osteria calcutta

(...) L´ibridazione di cui parlavamo - potremmo dire, una giudiziarizzazione peraltro perciostesso anche anti-giuridica delle relazioni interumane, della vita - ha come base un legalismo parossistico. Esso costituisce (per usare un´espressione dell´ultimo Castoriadis) una vera e propria malattia della volontà - e dunque, inevitabilmente, del pensiero dell´azione. Nella tematica ossessivamente conclamata della «restaurazione della legalità» proposta come panacèa, come bisogno generale che sussume tutti gli altri, come bandiera etica, come, ci si permetta di dire, orizzonte del sogno, è contenuto un principio di compiuta alienazione, che prim´ancora, e al contempo oltre, i suoi effetti, diciamo così, politico sociali sottende e ulteriormente determina una radicale mutazione antropologica. C´è una forzosa coincidenza di mezzi e, in qualche modo, di fini, che  va se possibile oltre (a livello concettuale, beninteso, ma...) lo stesso vertiginoso sofisma staliniano de «la lotta di classe che si intensifica»...nella forma delle Istruttorie inquisitoriali e dei Processi di cui le requisitorie di Vishinskij nei processi di Mosca dànno la misura da incubo. Si può dire che questo legalismo col suo organico corollario punitivo, penale così ossessivamente conclamato e praticato e pubblicitariamente propagandato  assorbe, distorce, svia ogni conflitto, ogni esplicitazione di potenza come costruzione di autogoverno, di autonomia commune. Esso è addirittura intervenuto a rimpiazzare quella che potremmo chiamare l´ "alienazione di una ideologizzazione morale della geo-politica" che si traduceva nella devoluzione degli orizzonti del desiderio alla, o alle, «Patrie del Socialismo» [realizzato].

Per tornare al `mare aperto´ degli effetti su un´intera società, le sue forme di vita... : possiamo dire che questa incarnazione della vecchia espressione «Summum jus, summa injuria», questo legalismo e giudiziarismo parossistico, fino all´obiettivo «antigiuridismo» - questa legalità illegale - è particolarmente senza vergogna nell´Italia delle «ronde» (di questa, quantomeno, allusione pesante a milizie private, in questo caso xenofobe, con passioni da white shit, che addirittura in qualche caso volevano mimare le S.A. percorrenti nel ´32 le strade delle città tedesche al grido di «Mort aux Juifs!»).  Essa però, lungi dall´essere una specificità italiana, configura  - cosa ben altrimenti grave - alcune tendenze forti a livello di processi di incessante vertiginosa ristrutturazione di Stato, società, tecnica, economia, comportamenti, modi di vivere, pensare, sentire - ristrutturazione dell´ `umano´ . Se specificità relativa "italiana" c´è, essa deriva dal carattere paradossalmente "bi-partisan" (com´è stucchevolmente di moda dire da qualche anno a questa parte) del processo. Una sorta di tenaglia - stiamo attenti! - che non si manifesta nelle forme di una confluenza, di una convergenza in proposito, sul tipo di quella degli anni e delle forme del «compromesso storico», di quello che è stato chiamato «consociativismo» da «Repubblica conciliare» (dall´austerity "operaia" del Lama della svolta dell´Eur e dell´attacco al "salario variabile indipendente", all´ «emergenza antiterroristica» e così via). E nemmeno si tratta di un meccanismo classico, frutto demagogico avvelenato del mercato politico, di rincorsa, di inseguimento da parte delle sinistre, nel miraggio di riportare la palma della competizione nello zelo, di una «competizione mimetica» che porta a far proprî via via i peggiori temi di "Legge ed Ordine", Law and Order, con l´argomento che "se li si lascia in appannaggio agli altri è peggio", e finendo sul limite di un´assunzione di politiche fasciste per faré dell´antifascismo, tagliando l´erba sotto i piedi ai fascisti... Qui, da più o meno un quarto di secolo, con alterne vicende e un sostanziale crescendo, la questione della Giustizia penale è forse la prima materia di uno scontro, di una guerra per bande, scatenata. Solo che, scontrandosi forsennatamente su tutto, criminalizzandosi forsennatamente e accusandosi di calunnia a tempi alterni e parti rovesciate, si finisce per convergere quantomeno obiettivamente su un delirio repressivo su gruppi umani che sono fuori delle corporazioni e delle bande, delle loro clientele, dei possibili interessi, e che sono - dagli immigrati ai «terroristi» - `figli di nessuno´, e senza santi in alcun paradiso.
A parte però queste specificità - che peraltro sono tutt´altro che "dettagli accidentali", soprattutto per chi le subisce - occorre rivolgere l´occhio alle tendenze più generali. Anche perché rispetto ad un paese si può, in qualche modo, realizzare una elementare secessione, fuggendone; ma da un processo di estensione planetaia le forme di esodo sono più complesse, non esistendo fisicamente un "fuori".
Siamo in presenza, investiti da una regolazione sociale, una «governamentalità» sempre più marcate da quella forma dissimulata, inconfessata, normalizzata e regolarizzata di «stato d´eccezione» che è l´ «Emergenza». Emergenza di emergenze incessantemente ricorrenti come Governo. Da una parte c´è l´uso (aumentato sino al parossismo da esigenze di bottega sul «mercato politico») della cosiddetta "psicosi sicuritaria" che - nutrita dal dilagare della nefasta utopia del «rischio zero» - metabolizza fobie, delirî querulomani, paranoici, a cui si offre come risposta la messa in atto di dispositivi (tenderemmo a dire, ultra-orwelliani´ ...) di produzione di quelle che Deleuze e Guattari o Foucault hanno pertinentemente definito «società di controllo», o «di sorveglianza».

D´altro canto, con questo si intreccia una torbida majeusi che, pescando nel male di vivere, nella difficoltà ad elaborare il lutto, scatena vertigini identitarie, vittimistico-colpevolizzanti, vendicative. La "psicosi securitaria" è ossessionata dal domani, quella punitiva dallo ieri. Sembra di poter osservare, che questo aspetto del delirio punitivo (che si nutre di una metabolizzazione del principio della «certezza della pena» e da una assolutizzazione del carattere «retributivo» di essa così come il delirio securitario si alimenta dell´utopia nefasta del «rischio zero») è a tutt´oggi meno scandagliato, meno sottoposto a cognizione critica. Probabilmente perché una microfisica di populismi identitarî che giocano su egocentrismi memoriali, legittimistici, vittimarî/colpevolizzanti si presta a farne il terreno unico su cui si produce un simulacro di scontro e di conflitto senza quartiere.

Guardando per cominciare a questo processo dal punto di vista delle mutazioni della `giuridicità´, possiamo cominciare col fare alcune rilevazioni. Si chiude, forzosamente, un circolo, che diventa circolo vizioso e capestro : l´avocazione della penalità ad un tertium superiore - l´archetipo è il Leviatano...-, posta alla base della «Giustizia penale», finisce in una dismissione della responsabilità di questa funzione. Oltre la stessa «Emergenza», che aveva comunque come soggetto lo Stato, che si presentava come operante a nome dell´intera società, per delega di sovranità, nel senso del binomio «Interesse generale/volontà di Tutti», l´ultima parola ispirante decisione viene riconsegnata a soggetti `particulari´ - le «parti lese», «parti civili». É questo che avviene quando uomini pubblici - in materia, per esempio, di amnistia, che per Costituzione, dottrina, esperienze antecedenti è facoltà insindacabile del potere legislativo - dicono "non possumus, chè le parti civili non vogliono, non consentirebbero, non perdonerebbero...", quasi si trattasse di una grazia. Si trincerano così dietro ad una ridda di micro-Leviatani particulari, privati.

Ma il problema non è solo d´ordine giuridico, politico, sociale : esso assume uno spessore, potremmo dire, antropologico. La figura del "micro-Leviatano", in questo caso fondata su un presupposto identitario di natura vittimistica, diventa una sorta di paradigma dell´umano : si spinge nel senso di una sorta di "Homo penalis"...I soggetti, mortificati da un´ «identità» che sempre più si riduce a vittimismo colpevolizzante, risentimento, giustizierismo e tutta la gamma di connesse «passioni tristi», sono tanto più "l´un contro l´altro armati" quanto più "eguali e contrarî",  lanciati in competizioni mimetiche, ritorsioni e contro-ritorsioni, massacri morali reclamanti reciprocamente mortificazione corporale, fisica, nonché morale, totale: come una ridda di idioletti pretendentisi ciascuno, all´unisono, Esperanto; come un groviglio sanguinolento di egocentrismi assoluti urlanti all´unisono in Babele delle lingue «Patria mia su tutte [le "false Patrie" altrui].

Si diffonde uno scandalo ed una insopportabilità dell´impunità, che a questo punto diventa `peggiore del male stesso´. Nella sfera del preventivo l´ossessione di una «sicurezza» finisce ad appuntarsi maniacalmente alle pagliuzze nel mentre si scende senza accorgersene nel gorgo (come con straordinaria lucidità osservava più di cinquant´anni fa Gunther Anders). Nella sfera della ricerca di un risarcimento al torto subito, si arriva ad un esercizio di una sorta di "diritto/dovere" assoluti di chi rappresenta  la vittima a veder trovato, preso, processato, punito col massimo della pena un Colpevole. Questo però non basta mai, non è retribuzione mai sufficiente se non è infinita, "eterna", continuamente ricominciante : pena, l´"impossibilità di elaborare il lutto e tornare a vivere"... È così che "il morto deve seppellire il vivo" ...

23 luglio 2009                       

Oreste Scalzone
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