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Camminiamo una sera sul fianco di un
colle,
in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo
- un grand'uomo tra idioti o un povero folle -
per insegnare ai suoi tanto silenzio.
Mio cugino ha parlato stasera.
Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. "Tu che abiti a Torino…"
mi ha detto "…ma hai ragione.
La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant'anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono".
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent'anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel'hanno scalfito. E cammina per l'erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.
Vent'anni è stato in giro per il mondo.
Se n'andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un'isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell'Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.
Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall'ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.
Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: "Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così".
Mio cugino ha una faccia recisa.
Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallí il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
"Ma la bestia" diceva "più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza".
Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno
scrivo sul manifesto: - Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo - e che la dicano
"quei di Canelli". Poi riprende l'erta.
Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel lungo e in quell'altro
e pensa ai suoi motori.
Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
Ma quando gli dico
ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

(Sankha Banerjee)
*****************
... un
nuovo '68? Scusate, non lo credo. E non credo neanche che sia un bene tutto ciò
che si muove - o viene mosso - in ambito studentesco, oggi.
Qualcuno se la
prenderà ma, per me, era veramente rivoluzionario il testo che il professore di
liceo di mia figlia fotocopiò e distribuì ai suoi alunni perchè se ne
discutesse. Era un professore geniale. Andava a scuola in motorino perchè non
riceveva uno stipendio sufficiente a comperarsi un auto. E teneva con le
mollette dei panni la piega dei pantaloni, perchè lo prendessero per matto. Non
lo era, matto.
I
Papà, abbiamo visto l'Angelo del Diavolo
che zagajava come Innocenti Nunzio,
zagajava. "Ba, ba, bambini - fa -
svvvveglia! Che a-a-a-aspettate?
Dododovete fare sciopero! Dai!
Dodo-domani alle dodo-dodici dodo-dovete
incrociarelebraccia! Il Didi-Diavolo me l'ha ordinato
didi-di dirvelo. B-basta con la tolleranza, mmmmannaggia!
B-basta con la p-permissività: voidovetepretendere
di oooooo-obbedire come i vostri ppppp-papà!"
Papà, basta con l'Edonè, vogliamo
l'Agàpe, basta con le buone, vogliamo
le cattive... La bacchetta, papà, la bacchetta,
papà per piacere, almeno un pò, la bacchetta!
II
Signor Maestro, abbiamo visto il Diavolo dell'Angelo
nero come Luciano 'o Sarracino: "Gridate Viva
Benjamin Spock", ci fa. Occorre la bacchetta.
Basta con l'Agàpe, vogliamo l'Anànke.
Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
Non vogliamo essere subito già così sicuri
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
Sciopero, sciopero, compagni! Per i nostri doveri.
Signor Maestro, la smetta di trattarci come scemi
che bisogna sempre non offendere, non ferire,
non toccare. Non ci aduli, siamo uomini, Signor Maestro!
III
Capi, padri, signori: I) I più adorabili
di tutti sono quelli che non sanno di avere diritti.
II) Sono adorabili anche quelli che pur sapendo
di avere dei diritti, non li pretendono.
III) Sono abbastanza simpatici, poi, quelli
che lottano per i diritti degli altri.
L'Angelo dell'Angelo e il Diavolo del Diavolo
ci hanno detto che...
"Oh quante belle figlie Madama Dorè..."
"Lucciola lucciola vieni a me, ti darò
del pan di re..."
Vogliamo sorridere come i ragazzini
di Balsorano... Voi pensate ai nostri doveri
ché ai nostri diritti, se vorremo, ci penseremo noi...
*********
UN PAIO DI GIORNI FA, PIU' O MENO A QUEST'ORA
(Breve conversazione)
*********
Ci rendiamo conto che questa pagina è ferma da un pò. No, non siamo andati in vacanza (magari), è che non riusciamo a stare fermi noi.*********
(2° Breve conversazione)
- Per me facebook sta a metà stada tra l'Isola dei Famosi e il gioco dell'aereo...
- ???
- Somiglia all'Isola dei Famosi
perchè cercano di riciclarsi li' persone in crisi o che sono in calo di
popolarità... vecchi attori... commedianti... comunitaristi... . Oltre
a persone molto giovani che vorrebbero avere successo.
C'entriamo qualche cosa, noi, con tutti loro?
-
Certo che no. Io, a volte, vorrei essere in calo di popolarità, almeno
non dovrei rispondere a circa venti e-mail al giorno... più le
richieste che mi vengono a fare direttamente a casa...
- Somiglia anche al gioco dell'aereo,
sai, quello che circolava tanti anni fa e per il quale tu dovevi
mandare diecimila lire a una serie di persone e poi te ne sarebbero
arrivate altre diecimila e poi altre diecimila e ancora diecimila e
giù, a valanga...
- Funzionava?
- Certo che no. Alla fine
arrivava una montagna di soldi agli organizzatori del tutto e tu avevi
solamente perso una quantità di diecimila lire. Ci sono caduti in
tanti. Più che a Ustica. Nel caso di faccia-libro, al di là degli
intrallazzi eonomici, c'è che tu magari pubblichi una cosa che dovrebbe
arrivare a quattro amici virtuali (che a volte conosci e a volte no, ma
sono tra gli amici di amici tuoi). Questi amici degli amici tuoi però
non sono controllabili perchè hanno altri amici a loro volta e quando vai a leggerne i profili (ci ho perso una giornata intera), ci scopri il peggio del peggio.
C'entriamo qualche cosa, noi, con questi giocatori di aerei virtuali? O con gli “amici degli amici”? O con certi che ti si dichiarano “amici”?
- Nulla di nulla. Mai posseduto diecimila lire da sperperare e, se è per questo, neanche da mettere da parte.
- Allora, per quale accidenti di ragione hai cominciato a pubblicarci i nostri filmati e le musiche dal nostro web?
- ... ... ...
- Che cosa ti dovrei fare?
- ...in che senso?...
- Senti, non sto scherzando. Abbiamo altri tam-tam non inquinati e funzionanti. Continuiamo con quelli.
- Va bene. Una canzone ogni tanto e qualche avviso per qualcuna tra le iniziative.
- D'accordo. E non parliamone più.
Post-discorso:
- Per me, anche V.O...
- Molto probabile. Il fatto è che nessuno sa più distinguere i cani e i porci. desso si inventano pure il “Partito trans-nazionale”, visto che, in Italia....
- Trascendentale, vorrai dire.
- Si', anche quello.
- Pensa a quanti compagni hanno creduto alla Rivoluzione d'Ottobre...
- Sai cosa mi piaceva, nel “dottor Zivago”?
- Omar Sharif?
- No. La balalaika.
- Solo pensare a Lenin mi ricorda Kronstadt...
- Anche a me. Rimandiamola in rete.
- Mettiamo un link oppure a tutta pagina?
- A tutta pagina.

"...per cantare l'Anarchia. Aspetterò
domani, dopodomani e magari cent'anni ancora finché la signora Libertà e la signorina Anarchia verranno considerate dalla
maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza
civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la
metà del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate utopie. E
ricordandomi con orgoglio e rammarico la felice e così breve esperienza
libertaria di Kronstadt, un episodio di
fratellanza e di egualitarismo repentinamente preso a cannonate dal signor
Trotzkji".
(Fabrizio De André, a Cesare Romana,
in "Amico fragile" Ed.Sperling & Kupfer, Milano, 1999).
special ri-edition
Quello che non troverete mai sui libri di scuola:
Kronstadt
Non solo la corazzata Potemkin...
“Tutto il potere ai Soviet e non ai partiti!”, e’ lo slogan che contraddistinse i rivoluzionari della flotta del Baltico, dalla loro ribellione contro lo zar alla repressione bolscevica che soffoco’ in un bagno di sangue la 4° Rivoluzione russa, quella vera, socialista e libertaria. Quella di cui mai si parla (e’ scomodissima a tutti), ma che permette di rileggere il secolo trascorso da un punto di vista differente e immaginare che le cose potrebbero andare, in un futuro non cosi' lontano, in tutt'altro modo. Il grido e l'esperienza drammatica di Kronstadt: “tutto il potere ai soviet e non ai partiti” esprimono l’impossibilità di realizzare una societa' libera se le classi subalterne vengono espropriate della facoltà di autogoverno.
Russia. Quasi
immediatamente dopo la Rivoluzione d'ottobre, le misure antipluraliste adottate
dai bolscevichi soffocano il potenziale rivoluzionario. Rosa
Luxemburg scrive, dal carcere, nel 1918: “La libertà solo
per chi sostiene il governo, solo per i membri del partito per quanto numerosi non
è libertà. Senza elezioni generali, senza un’illimitata libertà di stampa e di
riunione, senza il libero dibattito tra le opinioni, la vita muore in tutte le
istituzioni politiche, diventa vita apparente in cui il solo elemento
attivo resta la burocrazia”.
Quindi, la liberta': o e' per
tutti o non e'. Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, gli Spartachisti, pagarono con
la vita le loro idee. Differenti, ma altrettanto belli e libertari dei marinai
di Kronstadt, destinati a identica sorte per la loro “Rivoluzione dentro la
Rivoluzione”.
QUALCOSA STA ACCADENDO A KRONSTADT
Di
come il signor Trotskij passa dal definire i marinai libertari di Kronstadt
"onore e gloria della Rivoluzione" ...all'intimare loro: “Arrendetevi o sarete mitragliati come conigli”.
La cittadina ribelle da' un
contributo decisivo ad ogni sollevazione contro il governo provvisorio a
Pietrogrado. Divenuta lo spauracchio di Kerensky, viene calunniata e
accusata di eccessiva autonomia, separatismo, persino di accordi con i
tedeschi. Marinai e operai di Kronstadt sbarcano il 4 luglio a Pietrogrado
per appoggiare alcuni reggimenti ribelli (tra i soldati che rifiutano
di andare a combattere, 12.000 sono di Kronstadt). Bandiere rosse e
nere, parola d'ordine “Tutto il potere ai soviet! Via il governo provvisorio!”,
tentano un’insurrezione popolare che fallisce soprattutto per la scarsa
partecipazione dei bolscevichi, non interessati ad una rivolta di cui non hanno
ancora la guida. Gli abitanti della cittadella riescono pero' a dimostrare
- anche ai marinai della flotta del
mar Nero - di stare realizzando una vera rivoluzione sociale. Il
tentativo
di Kerensky di portare via dalla piazzaforte tutta l’artiglieria
pesante,
col pretesto delle “esigenze militari”, non riesce (si tratta di
un'artiglieria del tutto inutile al fronte, indispensabile invece per
difendere la base navale da un eventuale attacco della flotta tedesca),
ma rende chiaro a tutti che il governo provvisorio, pur di
battere
il movimento popolare e quello di Kronstadt, e' disposto anche al
tradimento.
La resistenza della cittadella induce al compromesso della
rinuncia ai
cannoni in cambio di un piccolo distaccamento di marinai per il fronte.
Ma i libertari portano al
fronte... il “contagio di Kronstadt” e la
cittadella diviene, per lavoratori e soldati, garanzia di purezza
rivoluzionaria contro l’infido potere del governo provvisorio. E' qui che si
reclutano e si addestrano le forze rivoluzionarie e vengono gettate le basi
dell’autogoverno popolare. Delegazioni operaie e contadine arrivano per chiedere aiuti, informazioni,
consigli; rivoluzionari isolani percorrono la Russia spingendo popolazioni
di citta’ e villaggi a ribellarsi, impadronirsi delle terre,
autogovernarsi. Tutto cio' indebolisce Kerensky e rafforza sulle masse la presa
dei bolscevichi che, facendo propria la parola d’ordine
libertaria “Tutto il potere ai Soviet!” la trasformano in: “Tutti dietro i bolscevichi per realizzare il potere dei soviet!”.
E' la parola d'ordine che favorisce la crescita, l'adesione e l'appoggio
di milioni di persone.
Nel 1917, il soviet di Kronstadt e' tra i primi a
costituirsi, distinguendosi subito per il proprio radicalismo rivoluzionario. A
primavera, la cittadella dichiara la propria
indipendenza e proclama la repubblica
di Kronstadt, rendendo evidente la propria diversità
dall’allora moderato soviet di Pietrogrado e soprattutto l’orientamento
all'autogoverno, anticentralista e federalista (provocando imbarazzo tra i
bolscevichi dell'isola e critiche da quelli della capitale). In prima fila
durante le giornate di luglio, eroici contro il tentativo reazionario di
Kornilov a settembre, pienamente coinvolti nella rivoluzione del 1917, Trotskij
non puo' che definire “onore e gloria
della Rivoluzione” i libertari di Kronstadt. Dopo ottobre
pero', essi rafforzano l'organizzazione che hanno scelto di darsi attraverso una fitta rete di comitati
popolari di palazzo, di rione, di officina, di unità militari e navali che,
intrecciandosi col soviet, ne articolano l’attività, includendo un' iniziale
socializzazione dell’orticoltura.
Nel 1918: la svolta. Il soviet di Kronstadt
denuncia la dura repressione degli anarchici (aprile) da
parte del soviet di Mosca. In nome del programma bolscevico “tutto il potere ai
Soviet”, fa piazza pulita di emissari e gerarchi bolscevichi
esautorandoli dalle funzioni direttive, convoca nuove assemblee, elegge
veri rappresentanti del popolo. La quasi totalità dei comunisti locali aderisce al movimento libertario e i capi bolscevichi, i burocrati, la
polizia politica, sono isolati. L’assemblea popolare di Piazza dell’Ancora emette provvedimenti tendenti
ad abolire ogni privilegio. Il primo riguarda le abitazioni. Un censimento
rileva decine di persone ammassate in tuguri fatiscenti, moltissime
case vuote e altre, spaziose e sontuosamente arredate, abitate da funzionari di partito, dirigenti e burocrati che
ricevono rifornimenti alimentari e stipendi speciali. “La proprieta’ privata, per ciò che concerne i beni
fondiari e gli immobili, è abolita”. Gli appartamenti vengono
ridistribuiti secondo le effettive necessita' della popolazione. La
rappresentanza bolscevica al soviet locale, passata in 3 mesi da quasi
meta' a meno di un terzo, a vantaggio delle altre organizzazioni rivoluzionarie (anarchici,
socialrivoluzionari di sinistra, socialrivoluzionari massimalisti, menscevichi
internazionalisti) osteggia tali decisioni e, dopo battaglie
durissime in merito all'iniziale socializzazione di immobili
e servizi urbani, chiede aiuto a Mosca. Il regime sovietico non accetta autonomismo
decisionale e reagisce con la “bolscevizzazione” dei soviet (luglio 1919), cioe' espellendo tutte le
componenti d’opposizione (continuando a cercare di garantirsi dal pericolo
libertario attraverso le calunnie e indebolendo il peso militare e
politico della piazzaforte del Baltico, i cui marinai e soldati vengono
richiamati in gran numero sul fronte della guerra civile e allontanati per
utilizzarli per la propaganda).
La conclusione della guerra civile non pone pero' fine alle misure eccezionali
adottate dal governo bolscevico. S'inasprisce invece la repressione degli
oppositori politici e ogni democrazia (intesa proprio come: governo del popolo)
resta soppressa. Nella capitale, il regime dei razionamenti, dei
commissari e della Ceka e’ sempre piu' insopportabile e, a febbraio
1921, ci sono scioperi in parecchie officine. La delegazione inviata
dai libertari di Kronstadt
per raccogliere informazioni su cio' che accade trova una città ingessata dal
controllo della Ceka, che presidia le fabbriche: solo uno, tra operai
muti, intimiditi dalle domande, denuncia la totale soppressione di libertà e il
potere pervasivo dei commissari. Il rapporto della delegazione di fronte agli
equipaggi riuniti della Sebastopol e della Petropavlovsk (le corazzate di
stanza a Kronstadt) indigna i marinai che, a termine di un'assemblea pubblica
alla quale prendono parte 15000 persone, approvano (quasi all’unanimita’, con 2 sole
astensioni) una risoluzione in 15 punti.
Sono presenti, accolti con onori ufficiali, anche 2 inviati del partito
bolscevico: Kuzmin e il “Presidente Esecutivo della Repubblica” Kalinin, che esprimono immediatamente l’opposizione
del partito accusando i marinai di essere dei
controrivoluzionari e promettendo loro una dura repressione.
E’ il
1° marzo 1921. La rivoluzione di Kronstadt , la 4°
Rivoluzione russa, sociale e libertaria. Non
piu’ solo contro lo zar, né contro i traditori, ma sempre per il socialismo
e stavolta contro il potere bolscevico.
Il 2 marzo, la cittadella è totalmente nelle mani
degli insorti.

La campagna bolscevica
fa circolare a Pietrogrado solo i nomi di fantomatici ammiragli zaristi
che sarebbero a capo della rivolta contro le conquiste della rivoluzione
d’ottobre. Un crescendo di menzogne, anche dai muri delle principali citta’, denuncia
il “tradimento” del soviet di Kronstadt. I libertari si difendono dalle
Izsvestija dell'isola e smontano ogni accusa negli appelli radio.
Rivendicano il carattere socialista delle loro idee (potere ai soviet, liberta’
e difesa delle conquiste rivoluzionarie), ma non riescono ad
estenderle per lo strettissimo filtro d’isolamento imposto all'isola dai
bolscevichi nel timore che altri, nel resto dell’Unione,
possano ribellarsi all’autoritarismo e allo statalismo di Mosca. Centinaia di
bolscevichi di Kronstadt escono pero' dal partito e si schierano con l’insurrezione. Il tentativo di mediazione
di Emma Goldman e Alexander Berkman, naufraga. I capi del partito bolscevico sanno che è in gioco il
loro potere in tutta la Russia, perche’ la vittoria di Kronstadt puo’
significare l’estendersi in tutto il paese della rivoluzione
sociale libertaria. Rinnegano ogni parola d'ordine
sull'autodeterminazione popolare e decidono di soffocare nel sangue la
ribellione dei marinai, dei soldati, degli operai di Kronstadt. Un manifesto a firma Lenin
e Trotkij avvisa: “Arrendetevi
o sarete mitragliati come conigli”.
7 marzo1921, ore18,45. L'Armata Rossa guidata da Trotkij, al
comando di Tuchaèevsky (poi vittime di Stalin) inizia a
bombardare la cittadella.

BEATI I POPOLI CHE NON HANNO BISOGNO DI EROI (Bertolt Brecht)
Di come il signor Trotskij (e non solo), ordina di distruggere
la vera avanguardia della Rivoluzione russa: marinai, operai, soldati,
uomini e donne che anticipano i lineamenti della futura rivoluzione sociale
libertaria.
Truppe bolsceviche, reparti della “Ceka” e
“Kursanti” attaccano sulle piste gelate, ma la “conquista d'assalto”
diventa una logorante guerra di posizione perche’ tutta la popolazione di
Kronstadt partecipa ad un’eroica Resistenza, combattendo fino alla fine.
Vengono organizzate infermerie, sale operatorie, comitati per i munizionamenti
e l’approvvigionamento. Donne, ragazzi, fanno la spola tra città e linea di
combattimento, raccolgono feriti, portano rifornimenti. Furia, ferro e fuoco
sui rivoluzionari; cadaveri di soldati bolscevichi sul ghiaccio del golfo di
Finlandia, mentre tentano l'avanzata verso l'invincibile cittadella. Proprio nei
giorni in cui il 10° congresso bolscevico abolisce la requisizione forzata
delle derrate alimentari (accettando cosi' alcune proposte del soviet di
Kronstadt) e proclama la NEP (nuova politica economica).
Solo 60.000 uomini e 12 giorni di scontri feroci permettono alle
truppe di Mosca di aprirsi un varco attraverso la “Porta di Pietrogrado” (il
punto piu' debole: Kronstadt e' dotata di artiglieria fissa per essere difesa
verso il mare, non dalla parte della capitale). Il commissario Dybenko
ha l'ordine di agire radicalmente, senza debolezze. La lotta e’ senza
tregua, casa per casa, si uccide chiunque capiti sotto tiro, anche chi si
arrende e i familiari presi in ostaggio. I bolscevichi fanno capitolare la
cittadella rivoluzionaria il 17 marzo, distruggendo il fior fiore dei
rivoluzionari russi: migliaia di rivoluzionari, operai, marinai, soldati,
donne, uomini, ragazzini, trucidati da plotoni d’esecuzione o, piu’ tardi,
consegnati ai tribunali e alle sezioni della Eeca per essere massacrati senza
processo nei sotterranei della polizia politica. Il soviet di Kronstadt, che
aveva osato innalzare la bandiera della liberta' e dell'autonomia proclamando: “Tutto il potere a i soviet e non ai partiti” viene
sostituito da una troika di commissari bolscevichi, che saranno attentissimi a
disperderne anche la memoria.
Il giorno seguente, 18 marzo 1921, il partito centrale dei
bolscevichi celebra il 50° anniversario della Comune di Parigi e sancisce la
caduta della cittadella, ponendo fine al sogno libertario, espressione del popolo, non dei partiti e della
burocrazia.

Generalmente, si riconoscono alla Rivoluzione di Kronstadt i limiti (e
la forza) dell’essere stata parte integrante della Rivoluzione russa. Da
cio': la fiducia assoluta nell’insostituibilità dei
soviet, considerati l'unico possibile strumento; la poca considerazione della centralita’ delle
socializzazioni, che pure caratterizzavano la vita della
cittadella, con la coltivazione collettiva degli orti urbani e una fitta rete
di comitati: di caseggiato, di fabbrica, di unità militari (i 15 punti
rivendicano liberta' elementari, ma non trattano aspetti direttamente
inerenti all’autogoverno); il fatto che si tratto' di una Rivoluzione socialista
con ideale libertario, anticentralista e federalista,
ma non di una rivoluzione anarchica, perche' ci si batte’
per costruire uno Stato libertario in mano ai lavoratori, non per la
distruzione dello stato in quanto tale. Gli anarchici erano
profondamente radicati a Kronstadt. Anatoly Lamanov, piu’ volte eletto
delegato ai congressi panrussi dei soviet, dirigeva il giornale del soviet
locale (Jzvestija di Kronstadt) e, nel '18, gli anarchici erano la 2°
organizzazione al soviet, appena dietro i bolscevichi. Molti dei 15 punti
vengono da loro idee, discusse a “Piazza Ancora” con
tutta la popolazione, cercando sempre nuovi spazi libertà nonostante
l’autoritarismo bolscevico. Gravissima fu la
mancata estensione territoriale, non riuscire a coinvolgere nella Rivoluzione
realtà esterne all’isola. Con evidenti responsabilità bolsceviche, a Kronstadt si ripeté il dramma storico di gran parte delle
rivoluzioni libertarie (dalla Comune di Parigi nel 1871): l’isolamento dei
rivoluzionari, tra le cause principali della sconfitta dei loro ideali. Mal'esperienza
di Kronstadt evidenzia ed insegna molte cose. Tra esse:
- l'impossibilta' di
realizzare il socialismo se persiste l’esistenza di classi subalterne
esautorate dalla facoltà decisionale;
- il valore della preparazione della Rivoluzione
che, per nulla improvvisata, sorse da scontri e confronti durati lunghi anni
tra avanguardie rivoluzionarie con posizioni distinte, in discussioni
aperte sulle strade che la Rivoluzione poteva seguire;
- l'ipocrisia
di chi sostiene che la repressione di una Rivoluzione libertaria sia, a volte,
una “tragica necessità”. Non lo e' mai. E' un
crimine (commesso,
nello specifico,
per il mantenimento del potere da parte dei bolscevichi, il cui
statalismo, nel generale ripiegamento dell’ondata del 1917, li aveva
portati a
concepire solo se’ stessi come garanzia della vittoria rivoluzionaria.
La pacifica
rivoluzione di Kronstadt metteva in discussione il
principio
stesso di partito-guida, ma i bolscevici rovesciarono la consegna
argomentando che non potesse esistere un potere sovietico senza il
loro partito);
- il fatto che solo le
masse possono spontaneamente e consapevolmente decidere di mobilitarsi per la
loro liberazione, e nessun partito, ne'
avanguardia, tantomeno uno Stato, può sostituirsi a esse e stabilire
l’inizio di una Rivoluzione;
- il fatto che il socialismo deve essere
anarchico. La proclamazione della
repubblica espresse tensione anticentralista, federativa e antistatalista.
Opponendosi all'eccessiva concentrazione del potere nell’apparato centrale,
si mirava a disarticolare e rendere leggero lo Stato, a uno Stato-non
Stato che non si estingua all’estinguersi delle classi, ma che (pena la
ricostruzione di classi oceti dominanti) sia predisposto a estinguersi in breve tempo. Cio’ si rivelo' impossibile. Lo Stato non morira' mai di morte naturale.
Qualsiasi tentativo di sostituirvene un altro e' destinato a produrre
aristocrazie operaie, contadine, urbane, proletarie, intellettuali che
difenderanno sempre i loro privilegi, anche a prezzo del tradimento della
Rivoluzione stessa. Lo Stato va percio' abbattuto e superato
dalla Rivoluzione nel suo stesso svolgersi e sostitituito
immediatamente, senza passaggi intermedi, da un autentico governo del popolo.
No, non lo sono.
Valgono le stesse considerazioni:
Innanzitutto, al di la’ dei
fatti storici, inconfutabili, questa storia e’ tabu’, al massimo e' utilizzata
dalla destra per gettare discredito sul comunismo e convincere lungo tutto il
circuito “dai mass media alle masse medie” della cattiveria profonda dell'ex
regime dell’URSS. Quindi, non sarebbe permesso parlarne a meno che non si sia
sostenitori della tesi in verita' parecchio bizzarra che i comunisti mangiano i
bambini (...e gli anarchici? Divorano le bambine?). Noi ne parliamo
perche’ siamo anarchici e, come tali, auto-autorizzati a discutere di cio’ che
preferiamo e a dire con sincerita’ quello che ci passa in mente.
Premesso questo, pensiamo molte
cose. La prima ha a che vedere con il potere. Quello che non riusci’ ai marinai di Kronstadt fu di operare nella liberta’ per la liberta’. Spiego. Non si trovavano in una
condizione di liberta'.
a) La
griglia ideologica della rivoluzione russa del 1917, pur tradita e mistificata
durante e dopo di essa, aveva maglie strette. Non era
permesso confutare sul terreno ideologico tutta la serie di comandamenti
che Lenin ricavo’ dai testi di Marx ponendoli a corpus ideologico della
Rivoluzione che architetto’. Provarono a farlo gli Spartachisti e infatti
furono eliminati. Mai ne sarebbero stati in grado le contadine e i
contadini russi, che sapevano della semina e della mietitura, della notte, del
giorno, dell'Amore, della fame, del freddo, di molte cose, ma non
potevano che affidarsi a parole d'ordine molto concrete e prive di ambiguita'
ed equivoci.
Ma,
una Rivoluzione, ha davvero bisogno di un corpus dottrinario? No.
E’ proprio l‘ultima cosa della quale ha bisogno. Gli strumenti interpretativi e
di costruzione del reale non possono essere un insieme codificato di
ragionamenti, metodi dialettici o meno, tecniche o tecnologie tipo:
“Rivoluzione: come si fa. Istruzioni per il montaggio e l’uso”. Insomma, la
Rivoluzione non e' una cosa che te la vendono all'IKEA e ti ritrovi pieno di
bulloncini che dovrebbero servirti a dare vita all'oggetto e invece te ne
avanza sempre qualcuno che riponi gelosamente da qualche parte perche “mai si
sa”. In una Rivoluzione non si risparmia e non ci si risparmia. Quello che puo’
andar bene per un bricolage d’accatto, prodotto con maestria da vittime bambine
all'altro capo del mondo e assemblato malamente da te che fai finta di
dimenticartelo, non funziona nel campo umano e sociale. Li’ valgono altre cose.
E vale, in primo luogo, proprio tutto quell’insieme di pensieri,
sogni, slanci, desideri, aspettative, Amore, coraggio, passione, volonta',
capacita’ di sentire in grande, coerenza, poesia, capacita'-necessita' di
rappresentarsi il mondo in un altro modo e radicalita’ che va di solito
sotto il termine (poco comprensibile, ma usato sempre in senso
dispregiativo) di “pre-politico” e “pre-categoriale”. E' proprio l'insieme
appena indicato quello che permette di uscire dall’intrico noioso/odioso dei
ragionamenti da bar, degli improperi “tanto per”, oltre che dall’impotente
sfogo isterico delle bocciofile, degli sproloqui di sapientoni che vogliono
analizzare con strumenti chirurgici il chirurgo e, per loro, sono tutti venduti,
fascisti o utili idioti tranne che - ovviamente - se' stessi. Permette anche di
scivolare fuori dall’ingenuita’ di chi ci casca perche' rincorre ad
ogni costo un maestro (unico e' meglio) e di schivare l'approvazione dei
fascisti che ci si nascondono dietro. Non solo le Rivoluzioni non si scrivono a
tavolino e non si consumano tra un aperitivo e l’altro, ma neanche sono
faccende virtuali. In questo senso, il web di Osteria serve unicamente a
mettere in contatto differenti persone (una
piazza dell'Ancora per rivoluzionari), a scambiare pensieri e a far
circolare messaggi in codice e in un certo ordine/disordine che – non a caso –
viene colto nella sua interezza non dagli intellettuali ne’ dagli abitueè di
internet, ma proprio dalle persone alle quali intendiamo rivolgerci e che
continuano a scriverci sopra. Come a dire che il “virtuale” e' solo uno
strumento che si puo' scegliere di utilizzare e stando bene attenti a
non esserne (magari inconsapevolmente) utilizzati. Lunga digressione.
Torniamo
al potere. Il problema e’ li’. E' assai probabile che “il potere nasce
dalla canna del fucile”, ma finche’ si continua a ragionare in
termini di “potere”, immaginando che la soluzione di ogni male stia nella
sostituzione di un potere con un altro, non si arrivera' da nessuna parte.
Perche’ il problema non sta in chi tiene i fili (ozioso discutere chi ne abbia
pieno diritto e chi no), ma nell'apparente paradosso per il quale nessuno
possiede alcun diritto di reggerli e, al tempo stesso, tutti hanno
diritto alla propria vita e ad esercitarvi il diritto di esistere e di essere
se stessi, cioe’ individui liberi, in grado di dispiegare in totale il proprio
potenziale di creativita’, intelligenza e Amore. Il diritto alla felicita' non
e' secondario, e' sacrosanto.
Un po’ piu’ difficile? Si’.
Molto piu’difficile.
b) Possono
bastare slancio, passione, radicalita', coraggio etc. per cambiare un mondo che
non ci piace e dove scegliere di vivere diventa, ogni giorno di piu', un atto
eroico?
Si. Possono bastare.
Se sono autentici, sentiti sulla pelle e con tutto il proprio essere, se
la rabbia e' vera e i sentimenti non sono quelli comandati dal buonismo, dal
decalogo delle tavole della legge (delle leggi, quali che siano) o quelli
indotti da chi ha interesse a scatenare terrore, gettando a piene mani semi
tanto micidiali quanto un'atomica nel giardino di casa.
I
marinai di Krondstadt non riuscirono
a portare avanti il loro programma libertario perche', della
Rivoluzione d'ottobre, erano parte integrante e fondamentale. Quando compresero di essere stati utilizzati e poi
traditi e fu evidente che le loro idee e le socializzazioni iniziali che
andavano realizzando non corrispondevano a quanto veniva ordinato loro di fare,
era troppo tardi perche' un potere di Stato ne aveva sostituito gia' un altro.
Possiamo immaginare che nella grande fucina di Piazza dell'Ancora avrebbero
prevalso gli anarchici - come infatti accadeva - ma e' chiaro quanto lungo
e doloroso debba essere stato per tutti gli insorti il processo di prendere
totalmente le distanze dall'idea di Stato.
Oggi, non assistiamo allo smascheramento di alcuna Rivoluzione tradita, ma ci
troviamo in una situazione anche peggiore perche' subdolamente e vischiosamente
avvolgente. La lunga vittoria conseguita per tantissimi anni dal capitalismo
praticamente in tutto l'occidente (con oasi sulle quali si potrebbe
a lungo discutere, ma sarebbe fuori contesto), non
regge in alcun modo sul potere politico-economico, ma su una trasformazione
dell'essenza ultima delle persone che a tale potere si
aggrappa, si vende, si mercifica, in tal modo giustificandolo. Non
stiamo delirando: se il potere politico-economico stradomina, e' perche' si
continua a permetterlo e si continua perche' si e' indotti a farlo da tutta una
serie di meccanismi fatti passare per “naturali”, ma che non lo sono
affatto. Sono invece agenti attivi che operano modificando le coscienze e le
caratteristiche di coloro che “sono destinati” ad essere sottoposti. Questo
tipo di trasformazione e' l'arma vincente, un'atomica fatta esplodere
nell'anima della gente, riducendo a frantumi molecolari coerenza e
consistenza dell'essere. Non sono esagerazioni, e' la realta' che viviamo, o
meglio: “l'illusione di realta'” nella quale ci fanno credere di “esistere”. E
la prova (semplicissima) che le cose stiano veramente cosi' e' data dal
fatto stesso che non state per nulla sobbalzando sulla vostra sedia, ma
continuate a leggere come se stessimo raccontando una favola di Natale. Naturalmente,
noi continueremo a cercare di disintegrare le vostre sicurezze, non perche' ci
riteniamo in alcun modo superiori a nessuno, ma perche' siamo convinti
che, se non si affronta questo nodo e si inverte la
rotta, ritrovando l'umano dentro l'umano e liberandoci di paure e
zavorre, non ci sia davvero molto da fare se non ritirarci in un ecologico,
bucolico bunker-ospizio-sagrada famiglia etc. e rinunciare. Ma non siamo
fatti cosi'.
Non abbiamo paura ne'
dell'isolamento ne' di dare la vita per contribuire, anche con una goccia
piccolissima, a lasciare una testimonianza di
vita (male che vada, se ne avvantaggeranno i marziani, quando
conquisteranno la Terra o, in Italia, il pronipote di Piero Angela, ma fa nulla
perche' c'è di peggio). Non abbiamo bisogno di controllori (ne' interni, tipo:
super-io rigidi), ne' esterni, poi interiorizzati (tipo: regole, leggi,
dottrine, dogmi, polizia etc.).
Non
abbiamo bisogno di Stati, ma di cambiare radicalmente lo stato delle cose.
Oggi invece, non solo gli Stati continuano ad affliggerci, ma vengono
rinfocolati nella loro esistenza da quelle aree sociali (o truppe d'invasione
delle menti altrui) che vanno sotto il nome di destra
e di sinistra (correttamente
interpretando il termine: “destra” e usurpando il termine “sinistra” -
vero scippo semantico oltre che operazione da condor, da avvoltoi e da jene -
ai tanti che sono caduti e continuano a cadere da eroi nelle varie
Resistenze del mondo).
Da
“sinistra” perche' (ad esempio) il fatto che ai Palestinesi
non venga riconosciuto il diritto ad uno Stato e' considerato causa della
loro tragedia e perche' (altro esempio) c'e' persino chi immagina che
Stati forti possano contrastare il potere degli USA e, totalmente privo di
fiducia nelle masse - nel genere umano, direi - immagina che solo scontri tra
Stati (forti) possano offrire spiragli per una Rivoluzione (i marinai di Kronstadt avrebbero molto da obiettare al
riguardo, ma, essendo stati sterminati uno dopo l'altro dai capi della
Rivoluzione resa possibile dallo spiraglio apertosi proprio tramite una guerra,
non possono, ovviamente, rispondere).
Da “destra” perche'
Stato-polizia-esercito-sicurezza-governo forte-golpe militare etc. etc. etc. E
vai cantando:
onore-dignita'-patria-nazionalita'-nazionalismo-fascismo-nazismo-razzismo-comunitarismo, etc.
etc. etc..
Non subiamo alcun fascino della divisa. A
noi le divise fanno schifo, che siano quelle della madama italica o quelle
indossate dall’Armata Rossa. Non di meno, non e’ che si sia incapaci di
cogliere le differenze (con pennacchio, senza, etc.), e’ proprio che le divise
andrebbero abolite. Non fosse altro che per la ragione che il potere le considera ancora cosi' utili che pensò di reintrodurle - piccolo esempio, nella nostra provincia Italia - persino
sotto forma di grembiulini scolastici. La giustificazione ipocrita: “cosi’
nessuno provera' imbarazzo perche’ non potranno cogliersi le differenze
tra chi ha un maglione di marca e chi non puo’ permetterselo”. Praticamente, la franca
ammissione che lo Stato (nessuno Stato) si pone il problema di operare in
modo che ciascuno abbia identica possibilita’ di scegliersi il
pullover che preferisce. L'importante e' rendere tutti “in apparenza” uguali,
nascondendo le magagne sotto un’“apparente” uniformita’ (magagne
riciclabili, comunque ritirate fuori quando conviene, se conviene, da
coloro ai quali conviene). “Apparenza” anche perche’ cosa sara’ di uno studente
o dell’altro, al termine degli studi, dipendera’ dal conto in banca dei
genitori e dagli agganci familiari o mafiosetti che riuscira’ a procurarsi e a
far valere. Non a caso, il futuro “professional-economico” dei propri figli -
non la loro felicita' - e’ tra le prime preoccupazioni di quella “sagrada
famiglia” che celebra annualmente la propria festa e che
rinserra, oggi come non mai, le proprie fila e i propri portafogli perche’:
“c’è crisi, non si puo’ sperperare”. Chi e’ dentro e’ dentro e chi sta fuori e'
fuori. Noi stiamo fuori, per fortuna, e sotto un cielo di stelle (rosse e nere). E “Vissi d’Arte, vissi d’Amore” possiamo cantarlo,
suonarlo e sottoscriverlo.
Mica poco. Non e' roba che si mangia, lo sappiamo, ma poco non e'. Almeno,
se dovremo buttarci, lo faremo “tra l'angioli de Castello”, come si dice a
Roma, e visto mai che ci spuntino, proprio all'ultimo-ultimo, un paio d'ali.
L’Armata
rossa, dunque, ci fa lo stesso effetto dei cori patriottici alla Fratelli
d’Italia (o d'I-taglia, proprio nel senso di WANTED, WANTED, WANTED sotto
una non qualunque fotografia e giu’ una cifra con tanti zeri da riempirci i
forzieri di tutti gli zar di Russia da quando li inventarono a quando decisero
che non andavano piu’ di moda).
Ci fa anche lo stesso effetto che sicuramente
fece ai libertari di Kronstadt mentre la vedevano avanzare tra i ghiacci della
Finlandia decisa a massacrare e disintegrare la loro vita, le loro conquiste e
la loro autonomia. Davvero beato quel
popolo che non ha bisogno di eroi. Eppure, non ne esiste uno, ne'
e' mai esistito. Se ci dimentichiamo di tutto questo, oppure lo nascondiamo
tra le “magagne” della storia o dietro l'ipocrita, ineffabile espessione: “i
panni sporchi si lavano dentro casa”, non faremo un passo in avanti. E il ’68?
E gli anni ’70? E tutte le persone che sono morte? E i compagni che hanno
trascorso una vita in galera? E quelli che ci marciscono ancora? E quelli
caduti sotto i colpi della polizia? E quelli volati fuori dalle finestre
(alcuni, per loro decisione; altri, perche’ commissari nervosetti - oggi eroi
della patria loro - hanno deciso di scaraventarceli)? E i milioni di morti
innocenti? E i combattenti per la liberta' Palestinesi, Iraqueni, Pakisthani,
Afghani, Kurdi, Africani, Sud-Americani, Indiani e di ogni parte del mondo? E me
stessa? E tu che mi stai leggendo mentre scrivo e la carezza s'è fermata,
lieve, sulla mia spalla e attende una risposta che non ci fulmini entrambi
nello stesso istante? Non ho risposte, oltre alla citazione di Brecht. Ho
solamente tante domande.
La prima e', piu' che
altro, una speranza: che ci scrivano, da ora in poi,
solo Marinai, Pirati e Poeti. E senza alcuna paura di essere tali, ma andandone orgogliosi.
La seconda e' una
richiesta: tieni, tenete i libertari di
Kronstadt in un angolino della memoria. Insieme a tutti quegli eroi di cui,
purtroppo, c'e' ancora bisogno.
Le altre? Ne parleremo
alla prossima occasione.
****************

LO STATO E' SOLO UN PARTICIPIO PASSATO
I necrologi erano pronti da
giorni. E c’era chi si lamentava perché non si decideva ad andarsene,
lasciandolo in attesa, col pezzo funebre innescato, desiderando spararlo lui per primo.
Così, i cecchini dell’informazione più abietta e servile, stravenduta e strariciclata.
Noi non apparteniamo a questa schiera. Non siamo però neanche parte di quelli
che aspettavano solo l’ora del trapasso per stappare una bottiglia di Chianti o
di champagne (secondo casi e possibilità economiche). La prima categoria
non ci riguarda. La seconda, purtroppo, sì. Ci fanno tristezza le vignette che
ironizzano sulla morte e che vediamo su troppi siti e blog di tanti compagni.
Non sono divertenti. Non c'è nulla da ridere, nella morte. Neppure ci piace chi ne fa oggetto di speculazione.
Kossiga è sempre stato un nostro nemico, uno tra i peggiori, e non ci
rifugiamo nell’ipocrisia del definirlo “avversario”. Era un nemico in senso
proprio. Non è possibile concedere l’onore delle armi a chi le possedeva e le usava già quasi tutte e ha
avuto le mani più che in pasta in massacri e in omicidi di
compagni, dalle stragi di
stato a Giorgiana Masi e oltre, fino alle istruzioni date alla polizia
su come infiltrare le manifestazioni. Possiamo però, anzi, ci sembra
doveroso, concedere rispetto
alla morte. Non a Kossiga, ma alla morte in sè.
Esce di scena un uomo che conosceva quasi tutti i “misteri”
italiani, essendone stato partecipe in prima persona. Del resto, non li avrebbe mai
rivelati. Un uomo “delle istituzioni” è anche “servo delle istituzioni”;
se pure - non lo crediamo - avesse voluto raccontare qualcosa, non gli
sarebbe stato permesso. Ad ogni domanda avrebbe risposto col silenzio,
o con giri di parole. Niente “canto del cigno”, dunque. Ora è il silenzio per sempre. Chissà,
forse altri “K” parleranno, anche loro dopo una vita lunga e crudele, costellata
di infamie.
Non piangiamo certo la morte
di Kossiga con la “K”, come abbiamo visto fare persino a persone semplici, ingenue, che riescono ad
affezionarsi anche ai propri nemici. Non piangiamo, ma neanche sbeffeggiamo la
morte di Francesco Cossiga con la “C”. La morte ha una sacralità pari per ciascuno. Ed è più
grande dell’odio, persino di quello più giustificato. Guai, se così non fosse.

http://www.youtube.com/watch?v=gcgYwTnBIIQ&feature=search
Here's to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

...merveilleuse!!!
Dalle ore 17.30 in poi.
Avremo il libro “Osteria
Calcutta”, le nostre foto, i manifesti, ecc.
Chi volesse incontrarci, potrà
farlo in questa occasione.
Ringraziamo particolarmente Marianna, Mario, Linda e Gaetano, per questa opportunità.
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