L’originaria ambiguità del fascismo
Dalla notte dei tempi i fascisti
(old o neo che si voglia) si proclamano “al di là di destra e
sinistra”,
“eversivi” e contro il “regime”. In questo loro
atteggiarsi a “rivoluzionari”, i fascisti spesso hanno copiato,
manipolato e
modellato a loro piacimento, teorie e prassi della sinistra
rivoluzionaria, riprendendo temi e slogan della parte avversa. Ad
esempio il Fronte
della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI) riprese il nome usato
dai
giovani comunisti di Eugenio Curiel durante la Resistenza; Ordine Nuovo
(organizzazione neofascista fondata da Pino Rauti nel 1956) altro non
riprendeva se non il nome del giornale/gruppo politico di Antonio
Gramsci e
Palmiro Togliatti, primo nucleo del Partito Comunista, oppure, in tempi
più
recenti, "Rinascita", giornale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore,
che è anche il
nome della testata del settimanale culturale del Pci, poi del Pdci.

Il tentativo di “copiare” e scimmiottare l’estrema sinistra
da parte della destra radicale non si ferma e non si è mai fermato ai
nomi, ma comprende i temi e l’iconografia. I gruppi neofascisti (e ancora oggi
tutti i gruppi dell’estrema destra, comprese frange di Alleanza Nazionale, in
particolare i giovani di Azione Giovani) si richiamano all’antiamericanismo,
all’ecologismo (a partire dagli anni ’70, poco dopo l’esplosione dei movimenti
verdi ed ecologisti di sinistra), all’indipendenza della Palestina, dei Paesi
Baschi e dell’Irlanda del nord, o al mito di Che Guevara guerrigliero
anticapitalista.
Nel caso della Palestina spesso si accompagna la propaganda
filo-araba a un forte antisemitismo contro Israele e gli ebrei. Nel caso
dell’Irlanda del Nord si difendono i cattolici dall’anglicana e secolarizzata
Gran Bretagna. Dopo la caduta del muro molti gruppi neofascisti si sono
espressi contro le guerre condotte dagli USA e dalla NATO, in particolare la
prima guerra nel golfo (si parlò anche di gruppi di “volontari” che andarono a
combattere dall’Europa a fianco di Saddam Hussein), la guerra in Jugoslavia e
le guerre post-11 settembre (Afghanistan e Iraq).
Ma
c’è di più, per ragionare di paradossi, patologie e dissociazioni
schizofreniche.
Lo troverete nella pagina interna, cliccando qui.
Letto?
....a tutto ciò, aggiungiamo un altro link, che ci viene inviato: http://www.intermarx.com/ossto/archivio.html
(di Archivio Antifascista
Venezia).
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Napoli, MODI'
Per l’aggiornamento sullo svolgimento dei programmi
avviati (sono tanti, ognuno richiede un discorso a parte), cliccare qui.
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TERZIGNO
(o per conto terzi?)
in
memoria
di Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, anarchici assassinati la notte del 26 settembre 1970.
Cinque
anarchici, età media 22 anni. Morti in un “misterioso”
incidente alle porte di Roma. Quando un anarchico muore in modo
misterioso, c'è da essere sicuri che non si sia trattato di cause “naturali”.
Più di trenta anni, fa cinque compagni anarchici partirono da Gioia Tauro, in una bella giornata di fine settembre, col cielo terso, l'aria frizzantina, e un dossier di oltre cento
pagine, frutto di una loro controinchiesta, fitta di nomi, organizzazioni e collegamenti. Una vasta
documentazione sui fatti di Reggio e sulla strage di Gioia Tauro, che provavano
sia l’infiltrazione dei neofascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale
per strumentalizzare la rivolta di Reggio Calabria a fini eversivi, sia che il treno “La freccia del Sud” era
stato fatto deragliare tra Gioia Tauro e Reggio da una carica esplosiva collocata da neofascisti in
collaborazione con la ’ndrangheta. Su quel treno, il 22 luglio dello stesso anno, morirono sei persone e oltre 60 vennero ferite, alcune molto gravemente.
I cinque anarchici avevano messo insieme una lista di nomi dell'estrema destra in contatto con ambienti
massonici e con la dittatura dei colonnelli
greci. Nei giorni della rivolta a Reggio avevano fotografato “professionisti” dell'eversione nera tra gli animatori delle barricate. Tra questi, molti di coloro che, nel dicembre successivo, saranno tra
i partecipanti al fallito golpe del principe Junio Valerio Borgese, che avevano visto eccitare gli
animi sulla piazza di Reggio Calabria, applaudito dai boss locali. Soprattutto, indagando sulla strage relativa al treno, avevano messo insieme un buon numero di prove sull'attentato, provocato da una bomba, come si leggeva anche nelle prime perizie, in seguito archiviato dalla magistratura come “incidente” causato da incuria dei macchinisti. Un attentato che era parte di un'operazione di destabilizzazione alla quale parteciparono forze
diverse, unite da interessi comuni.
La notte del 26 settembre 1970 i cinque ragazzi sono in viaggio
verso Roma, per consegnare la loro documentazione alla
redazione di Umanità Nova e sottoporla anche all’avvocato
Edoardo di Giovanni, che aveva collaborato alla contro-inchiesta sulla strage di Piazza
Fontana. Angelo Casile ha anche già testimoniato nel corso dell'istruttoria su piazza Fontana condotta a Roma dal giudice Vittorio Occorsio che indagava
sui legami tra eversione di destra, massoneria e criminalità organizzata - e per questo
sarà ucciso - parlando del coinvolgimento di un estremista nero
calabrese nella catena di attentati che avevano accompagnato la
bomba alla Banca dell'Agricoltura.
I
cinque anarchici hanno con sè il dossier. Hanno già cercato di spedirlo
ad un compagno del Circolo Anarchico di Roma, che però non lo ha mai
ricevuto. Neppure loro arriveranno mai. La Mini Morris sulla quale viaggiano è travolta da
un camion, sventrata e ritrovata in mezzo alla carreggiata a meno di 60
chilometri da Roma, tra Fermentino e Frosinone. La Polizia stradale attribuisce la colpa dell'“incidente”
ad un errore del guidatore, che ha portato la Mini a schiantarsi sul
retro di un camion fermo in corsia d’emergenza, a luci spente.
I pronostici erano infausti. Aver raccontato in
giro di avere scoperto cose che “avrebbero fatto tremare l’Italia”
non era stata
una grande mossa. Anni dopo, un poeta, un immenso poeta, verrà
assassinato all'idroscalo di Ostia poco dopo avere pubblicamente
affermato “Io so...”
in merito alle stragi di quegli anni. Ma questo accadrà nel 1975, i cinque
anarchici non lo sapranno mai. E, quand'anche lo avessero saputo, non
si sarebbero comportati diversamente.
Infatti, ignorarono
del tutto l'avvertimento del padre di Lo Celso che, alla vigilia del
viaggio, ricevette una
comunicazione allarmante da un suo amico che lavorava nella polizia
politica di Roma: “E’ meglio che lei non faccia partire suo figlio”. Il
27 settembre, inoltre, sarebbe arrivato a Roma il presidente Usa
Richard Nixon. Ma gli anarchici, si sa, si burlano dei
pronostici, degli avvertimenti e della sorte. Andrebbe però spiegato perché i danni sul davanti
della piccola auto fossero irrisori mentre una fiancata risultasse sventrata, e come mai le luci posteriori del camion
fossero rimaste intatte; perchè, subito dopo l’incidente, accorse immediatamente sul posto la polizia
politica, da Roma. Soprattutto: che fine fecero i documenti e le agende
dei ragazzi, richiesti più volte dai famigliari, ma mai ritrovati.
Oltre a ciò, i
2 camionisti coinvolti risultarono
dipendenti del principe Junio Valerio Borghese. E l’inchiesta
sull’incidente fatta dalla Polizia fu affidata a Crescenzio Mezzana,
tra coloro
che parteciperanno al tentato golpe Borghese, ai primi di dicembre
dello stesso 1970. Ci si poteva aspettare da lui una valutazione
diversa da: “la solita strage del sabato sera?”.
I cinque ragazzi, conosciuti come “gli anarchici
della baracca” dal nome della villetta liberty dove si riunivano molti compagni
di Reggio negli anni’60, sono stati ormai dimenticati quasi da tutti. Ne parlò nuovamente, il 16 giu 1993, davanti al pm di Reggio Calabria Vincenzo Macrì, il
“pentito”
Giacomo Lauro, dicendosi convinto del fatto che fossero stati
assassinati e affermando che il deragliamento della Freccia del Sud
era stato un attentato compiuto su mandato del Comitato d'azione per
Reggio capoluogo. Anche il “pentito” Carmine Dominici parlò di quei cinque omicidii e dichiararò anche di aver
fornito lui l’esplosivo per far deragliare i treni a Gioia Tauro ai capi “neri”
della rivolta di Reggio, nonchè la collusione tra estrema destra e 'ndrangheta in quei fatti.
Nel 2001, il responsabile della direzione
Antimafia calabrese Salvo Boemi definì logico e plausibile, come nel caso di
Gioia Tauro, che una strage fosse stata organizzata per coprirne un’altra e i
cinque ragazzi fossero stati assassinati perché
avevano con sè documenti importanti. La direzione
investigativa antimafia ricostruì poi almeno una parte degli
accadimenti: che la
strategia della tensione in Calabria era stata alimentata da
Avanguardia Nazionale e dai boss della ‘ndrangheta con l'appoggio della
massoneria. Ma poco di più. E dopo che i protagonisti assassini di quelle vicende erano già morti o fuggiti all'estero (quando si dice:
“fuga di cervelli
”!).
C'era aria di golpe. E’ inevitabile mettere in
relazione ciò che sta accadendo in questi giorni a Terzigno e la rivolta di
Reggio Calabria, che, da luglio 1970 a febbraio 1971,
insanguinò un’intera città. Quella rivolta, nata spontaneamente a seguito della
decisione di collocare il capoluogo a Catanzaro, che sarebbe così divenuto
anche sede dell’ente Regionale Calabria (con l’istituzione degli enti
regionali), fu egemonizzata dopo poco tempo dalla destra. Dai fascisti dell’MSI
capeggiati da Ciccio Franco, al grido di “boia chi molla”, animatore del
Comitato di Azione per Reggio capoluogo che riunì estremisti di destra, monarchici e manovali della 'ndrangheta, ex comandanti legati ai servizi
segreti Usa, industriali e
armatori che finanziarono azioni di terrorismo e l'acquisto di armi ed
esplosivi; Il Comitato di Azione per Reggio capoluogo sconvolse la città da metà luglio, mettendola a ferro e fuoco quotidianamente. Dietro la protesta c'era la volontà di
alzare la tensione nel Paese a 6 mesi di distanza da piazza Fontana. La destra,
partiti (in particolare l‘MSI) e organizzazzioni clandestine, assunsero un ruolo di primo piano nei
Fatti di Reggio, ma a monte di tutta la questione ci fu un
intreccio di lotte per il potere da parte di molti partiti, inclusi
repubblicani e socialisti, che premevano perché il capoluogo fosse collocato in
una o l’altra città della Calabria – anche Cosenza lo rivendicava -. Lotte di
potere, politiche, a livello di un governo che utilizzò la manovalanza della
’ndrangheta per combatterle a suon di morti.
E' in questo contesto che si inserisce la strage di
Gioia Tauro, sulla “Freccia del Sud”.
Tornando alla questione del capoluogo, tra
quella spazzatura, finirono morti, feriti e ci furono migliaia di arresti e denuncie. Reggio fu barricata, paralizzata da scioperi e da feroci
scontri con la polizia, attentati dinamitardi e interruzione delle
comunicazioni ferroviarie. Il governo presieduto dal DC Emilio Colombo inviò contingenti militari, carabinieri, polizia,
esercito e tutto si concluse con i carri armati sul lungomare di una città
devastata, tra 20 lug ‘70 e 21 ottobre 1972, dopo 10 mesi di assedio. Col
“Pacchetto Colombo”, gli organi istituzionali della Calabria furono divisi,
a seguito di mediazioni e compromessi politici: sede del capoluogo di regione a
Catanzaro; Università della Calabria a Cosenza; sede del Consiglio
Regionale a Reggio dove però gli impianti per il rilancio industriale e
commerciale non furono mai attuati, o furono immediatamente oggetto di
speculazione da parte dell'‘ndrangheta.
La notte tra 21 e 22 ottobre 1972,
altre 8 bombe vennero fatte esplodere sui treni diretti a Reggio, carichi di emigrati
che, dal nord, tornavano nelle proprie terre per partecipare alla
manifestazione a sostegno indetta dai sindacati dei metalmeccanici e da quelli
degli edili.
Un intreccio di poteri criminali, di servizi segreti e magistratura connivente e asservita. Fatti
lontani nel tempo, i cui protagonisti sono ormai quasi tutti deceduti o
al sicuro in altri paesi. E altri, divenuti già da allora intoccabili,
in
doppiopetto, siedono in Parlamento e al Senato.
Oggi,
a Terzigno e nelle zone limitrofe, gli scontri in merito alla discarica sono violenti, con i soliti
depistaggi e il tentativo di mettere le mani su una ribellione nata
spontaneamente in una Campania che cova la
propria rabbia da tantissimo tempo, una polveriera pronta ad esplodere.
E, ancora una volta, c'è chi si pone a capo di una sana ribellione per
determinare un clima di tensione e spingere l'esasperazione al punto di
rottura.
Ma non nell'interesse della povera gente. Come d'abitudine, vengono tirati
in ballo e criminalizzati gli anarchici,
“terroristi
” per definizione - data
“da chi?
”- (come fu per Valpreda, per Pinelli, etc. etc. etc.).
C'è aria di golpe?Le premesse ci sono tutte.
-
Eppure... qualche cosa si muove-
Da dove meno se lo aspettano...
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ALLA
LUCE DI TANTE COSE
Alla
luce del fatto che “Libertà è partecipazione”, bisognerà però pure distinguere
tra una partecipazione o l'altra. Partecipare a un raduno di naziskin, tanto
per fare un esempio, non lo trovo una grande forma di libertà. Essere parte di
un branco che infligge torture a qualcuno, neanche. Ma, anche evitando gli
esempi limite, non mi sembra un'esaltante forma di libertà partecipare di tutta
una serie di luoghi comuni che affliggono questi tempi davvero tristi.
Le
sconfitte sono state pesantissime, le morti, in numero altissimo, tra coloro
che hanno lottato e che continuano a farlo, ognuno a modo suo, ma SUL SERIO. E
tutto ciò ha prodotto un rattrappimento morale e anche delle intelligenze che
sgomenta. Vedo una piccola parte di una “vecchia guardia” che resiste a
oltranza, in un mare di traditori. E vedo una generazione nuova che, in gran
parte, insegue i nuovi falsi miti che si chiamano “lotta per i diritti al
posto di lotta di classe”, “anticapitalismo senza antifascismo”, “giustizialismo”
e aspettative di un “uomo forte”, che risolva la situazione per tutti. Vedo
ribellioni corporativiste e tentativi di riprendersi un futuro rubato operati
solo individualmente, senza capire che, se le lotte non sono collegate tra loro,
non si arriva da nessuna parte.
La
ribellione è qualcosa che parte da dentro, che passa attraverso l'identificarsi
o l'essere in prima persona una persona sfruttata.
L'informazione,
com'è logico in uno stato e in uno stato capitalista, riflette solo un'immagine
distorta del mondo, dando false informazioni che sono peggio di
niente, perché c'è fame di credenze.
La
cultura è alla rotta e si scambia per arte l'espressione creativa di chiunque,
sacrosanta, ma che non è arte.
Una
manifestazione ad usum politicanti è scambiata per una battaglia di
classe - persino per Resistenza - e una società incivilissima si
autodefinisce civile. Gli unici strumenti concessi sono, ovviamente, quelli che
di sicuro non intaccheranno nulla. E perciò: manifestazioni, marcette,
petizioni e firme, tutte cose che lasciano il tempo che trovano. E pacifismo a
gogò.
Come
dire: lo stato può ammazzare in una quantità di modi, massacrando per vie
dirette e indirette. La risposta consentita è appellarsi ai diritti umani. La
risposta sana, logica, viene definita violenza.
A
questo proposito, ricordo una canzone: Le Déserteur, di
Boris Vian, la canzone contro la guerra e
antimilitarista più celebre di tutti i tempi. Eppure...l'antimilitarista (e non
“pacifista”) Boris Vian scrisse una feroce canzone contro la guerra,
probabilmente riferendosi a delle guerre francesi in particolare: la guerra
d'Indocina appena conclusasi con la disfatta di Dien-Bien-Phu, oppure la guerra
d'Algeria che stava iniziando. La strofa finale recitava in tutt'altro modo di
quella conosciuta: Prévenez vos gendarmes, que je serai en arme et
que je sais tirer, il che ne faceva una canzone non “pacifista” in
senso stretto...
Si vous me pour suivez prévenez vos gendarmes:que je
serai en arme[s]et que je sais tirer. Se mi perseguite dite ai vostri gendarmi: che sarò
armato, e che io so sparare.
Ovviamente,
questa nota non è un incitamento a una lotta armata per la quale non esistono
le condizioni e che ha possibilità di riuscita solo in quanto movimento di
massa, così come è stato per la Resistenza. E' solamente una breve riflessione
su ciò che viene consentito e cosa no.
Le informazioni su Boris Vian e il testo citato
sono tratte da: http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=1&lang=en
l'unica versione con la strofa originale
http://dailymotion.virgilio.it/video/x9p517_ferhat-le-deserteur_music
“ ...je serai en arme et que je sais tirer...”

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