POSCRITTO , 26 giugno
Ieri arriviamo
sul marciapiede brulicante-di-vita sotto la Bourse du travail
verso le otto di sera, venendo dalla settimanale "assemblea a cielo
aperto" sulla piazza-sagrato del Beaubourg dove - come
"ieri" contro l´estradizione di Marina Petrella, oggi testimoniamo
della determinazione a interporci coi nostri corpi ad una eventuale sciagurata
decisione di estradare i nostri fraterni amici e compagni Sonja e
Christian. I CRS che, a loro volta circondati dalla lunga teoria dei loro
camion, circondano il marciapiede e "massa umana" che lo riempie di -
anche se disperata, vita -, ti bloccano e ti chiedono di aprire borsa o zaino
per controllare. Non già "armi improprie", o "proprie" -
che so, metti a uno come me che in un libro di Valcarenghi sulla Milano dei Seventies
veniva chiamato "Scalzolotov". No, controllano che
non si faccia entrare del cibo ! D´altra parte, ci raccontano dei
compagni, conosciuti e sconosciuti, e delle donne ed uomini accampati, che la
sera prima si è sfiorata la Battaglia perché gendarmes e CRS
eseguivano con puntiglio da banalità del male l´ordine di non lasciar
accedere, nemmeno le donne, ad un paio di quei moderni vespasiani d´acciaio, a
moneta ed apertura automatica, che troneggiano sui marciapiedi della metropoli.
Il motivo, « non lasciar deteriorare delle attrezzature urbane ».
Stessa cultura - polizia e sindacati di Stato, servo/padronali - di
quella specie di Franti d´altobordo, che - senza nemmeno la virtù
democristiana, togliattiana, clerico-liberale e clerico-stalinista di ipocrisie
e doppiezze - apre l´impermeabile dell´esibizionista per parlare di
«quantitativi di donne» e relativi «utilizzatori» (sto
parlando, tanto per non far nomi, dell´On. Avv. Ghedini... non ricordo il
prenome di quest´infimo).
Per
fortuna, un paio di compagne vanno a cuocere chili di riso ed altro, e tornano
riuscendo a lanciare i sacchetti, un po´ come "il cuore oltre i
reticolati", e i bambini fanno cena. A proposito, devo scappare a
salutare, con altri uomini e donne della rifugiaterìa parigina, i
compagni di Sensibili alle foglie (Marita, Renato e la figlia
Cloe; Nicola, Pierofumarola e qualche altro nuovo amico), che ripartono
dopo un convegno su Georges Lapassade, la socioanalisi, gli incroci con la Critica
della vita quotidiana di Henri Léfebvre, con la schizoanalisi, la
psicoterapia istituzionale, e molto altro. Si è discusso, nell´ultima giornata,
di «socio-analisi narrativa», di «stati modificati
di coscienza», di tarantula, "morso e rimorso",
ed altro. Si discute, qualcuno irrompe cantando e ballando tammurriate,
si va avanti fino a tardi. Saluti, appuntamenti, abbracci. Rientro qualche
minuto troppo tardi per evitarmi lo scroscio di un acquazzone imponente dopo la
cappa del caldo. Crollo a dormire un po´, e al risveglio piove ancora.
Nella
congiunzione fra fragilità fisica, "salute cagionevole" (da - reale
o, reale e decretato da ipocondria esportata e proiettatami addosso
dalla prima infanzia - "scampato" di giustezza a complicanze da
prematuri), e vigilanza iperestesìaca un po´ ipertrofica, penso che una notte di
pioggia battente non sia stata sopportabile per la gente di quell´odioso
marciapiede. Arrivo là per cercar notizie, e trovo "tutto il
villaggio". I teli azzurri di plastica dura coprono le povere cose
accatastate contro il muro di pietra e merda della cattedrale sindacale, i
bambini scorrazzano, parlano a voce alta le donne in gruppo, gli uomini fumano
silenziosi e a domanda ti raccontano.
Sono tornato a
casa solo per scrivere, alla meno peggio, quanto segue. Lo dico in fretta, d´un
fiato, senza ripensarci, senza spiegare, spiegarmi, spaccar
capelli, farmi avvocato del diavolo, tentar di tagliare la strada a malintesi
e altro del genere : devo tornare là, e dunque mi arrendo ad
un assurdo nodo d´ingiunzioni contraddittorie, alla prescrizione, intimazione a
doppio taglio, doppio vincolo, nodo scorsoio, groviglio di intimazioni
autocontraddittorie, quale «in fretta e breve, conciso e semplice
e chiaro e nel linguaggio corrente » ...
"Infame
società..." ,
cantava la romanza anarcomunista "Battan l´otto", originariamente
chiamata "Quelli dello sciopero di Terni" (sciopero poi
serrata dell´anno millenovecento - moi nonn´Oreste Fabbri lo raccontava,
raccontava dei treni coi bambini che partivano per essere accolti dalle braccia
fraterne delle famiglie operaie del nord, o di proletari "terroni").
Oggi, ecco, I
had a dream. Che una fiumana di gente senza troppi striscioni, bandière,
distintivi, orpelli, investa il palazzo rossiccio e vetro della sede centrale
della CGT qui a tre passi da dove abitiamo noi, a porte de Montreuil.
Che li si copra
di mmerda, li si chiami coi nomi che gli spettano, "Servi dei
servi dei servi dei servi", servo/padroni, corporativi, prosseneti,
razzisti, stalino-fascisti, teppa, white-shit !
Altro che Lama!
L´affare delle
ruspe segno, come un presagio, una profezìa che si autorealizza, l´inizio del
declino inesorabile del PCF. Questa vergogna deve segnare l´inizio della fine
di un cancro che mina ogni possibilità di anche solo pensare, non si dice la
rivoluzione sempre più necessaria e sempre più difficile, fino a sfiorare
l´impensabile, ma anche semplicemente delle lotte, foss´anche di
adeguate resistenze...
Malgrado a tanti
possa far male al cuore, non si può non far soffrire
"Billancourt"... * [* L´espressione fu usata da
Jean-Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Simone Signoret e Yves Montand di ritorno
da un ultimo viaggio in URSS dopo il disincantamento. A domanda sul perché non
avessero detto a suo tempo, sin da quando se ne erano resi conto, che il
«socialismo reale» era innanzitutto una dittatura sul proletariato,
risposero «Non potevamo gettare nella disperazione `Billancourt´»:
il nome della fabbrica alludeva, simboleggiava la classe operaia e tutto il
gigantesco rizoma di movimenti sociali che, nella sua schiacciante maggioranza,
aveva riposto e continuava a riporre in quella che per noi era una contradictio
in adjecto allo stato puro, la mostruosa Chimera di una "Patria
della liberazione umana", di uno strano attrattore che confiscava le
speranze, di un Leviathano travestito in tuta blu e stella rossa sul
berretto... Dicevano i quattro, che non se l´erano sentita di provare a sfatare
la loro fede, a rischio - quasi certo - di gettarli nello sconforto, in una disillusione
senza né via d´uscita, e nemmeno consolazione possibile. Certo, gli si
sarebbe potuta opporre un´osservazione di Marx: "se noi
strappiamo via i fiori di carta che ammantano, coprendola, la nuda catena dello
sfruttamento, non è per lasciare i proletarî ancora più disperati e soli ;
ma bensì perché, riconoscendola, possano spezzare la catena e cogliere i fiori
vivi...". Voilà]
Bisogna andare a `dare il fatto loro´ a tutti
i poteri costituiti, la catena di commando sociale che sta dietro questo orrore
ed oscenità. Qui si, l´indignazione non è quella cosa `a corrente continua´,
tra sindrome di querulenza e pensiero-propaganda, che finisce per
diventare giaculatoria un po´ abietta, autoriconoscimento, vanitas al
fondo identitaria (cioé dell´ordine del patrimoniale, degli assi
ereditarî, cioé del proprietario ; e del rappresentarsi).
Sinora, le "Compagnerìe"
intese nel senso più lato, più indiscriminato, brillano per la loro assenza. Se
si tratta delle "difficolà della vita", del caldo, dell´impossibile
ubiquità..., foss´anche del "tengo famiglia", pazienza. Ma me interessano
gli uomini e le donne con cui dividiamo tanto - al netto di tutto - tempo-di-vita,
di ascolto e di parola. Se malauguratamente tante persone, circoli, reti e
rizomi, ribelli, critici, rivoltosi, ultraradicali, "antagonisti",
mantenessero una tiepida distanza, magari in nome di critiche, obiezioni,
magari di tipo "più radicale", più "puro e duro", più
"rivoluzionario", non potrei che dir loro che questo, `peggio che
un crimine´, sarebbe un errore. Si porrebbero infatti di colpo come
tanti praticanti una critica della critica critica, poco importa se di
parole, d´atti o d´entrambi. Diventerebbero autoreferenziali, in qualche modo
"di lusso", facile oggetto su sarcasmi sui dimolto rivoluzionarî...
Questa volta, la
tempestività si impone, sui piani e per gli ordini di considerazione più
diversi. Svicolare questa `linea di fronte´, significherebbe essere ben partiti
per un´àlgida vita virtuale, un´altrettanto virtuale rivoluzionarietà.
26.VI.2009 Oreste Scalzone