...cominciamo da
figure, funzioni e personaggi, territorî esistenziali a noi lontani e nemici,
nel senso di una radicale estraneità ostile. Gli "uomini pubblici",
uomini "di Stato", in questa specifica vicenda dello sparo assassino
del poliziotto Spaccarotella che ha stroncato la vita del giovane Sandri, si
trovano stritolati tra due principî loro, e la loro torsione. Da un
lato, qualsiasi giustificazione, qualsiasi minimizzazione dell´atto,
comporta, al di là di tutto, di calpestare, di contraddire - mostrandone così
il carattere mistificatorio, strumentale e fallace - loro fondamentali
enunciati. Che spari così un uomo legalmente autorizzato a portare un´arma, in
esecuzione del principio fondativo della forza legale, la detenzione del monopolio
della forza legittima, rende l´atto ancor più grave, e non il
contrario: chè consustanziale di questa facoltà, di questo autodecretato
"diritto" dello Stato, è la necessaria autolimitazione di questa
stessa forza, senza la quale esso diverrebbe realmente, nonché apparirebbe,
come la banda più forte. Si chiuderebbe così il cerchio, rilegittimando
la guerra di ciascuno, la «guerra di tutti contro tutti», di
ciasuno contro ciascun altro. Qui, si rivelano pieni di vermi gli stracci, i
lacerti di «legittimità» di chi pretende - nel mentre che uno
stessa Autorità a cui è demandata la facoltà, il potere di decreto su
ciò che si chiama Verità e Giustizia commina a chi sia decretato colpevole
d´immigrazione clandestina, illegale, una stessa quantità di pena che quella
irrogata all´uomo in armi e in divisa che si è ritenuto autorizzato a
sentenziare ed eseguire l´assassinio di un senz´armi, «inerme»
- di legiferare su un aumento incessante del `sorvegliare e punire´
proponendolo al male di vivere come una soluzione, soluzione, appunto, penale
di un´infelicità su cui si versa ogni giorno benzina.
Sono gli stessi
- poteri costituiti, funzioni, circoli, correnti, attori istituzionali,
politici - che, d´altro canto, hanno aizzato, sacralizzato, esercitato una
torbida majeusi rispetto a quell´urlo assoluto, agghiacciante che chiede, che
reclama dalla «Giustizia penale» il ruolo di cinghia di
trasmissione, di braccio secolare, di dispositivo di esecuzione di quello che è
sentito come un proprio bisogno assoluto di ottener vendetta, di esser
dal castigo del colpevole risarcito, addirittura restituito alla vita,
alla possibilità di elaborare il lutto.
Per questo,
statisti, politicians, figure dei più diversi poteri sociali costituiti,
"fabbricanti di Doxa", Opinion-makers istituzionali,
produttori di pensiero-Propaganda, pensatori `dall´alto´,
dall´alto-in-basso, da sovrastanti a sotto-posti, risultano, nel
gestire con quelle che sono comunque delle nov.langues la messinscena,
lo Spettacolo delle controversie su questo e consimili «dilemmi
morali», dei tristi figuri che si contorcono in figurazioni di rara
pornografia.
Il loro
improvviso giustificazionismo ad hoc, sul piano etico-storico, risulta
una forma, più o meno tartufesca, più o meno sfrontata, di vero e proprio negazionismo,
con annessa predisposizione di una sorta di "licenza di uccidere". E
- se possibile ancor peggiore - la loro demagogia micro-populista, che
incoraggia e legittima la razionalizzazione politico-sociale della
trasformazione della Giustizia penale in fiera e mercato della supremazìa del bisogno
incoercibile di esecuzione legale della propria privata - atrocemente umana
- vendetta, ne fa dei sanguinosi demagoghi di un populismo penale,
spesso microfisico, votato ad una catastrofe dell´umano in accelerazione
crescente.
Chi si ponga,
con disperata -quantomeno - volontà in un´ottica di Battaglia per la
liberazione sociale umana, deve, per cominciare, riconoscere il carattere di rompicapo,
di « dilemma morale » in senso stretto, dell´alternativa così come
viene posta, sia da speculari e complementari manicheismi, sia da tutta la
gamma di sfumature intermedie, con i più svariati dosaggi e combinazioni di
elementi, di concetti tutti schiacciati sul piano, bi-dimensionale, su
cui si disegna il dilemma. Questo solo può permettere di tentare l´unica
cosa che valga : non già schierarsi su un polo o l´opposto della "Coppia
oppositiva" sbattutaci in faccia, o esercitarsi in tutte le variazioni
possibili striscianti sempre sul medesimo piano; ma cominciare ad
operare un esodo, a ricercare una linea di fuga, a decostruire
il piano stesso, esplorando altre dimensioni.
Su questo, chi
scrive si permette di domandare la parola per poter sviluppare - a partire da
alcune considerazioni critico-comparative, da alcuni `spunti´ ad alta
caratteristica sintomatica - un ragionamento, che ponga, argomentandole
e offrendole a messa alla prova di confutazione, alcune domande radicali.
16 luglio 2009 Oreste
Scalzone
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