook 29 marzo
2010) scrive: “...dove sono stata io, il 99 % dei combattenti maoisti sono
tribali. Non tutti gli Adivasi sono maoisti, ma tutti i maoisti sono adivasi”.
Avrei da dire sul sillogismo: essendo indigeni anche i maoisti, gli indigeni
sono maoisti. Se X ha occhi neri ed è Nepalese, lo sono tutti quelli con gli
occhi dello stesso colore? A parte questo, non ho ragioni per non crederle, ma,
come lei stessa aggiunge, i maoisti non sono tutti “buoni”, dipende dalle
regioni, dicono anche cose “da far venire i brividi lungo la schiena”. Ho con
me una copia della rivista. A me, i brividi, vengono immediatamente a vedere le
immagini di ragazzini col fucile. I bambini vanno tenuti fuori dalle
battaglie degli adulti. Sempre e comunque. E aggiungo: in ogni circostanza,
epoca e continente.
Ganesh s’è appollaiato sul muretto; guarda il passaggio, suddividendo le persone in “belle” e “brutte” secondo un criterio suo personale. Gli chiedo: “I maoisti?”. “Brutti”, risponde senza esitazione. “Perché?”. Non ottengo risposta.
A
parte le “Ombre Rosse”, che mi fanno pensare a John Wayne dopo il washing
brain, altre immagini, sempre su Outlook, mi rammentano quelle su carta patinata
della “storica” rivista “La Cina”, tradotta dal cinese per gli
italiani emme-elle degli anni '70; una sequela di foto di propaganda dove
uomini e donne in divisa militare, ma sorridenti, esibivano i mandarini (nel
senso dei frutti) più apparentemente appetitosi che mai abbia visto e
comuni popolari nelle quali discutevano e studiavano (nel senso di studios
cinematografici) uomini, donne e ragazzini, sotto un cielo di colore azzurro
sintetico. Non mancava l'improbabilissimo cinese con i braccioni che
incrociava, per più gloria dell'obiettivo (nel senso di obiettivo politico) e
in un trionfo di realismo socialista, una gloriosa falce e un assai poco
utilizzato martello. Tutto fasullo, come le visite guidate e ipercontrollate
nel corso delle quali gli occidentali - arrivati con viaggi organizzati da
Italia-Cina, ma non solo, venivano condotti a visitare fabbriche
modello, idilliache comuni e grandi balzi in-avanti che lasciavano
in-dietro una scia di decine e decine di milioni di morti e campi di
lavoro e di “rieducazione” forzati per una politica economica e
culturale folle e fallimentare. No, grazie. Sono allergico all'ideologia tanto
quanto alla propaganda e al realismo socialista, all'esercizio della
professione di operaio e a quella di coltivatore diretto (nel senso proprio
letterale: participio passato del verbo “dirigere”). Del resto, tra tutti i visitatori guidati
dell'epoca, non mi risulta che qualcuno ottenne - o sperò mai di ottenere - il
permesso a restare in Cina per occuparsi di risaie o di coltivazioni di thè.
I
maoisti indiani tentano di convogliare e avocare a sè varie resistenze e
movimenti indigeni. Ganaphati ha improntato
una sintesi di 2 ideologie pubblicata insieme a 5 documenti che sono manifesti
ideologici del programma, strategia e tattica della Rivoluzione indiana. Adesso
punta ad attaccare le SEZ (zone economiche speciali dove, dal 2005, il
governo concede sgravi fiscali e facilitazioni varie per impiantare industrie).
Dopo molti anni, vissuti - come tantissimi
altri - in mezzo a contadini poveri e tribali, in
alcune aree, Dandakaranya, in Orissa o nel Jharkand il Cpi-M
(m) ha stabilito autogoverni locali. I
contadini vengono organizzati in grama
rakshak dal (squadre
di difesa del villaggio) e in comitati che gestiscono le attività economiche
della comunità. Il nuovo Cpi-M che, dicono,
possiede più di 7000 armi, è dotato di una struttura militare gerarchica
organizzata in Commissioni (centrali, statali, di zona, di distretto e di area)
e squadre di guerriglieri ciascuna delle quali è composta da un battaglione di
10-12 unità per oltre 13 stati. Cerca di rafforzare i rapporti con i maoisti
nepalesi, ha legami col Liberation Army of Peru e il Kurdistan Workers Party e
scambi non sempre facili con l’ex Ltte Liberation Tigers of Tamil dello Sri
Lanka; fa parte di commissioni di coordinamento tra partiti e organizzazioni
maoiste che comprendono 9 paesi dell’Asia del sud. Ben radicato sul territorio
indiano, ha il sostegno di molti intellettuali borghesi e sempre più donne
nella propria organizzazione. Leggo su Outlook che le donne rappresentano
almeno il 30% dell'organizzazione e, in alcune aree, metà dei suoi
quadri e dirigenti. Nari Mukti Sangh (Organizzazione per la Liberazione della
donna) coinvolge 50.000 donne e Krantikari Adivasi Mahila Sangho
(Organizzazione delle Donne Tribali Rivoluzionarie) più di 100.000. Facile da
credere, dal momento che l'80% dei lavoratori della terra, nel mondo, sono
donne. Sarebbe corretto parlare di “contadine” e non di “contadini”.
Non credo affatto, però, come Arundhati Roy che, negli ultimi 30 anni, nei maoisti sia
cambiato qualcosa di radicale, tanto da definirli “gandhiani col
fucile” perché “il loro esercito è più gandhiano di ogni gandhiano
e lascia impronte + leggere di qualunque ambientalista radicale” e “le
loro tecniche di sabotaggio sono gandhiane dal momento che non sprecano nulla e
vivono di nulla”. Per i maoisti, il potere politico nasce sempre
dalla canna del fucile. Il problema non è, ovviamente, la canna del fucile: il problema è il potere politico. Il
potere. Concordo appieno con Ghopal e Deepak: nessuna civiltà basata
sul potere può definirsi tale, e il potere può chiamarsi in tanti modi, non è
solo identificabile con il liberismo e l’imperialismo. E’ l’albero del
pane distorto quello che continua a infestare di questa micidiale parola tutto
il terreno distribuendone briciole ai suoi sottoposti. Qualsiasi civiltà basata
sul potere è in antitesi con i valori alla radice dell’umano e, forse, proprio
il persistere di valori tradizionali altri è quello che spaventa di più.
Le popolazioni tribali vivono un altro tempo, non precedente, ma parallelo
e tutt'altro che sottosviluppato. Quei 1000
fiori maoisti non fioriranno mai, fortunatamente, in India; perché fiorirebbero
come crisantemi per milioni di persone (oltre che per un immenso patrimonio
d’arte). Quelle 100 scuole non contenderanno mai perché la Grande Rivoluzione
Culturale Proletaria le chiuderà, insieme alle università, per oltre 3 anni –
se va bene – e, in quelli che verranno definiti: i 10 anni perduti
dell’India, decine di milioni di studenti
diventeranno braccianti-in-nome-di-Mao nelle sterminate campagne. Poi,
certamente, dopo molti anni, ci sarà un ragazzo da qualche parte che, come a
Tien'anmen, si ritroverà con un sasso in mano a sfidare un carro armato. E qui
le rivoluzioni a colore non c’entrano. Quel ragazzino cinese non era “l’intrepido balilla”,
era piuttosto Ganesh, se mai potesse studiare, piccolo ribelle che
sta adesso tirando sassolini ai passanti, in giro per lo shopping.
Quando i giovani vengono massacrati, c'è di sicuro qualcosa che non va.
TRAPPENSIERI. Nazional-comunismo e nazional-fascismo sono
le due metà della stessa mela, avvelenata e tossica, inestirpabile - fuor di
miracolo - dal cervello bacato di tanta gente. Ricordo di avere letto, su Il
Manifesto on line, uno dei pochi articoli di quel quotidiano che mi è
piaciuto un pò. Sottolineava che, oggi, l’identificazione nazionale va molto di
moda nel mondo. E' l'ultimo grido. Una volta stabilito, per la difficoltà a comprendere
i meccanismi globali, che l’Italia sia una colonia Usa, e non uno dei paesi i
cui governi sono coinvolti, al pari di quasi tutti gli altri, in un impero
con terminali ovunque, è possibile sostenere qualunque cosa. In realtà, in
balia di un marasma economico - e non solo - inarrestabile, differenti stati
del tutto screditati divenuti stati di massima sicurezza per sopprimere ogni
dissenso, cercano legittimazione, come ultima moribonda
difesa, attraverso la promozione dell’identità nazionale. Ideologia-cult
da costruirsi “scientificamente” nel cantiere dove sono invitati ad operare
ricercatori, etnografi, storici, archeologi, linguisti e saccentoni varii,
per fornire materiale sotto l’egida di una pseudofilosofia.
Chiunque, in Italia, può rendersene conto da solo. Dal salotto di
Bruno Vespa alle dichiarazioni di Napolitano, dalle geopolitiche di autentici
mostri preistorici alla pubblicità, in televisione, via radio, sui cartelloni
per la strada, tutto è funzionale alla costruzione mediatica dell’identità nazionale
e della italica - mai esistita - società democratica, principio base alle
cui regole e regolamenti l’individuo deve sottomettersi, richiamato all’ordine
per ogni comportamento giudicato sconveniente, estraneo (straniero) e
perciòstesso minaccioso e da escludere. Va tutto a rotoli? Il lavoro non c’è, i
giovani non hanno futuro, le fabbriche chiudono e licenziano e la crisi
impoverisce i più poveri? Nessuna paura: “Semo Itajani”. E anche un pò - tanto
- coglioni. E’ il declino di una società.
Qui, in India, il nazionalismo non è
stato la molla attraverso la quale il Paese si liberò dal ruolo di colonia
britannica, anche perchè gli inglesi avevano già deciso di andarsene e, a quel
sistema coloniale, ne sarebbe stato sostituito un altro, ben più promettente.
Il nazionalismo indiano ha sempre significato molto altro. In primo luogo il
fatto che ciascuno si è sempre sentito in diritto di esprimersi “in nome di
tutta l’India”. Politicanti vari, nel corso dei decenni, hanno utilizzato
questa caratteristica tipicamente indiana e l'orgoglio della “nazione” come gli
è parso meglio. I progetti portati avanti dai vari governi seguiti alla “decolonizzazione”
(si fa per dire) hanno continuato sempre a operare per peggiorare le condizioni
di vita delle persone più povere. Oggi i tribali e i poverissimi
sono esuberi da sterminare per un governo deciso ad arricchirsi
insieme ai grandi complessi finanziari e industriali indiani e internazionali.
I maoisti però sono sempre quelli che bastonano il cane che affoga e gli occidentali
tardi e tardivi hanno sempre la coscienza infelice e devono pur sfogarsela da
qualche parte. I cultori occidentali delle ideologie morte (quelli per i quali
il massimo della rivoluzione sarà sempre cambiare il colore della tappezzeria
di casa) guardano a questo paese lontano con necrofila concupiscenza. Incapaci
per presunzione, miopia, stupidità, arroganza, età o mercenariato, di vedere
oltre o almeno di intuire che la strada è completamente un’altra, cercano in
India la conferma ai loro strampalati teoremi. Non solo strampalati: fascisti
proprio.
Un Saibaba della rivoluzione (ne conosco 3, differenti, con lo stesso nome e
idee non convergenti), ritiene che i paesi capitalistici avanzati
debbano costruire un’alleanza tra tutte le forze di liberazione nazionale
e i settori antimperialisti e democratici, per poi unirsi in un'immensa
coalizione antimperialista tra operai e settori della classe media
progressisti. Il “comunismo” diventa appetitoso per la classe media. Qualcuno
ricorda ancora la diga sul Sardar Sarovar? Quanto la classe media ha aiutato
gli abitanti di villaggi della valle di Narmada? Lo sanno tutti: zero. E,
sempre nei paesi capitalistici avanzati, per quello stesso Saibaba, occorre
costruire un forte partito marxista-leninista che cominci immediatamente
a porsi come unica alternativa per le lotte della classe operaia dalla
Comune di Parigi ai progressi (!?) della Cina. Quali “progressi”? Già, gli
“errori” del passato non contano: “Metterli da parte e andare avanti con
discernimento”. Avanti dove? Nello sviluppo, sempre nei paesi avanzati etc. di
relazioni profonde tra classe operaia e movimenti rivoluzionari per costruire
urgenti alleanze tra le lotte di 3 continenti: Asia, Africa, Sudamerica (gli
aborigeni australiani, no?), sfruttati dall’imperialismo coloniale e da quello
attuale, verso l’edificazione in tutto il mondo di un forte movimento
antimperialista comunista rivoluzionario internazionale.
Fantastico.
Pianeta dell'Anarchia, se mi ascolti,
batti un colpo.
Neanche stavolta le persone più povere hanno diritto a un
primo piano: è il genocidio “della resistenza”, non il loro. La costruzione di
alleanze marxiste-leniniste-maoiste “tra leaders”, è l'obiettivo. “Senza i maoisti, gli indigeni non avrebbero potuto
organizzare la resistenza e non esisterebbero”, continua Arundhati Roy.
Ma, i maoisti, non erano indigeni? Il punto è che i Maoisti non
sono solo un nome, hanno programmi e documenti di prospettiva che seguono alla
lettera. Tentano, attraverso un’organizzazione militare e politica, di
convogliare una Resistenza indigena che li precede di secoli. Contadini poveri,
senza terra, Adivasi, Dalit, operai sfruttati delle aree industriali urbane e
della cintura industriale, persone che di tutto hanno bisogno tranne che di
essere intruppate in nome di ideologie morte e violente. E' un potere della
violenza che non può non fare presa sulla destra indiana (Mamata Banerjee) e
stuzzicare quella internazionale razzista. I media mentono su di loro, ma anche
loro mentono.
Servono proprio altre immaginazioni. Altre anche da quella del partito comunista maoista del Perù di Sendero Luminoso (si stanno risvegliando anche loro) che, volendo applicare il maoismo all’universo mondo, negli anni ’80, condusse una guerriglia tanto sanguinosa da essere definita polpottista, fondata sullo sterminio degli avversari politici. Un conflitto armato che, nel tempo, ha fatto 70.000 morti tra guerriglieri, forze dello Stato e contadini stessi: la via cinese al comunismo. La Rivoluzione “cinese” ha fallito ovunque e fallirà anche in Nepal. La Cina, prendendo il peggio del capitalismo e del comunismo, è oggi uno dei paesi dove la popolazione è più infelice e l'economia galoppa. L’India, che non è mai stata una democrazia, né vecchia né nuova, ha tutte le possibilità di seguire altre vie. E le seguirà. Sicuramente armate, dove non c'è altra possibilità. Sicuramente non armate, dove si può.
Il libro più bello e più militante di Arundhati Roy è “Il Dio delle piccole cose”. La sua frase che preferisco: “...il dissenso, il miglior prodotto d’esportazione dell’India”.
“Le cose sorprendenti non accadono perchè c’è un capo, ma perchè migliaia, milioni di persone, esprimendo una volontà e un desiderio condiviso riescono a rendere possibile l’impossibile. Ma: ragionando ognuno con la propria testa”, dice Deepak.
Ganesh lo guarda: “Bello”.
Paolo
Kolkata, fine di maggio 2010
(Il giorno preciso non lo so perchè Ganesh ha distrutto il calendario promozionale di Mamata. “Bello”).