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LA ROSA
DEI VENTI
Nell’ottobre del 1974, Giovanni Tamburini,
trentenne magistrato padovano, ha tra le mani una borsa ritrovata in una
canonica, al suo interno degli appunti su finanziamenti, proclami destinati
a caserme, un progetto insurrezionale e volantini firmati da gruppi
eversivi neofascisti, tra questi uno a firma la
Rosa dei Venti. La borsa è di proprietà di Giovanni Porta
Casucci, fondatore degli “Elmi d’acciaio”, gruppo che raccoglieva combattenti
nelle file del Terzo Reich. Attorno a lui gravitano figure come il principe
Giovanni Francesco Alliata di Montereale, fondatore del Movimento nazionale di
opinione pubblica e della Maggioranza silenziosa, Eugenio Rizzato, ex gerarca
della RSI, amnistiato nel 1946, che viene fermato con l’auto carica di armi e
volantini eversivi, il venticinquenne Roberto Cavallaro. Le indagini
arrivano al tenente colonnello Amos Spiazzi, dove viene trovato un ingente
quantitativo di armi, inoltre nella caserma d’artiglieria di Verona, dove
Spiazzi è responsabile dell’ufficio informazioni, Cavallaro, che si spaccia per
un magistrato militare, tiene una conferenza sul “pericolo rosso” ai soldati.
Cavallaro svela a Tamburini l’esistenza di un’Organizzazione operativa dal
1954 che utilizza vari gruppi tra cui la
Rosa dei Venti, ON e MAR. l’Organizzazione possiede due
strategie, la prima prevede il colpo di stato, la seconda punta a una serie di
operazioni destabilizzanti che giustificassero una necessità di ripristino
dell’ordine. Spiazzi parla di un’Organizzazione militare – civile che sorveglia
l’andamento della vita politica italiana, riservandosi d’intervenire per
bloccare il montante “pericolo rosso”. La Rosa dei Venti è implicata in una serie
di attentati, quello fallito al treno Torino - Roma dell’aprile 1973 e quello
alla Questura di Milano in via Fatebenefratelli, dove rimangono a terra quattro
morti e cinquantadue feriti. Obiettivo dell’attentato è il Ministro Mariano
Rumor, che rimane illeso, l’attentatore è Gianfranco Bertoli, personaggio
ambiguo, membro di Gladio, ex collaboratore del SIFAR, aderente a Pace e
Libertà, viene arrestato sul posto e si dichiara “anarchico”. Il 30\10\1973
Tamburino spicca un mandato di cattura contro il generale Miceli, il 14\07\1978
la Corte di Cassazione
sposta il dibattimento da Padova a Roma lo affida al PM Claudio Vitalone
che invoca il segreto di stato che tacita definitivamente la questione. Spiazzi
viene condannato a una pena di cinque anni, Casucci a un anno e sei mesi, gli
altri imputati a pene irrisorie. Il generale Miceli,nel frattempo eletto nelle
liste elettorali del MSI di Almirante, assolto dall’accusa di favoreggiamento
perché il fatto non sussiste. Il nome Rosa dei Venti riaffiora solo
sporadicamente nel calderone delle indagini del golpe da “operetta” Borghese.
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