...Ne segue una
premessa terminologica necessaria, qui come altrove. Certo, ‘troppo’ per l’economia di un articolo o
intervento, epperò dirimente come ‘cifrario’, come chiave di
comprensione: per avanzare unilateralmente alcuni codici che permettano
di non malintendere ciò che dico.
Senza altra pretesa che quella di fornire come il proprio
«cifrario», il dizionario di un dialetto, o addirittura di un
idioletto, senza velleità di proporlo come esperanto.
Chi scrive usa alcune parole-chiave, ricorrenti anche qui – «sinistra», «ideologia», «politica», «comunismo» – innanzitutto
nell’accezione strettamente marxiana,
o di lèssici, lingue, sviluppatisi
sul suo drittofilo. Perciò in un significato – praticamente scomparso, o
comunque rigorosamente minorizzato, e in generale cancellato, talché si produce
un continuo concatenamento di equivoci che vanno dalle parole alle cose, a ‘fatti&cose’, a dolori, a
passioni, all’effetto di malinteso
con tutto quel che segue. Dal
tormentone televisivo, tra “veline” e professori, politicanti e facitori di Opinione, destri o
sinistri, sino a volantini, fanzine,
vociferazioni di slogans, i termini
suddetti sono usati nell’accezione, diciamo, leninista e anche stricto sensu e pour cause, propriamente “leniniana”, che è stata anche quella
corrente, del senso e linguaggio “comune”, delle «idee dominanti», della
semantica egemone nel «mondo borghese». Avviene lo stesso per altri termini – lavoro, valore del lavoro, economia,
Stato, tecnica, scienza, democrazia…–, e molte altre parole-chiave e
parole-mina: ma qui, ora, a questi ci limitiamo.
Non troveremo mai,
in Marx, un’autodefinizione del movimento
proletario come “di sinistra”. Non troveremo classificato in una
tassonomia politica, in una cartografia ricalcata da topografie parlamentari,
quel sistema di lotte, quel processo rivoluzionario, il comunismo come movimento reale, come istanza che nessuno ha
“inventato”, che non ha data e luogo di nascita o morte, nè più né meno che la
facoltà della parola, la potenza o la rivolta. Non troveremo una
sovrapponibilità, o inscrivibilità l’uno nell’altro, di ciò che è designato da
termini come sinistra e comunismo : quest’ultimo, inteso
come critica teorico-pratica che distrugge e supera, e perciostesso de-costruendo
deborda, esorbita, «lo stato di cose
presente», lo stato e il moto del “cantiere-Mondo”, Cosmo-macchina storico-sociale, tessitura di seconde e ulteriori nature, sistema di relazioni,
rapporti sociali. «Sinistra» è infatti termine interno al «mondo borghese», e
in particolare al «Politico», alla politica, alle sue categorie nella
modernità, allo Stato moderno (se è per questo, in origine, europeo,
euro-centrico ed euro-centrista).
E politica
non è, non è più, realmente,
«anthropos politikon zoòn», l’uomo è animale
politico, parlante dunque pensante dunque sociale, nel senso di una socievolezza che o è autocosciente, o non
è. Fuori della polis e senza agorà (seppure ristretta e fattualmente
esclusiva, legata a nozione di umanità più volte dimidiata, escludente da sé,
dal riconoscimento di anima, dalla praxis, dalla cittadinanza chi è
forzosamente votato alla stiva dove ha come appannaggio la poïesis, il lavoro, il
quale inibisce la parola pubblica, la politica filosofia teatro non separati da
paratìe disciplinari), «Politica» non è più parlare della cosa di tutti. Nell’accezione moderna, nello Stato
moderno, essa è «arte del
Governo»– così è definita nei dizionarî. Governo su, inevitabilmente ; potere, non già nel senso di “di”, ma anche e fondamentalmente di
i “su”: implicante
comunque un presupposto gerarchico,
un disconoscimento, dunque inibizione e confisca, di autonomia, singolare e comune, interattiva. Sinistra, e Politica, tra
loro correlati, sono consustanziali a Governo, a Stato, a sapere e saper fare
specifico, separato, di mestiere, a
“casta” e professione che detiene – quale che sia l’origine di questa confisca,
appropriazione e detenzione – la facoltà di decidere sul destino d’altrui.
Nelle svariate e diverse forme della figura «democratica»
di ciò, tutto questo si dà come «mercato
politico», mercato della «rappresentanza».
Aggiungo, per intanto, una precisazione
su ideologia, che è termine che
tornerà nel filo del moi ‘ragionamento’.
Senza pretendere di chiudere la vexata
quæstio, di voler ‘prendersi la ragione’, ‘l’ultima parola’, semplicemente
diciamo quanto vale per noi : col – per così dire – diritto/dovere di dare
la chiave di quanto intendiamo noi,
onde evitare che a divergenze e controversie si aggiungano deformazioni, malintesi
che non servono certo a «cercare di approssimare assieme un po’ di
verità ». Ecco: noi usiamo ideologia
non già nel senso, per esempio, di Lenin (che è poi quello che viene usato
maggioritariamente, seppur a giudizî di valore contrapposti, con le solite
“Crociate” fra manicheismi eguali e contrarî epperciostesso l’un contro l’altro
armati non già in semplici guerre,
neanche “solo” poliziesche, ma
inquisitoriali, eterne, guerreSante e «Giuste»…). Non
usiamo «ideologia» in senso positivo, come concezione-del
mondo, all’occorrenza “di classe”, partigiana, rivoluzionaria…Usiamo il
termine nell’accezione, per cominciare, di Marx : l’ideologia non può mai essere rivoluzionaria.
Essa è invece forma di pensiero alienata,
rappresentazione arrovesciata e fittizia del mondo, che occulta le radici, le relazioni i dispositivi i
processi reali. Coscienza
«reificata», falsa-coscienza.
Per il pensiero oggi
dominante, pensiero ‘di parte borghese’, dilagato sull’occasione offerta da una
“crisi del marxismo” impropriamente, – e in qualche caso con cosciente
capziosità – inferita dalla morte della
colossale contraffazione kautskiano-lassalliana di esso; per quella che
davvero potremmo definire ideologia
oggi diffusa ed egemone, addirittura non ci sono più diverse e contrapposte «ideologie» – rivoluzionaria,
controrivoluzionaria, teista, ateista, religiosa, laicista, e così via –, ma ideologia è soltanto quella
“rivoluzionarista”, inevitabilmente
«terrorista» : e dunque, tutto quanto evochi ribellione, rivolta,
sovversione, e anche semplicemente dissenso, critica, lotta, movimento, persino
autodifesa e resistenza, è “ideologico”; mentre l’accettazione supina,
possibilmente inco[ndizionata, attiva, addirittura entusiastica, della teologia
del sistema in vigore, è “pragmatico”.
Ecco: per noi è il contrario, e dunque usiamo ideologia in modo radicalmente diverso.
Ecco, forse – oso sperare – a partire da
questa pur sommaria premessa terminologica, il compagno Gabriele Castoro, e
molti altri, potranno intendere ciò che voglio esattamente dire. Per riflesso,
il sottoscritto usa aggiungere, “a torto o a ragione”, offrendo il ragionamento
a prova di confutazione. […]
Oreste Scalzone
Delitto&castigo, o rivoluzione III puntata
Certo si comprende
l’indignazione che fa montare il sangue agli occhî e serra la gola, facendo
finire in rantolo l’urlo represso nella strozza, di fronte ad una manifesta
nequizie di natura sfrontatamente “doppiopesistica”
(e qui i “pesi e misure” sono anni di vita, anni di mortificazione, di ‘mortiferazione’ della vita, in una condizione
‘murata’ e contro-natura, in una
reclusione del corpo, dei sensi, in un esercizio di radicale bio-politica
asilare, che commina un carattere doppiamente
agonico del “tempo di nostra vita [che è già]
mortale”…).
E’ un’evidenza,
incontrovertibile, che siamo difronte ad una Iustitia – «Giustizia» istituita, iniziale maiuscola, G penale : quella di «summum jus, summa injuria», in
ultim’analisi, sempre – che non solo
pesa con pesi, misura con misure, sfrontatamente
diverse le quantità di pena e le modalità di esecuzione della stessa. Ma una
Giustizia penale che applica criterî (ora censitarî, ora faziosi, ora
razzistici, xenofobi, moralistici – cioé per definizione anetici, esportanti ex-post,
o anche preventivamente, la «colpa» su altrui, sospettandola, spasmodicamente
cercandola, decretandola, e così facendo fondando un complementare
auto-negazionismo, e/o auto-giustificazionismo, auto-legittimismo spesso su
base di vertigine identitaria, delirio vittimario, a volte spinto a preventiva
“licenza di…”, all’occorrenza, uccidere);
una Iustitia che applica parametri,
pesi, misure, differenti, aleatorî, alterni, ibridati, ad hoc, a seconda dei soggetti, dei tipi, degli insiemi, delle
relazioni di prossimità, di ruoli, status, funzioni, presunzioni…
(Abbiamo detto “sfrontatamente”: e ci pare che questo,
questa brutale sincerità,
quest’assenza di vergogna, sia assai più grave e intollerabile che l’ipocrisia
del Tartufo: chè quella sottende in qualche modo un riconoscimento dell’Altro, implica delle cautele, delle
precauzioni, delle dissimulazioni ; mentre questa traduce sicumèra,
arroganza, sprezzo che non ha bisogno di velare, di trattenere fuoriscena, nello spazio, appunto, dell’
o[b]sceno, comportamenti che si sa provocano scandalo, indignazione, o altre
reazioni e giudizî negativi – insomma, la “sincerità” è quella del non farsi
problemi a defecare, a compiere atti che il « comune senso del
pudore » considera osceni, in presenza del cane di casa, o di canarino, pesce o gatto: i quali, animali
non-parlanti, perciostesso sono al
disotto dell’umano, dunque il loro sguardo non conta…).
Sostenere, decretare
il carattere, manco «preterintenzionale» (come nei «reati d’impeto»), che era
il tertium di una volta, al di sotto
del « premeditato », nella fascia bassa del, comunque,
«volontario» ; ma, al contrario, il carattere
« colposo » dei colpi sparati da arma poliziesca, significa che chi è
stato colpito è assimilato in qualche modo a una cosa, derubricato a «danno collaterale»: l’indulgenza della qualificazione di reato
sembra affermare un carattere insignificante della vita stroncata. In secondo luogo, c’è – anche per chi non
creda alla mi[s]tificazione de «la Legge è uguale per tutti» –
un’insopportabilità della comparazione fra questa qualificazione assolutoria
(fino al punto da sembrare il contrario della dissuasione : sembra incoraggiare, predisponendo
minimizzazioni e scusanti), e l’implacabilità con cui si va, oltretutto,
spostando verso l’alto la barra e il tetto delle pene per altre categorie di «rei». Se ne estrapola la conseguenza politica, che vede i due movimenti come
consustanziali, come reciprocamente costitutivi. Tutto questo è più
che vero. Resta, che la modalità, la forma, il terreno, la natura della
critica, della battaglia, è dirimente. Ora, possiamo mai,
nojaltri, rivendicare castigo penale,
qualificazioni di reato più gravi, maggiori quantità di pena ? Non c’é, in questo alcun ‘’buonismo’’, alcuno
stucchevole compiacersi di una sorta di cavalleresca ‘grandezzata’. É, per noi, per rispetto di noi, amor sui (qualcuno direbbe, «egoismo
maturo») che non possiamo dare dell’indignazione, per così dire, la più sacrosanta, una messa in forma, una
traduzione discorsiva-pratica che sia lesiva, fino ad ucciderla, della nostra
autonomia, di tutto quanto possiamo definire dell’ordine della critica, dell’orizzonte del sogno, di tutto quanto è ‘ragione per cui…’ è costitutiva del
nostro ‘esserci’ una postura di rivolta, di sovversione). L’abbiamo detto altre
volte : il giorno che dovessimo considerare un’SS non già una figura
estrema di quanto consideriamo essere ‘il
peggiore nemico’, ma bensì un unter-Mensch,
un «sotto-uomo», avremmo offerto all’SS e a quello che implica e significa la palma della totale vittoria su di noi,
il fatto di averci ‘colonizzato’, assimilato, fatti ‘’a sua immagine e
somiglianza’’…
Ridurci a rivendicare castigo penale è , primo,
compatibile con la nostra estraneità ostile – tradotta anche in inimicizia, e reciproca, nei confronti dello Stato (questo Stato, quantomeno,
per certuni ; qualsivoglia Stato, la forma-Stato
come tale, per noi…noi )? É compatibile con un’ istanza - quantomeno
una volontà -- di radicale autonomia,
a partire da critica radicale, e da intreccio di posture/pratiche svariate,
esodo, sabotaggio, de-costruzione,negazione/creazione di ‘radicalmente altra
cosa’? Secondo: possiamo noi essere
partecipi di una operazione di vertiginosa diversione, per successivi passaggi
di sineddoche, dall’oggetto della nostra critica, contestazione, lotta, e
dunque inevitabilmente dal terreno e della natura della prassi trasformativa
adeguata ? Non è solo una questione di “quantità”, di particularizzazione, di “albero che occulta, che nasconde allo
sguardo, la foresta’’. Non è neanche solo questione di trasferimento della responsabilità, delle cause, da un « sistema » ad una sua parte, ad una rotella
infinitesima d’ingranaggio : per cui si lègge in termini di deviazione, di colpa, dunque personale, di trasgressione,
ciò che invece è sistematico, sistemico, connesso alla natura dello Stato e di un suo corpo come la polizia. Non è solo
problema di connivenza obiettiva, forzosa, con l’accreditamento illusionistico
di uno Stato “pulito”, di una polizia che, per giustapposizione, si presenta
come virtualmente diversa da
comportamenti che a questo punto sono presentati come deviati, come «eccezione» non connaturata alla funzione, al ruolo.
Il fondo della cosa non sta nemmeno nel concreto rischio di reclamare – e così
parteciparvi – a quello che sarebbe un rito di mistificata “purificazione” del ventre (per parafrasare Brecht),
buttando tutto sull’esorcizzazione della “bestia
immonda”.
Il punto è che,
oltre e in più che tutto questo, si sposta il terreno da quello della critica dei rapporti sociali, della lotta indipendente, della rivoluzione, a quello della punizione come soluzione possibile, come
correttivo al male di vivere. Il solo entrare sul terreno di una polemica, di
un’azione “lobbistica”, di una vertenza e una contrattazione di qualificazioni
di reato e forme della pena che - per qualsivoglia motivo e qualsivoglia
fattispecie, autore e tipo d’autore - invochi
la pena, reclami più pena, significa portare un mattone al
consolidamento dell’ideologia quant’altro mai illusoria e illusionistica della “soluzione penale”: dunque, dell’ alienazione penale. Prima ‘cosa’
devastata, cancellata, negata da una simile operazione è senz’altro
l’idea-forza stessa di rivoluzione…
Facciamo l’esempio
della critica del denar: c’è
anche una critica ‘’savonaroliana’’, del denaro come «sterco del
diavolo»; ci sono critiche che hanno l’occhio appuntato all’usura…Se la nostra è critica di questa
meta-merce universale-astratta, linguaggio universale che semiotizza il
mondo ; se per noi il punto è che «Money’s
time», tempo di vita umana, mortale e consapevole di esserlo; se,
insomma, è costitutivo della critica e delle ragioni e possibilità della lotta
il concetto di plusvalore, non è –
quali che siano i motivi specifici – che potremo mai, senza ridurci a zombi incoscienti di sé e di ciò che
dicono e fanno, che possiamo intrupparci dietro un Pope Gapon, o sentire come «amico», addirittura compagno, un ‘caudillo’, duce, Lìder,
conducator, raiss o altro ‘’pastore di genti’’ in rotta di collisione con
quanto definito ‘’demo-plutocrazìe giudaico-massoniche’’, o griglie
interpretative, concetti e termini consimili (neanche se ha lasciato cadere lo slogan correlato, della lotta alla congiura
‘’giudeo-bolscevica, antinazionale’’!...).
E
comunque : è pensabile per noi, in qualsiasi campo e su qualsivoglia
terreno, praticare un egualitarismo al ribasso, addirittura rivendicare una “eguaglianza al più basso livello” ? A questo punto,
focalizzando l attenzione su territori esistenziali che ci sono piu prossimi,
possiamo osservare una cosa altamente rivelatrice. Ci sono posizioni che – se a torto o a
ragione, in tutto, in parte, nei più diversi dosaggi e combinazioni, questo è
materia di controversia ‘di merito’ – rifiutano come inevitabilmente
compromissorio, «recuperabile», integrabile e integrazionista, qualsiasi
terreno e forma di rivendicazione, di
conflitto, di vertenza con un contenuto rivendicativo.
Che si parli di reddito d’esistenza o
di garanzie giuridiche, di de-penalizzazioni e di spazî di libertà ; di amnistia o di abolizione dell’ergastolo, o di permessi
di soggiorno per i sans-papiers,
il terreno rivendicativo (anche tentato in forme diverse che il tradizionale
«dualismo» sindacale/politico, o sindacale/rivoluzionario) viene
bollato come inevitabilmente illusorio e
compromissorio, integrazionistico e lesivo di una indipendenza radicale, e di
un antagonismo irriducibile e irrecuperabile. Altroquando e altr’ove abbiamo
osservato, che c’è già una prima contraddizione da rilevare fra questa postura,
e la legittimazione – con relativa partecipazione ad esse – di episodî e
sequenze di lotta sul terreno della definizione del saggio dello
sfruttamento; o per obiettivi ‘locali’, a volte minimali ; o di resistenza accanita, anche dello statu quo, contro l’incessante attacco
portato dall’incessante ristrutturazione sociale. La cosa, l’auto-contraddittorietà inspiegata, diventa però quasi
conturbante qui, su questo punto della penalità.
Rivendicare de-legificazioni, rivendicare limitazioni della Norma, rivendicare
spazî di libertà, non andrebbe. E com’è che non si vede, allora, come sia
enormemente più illusionistico e al tempo stesso subalterno, ambiguo,
integrazionistico, rivendicare più pena, + sanzio penal x chicchessia e
per qualsivoglia ragio ? Se dalla rivoluzio,
dalla sovversio, dalla guerra social
(co relativa problematica mezzi e dei
fini…), si passa semplicemente a un
giustizierismo risentito, a una internità alla dialettica dell’innocenza e
della colpa, la sorta di “cattivismo”
che ne deriva è, se possibil, più subalterna, oggettivamente servile, del più stucchevole “buonismo”,
della più mistificatoria falsa coscienza “civil-buonista”. Resta da aggiunger,
che non è un’eccezione, ma la regola, il fatto che sistematicamente
gli assassinî perpetrati in divisa,
da componenti dei reparti armati autorizzati ad esercitare la «forza legale» in
regime di monopolio della sua legittimità, vengano derubricati, come minimo a “incidenti”, dunque a reati colposi.
Anche solo tenendomi alla mia memoria diretta, mai è accaduto altro che questo.
É dunque il caso di “perder la propria anima”,
facendo proprî presupposti, valori, logiche altrui, a noi estranee e nemiche,
in qualche modo come snaturandosi,
per agitare quella che peraltro è e resterà – et pour cause…– velleità? Oreste Scalzone
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