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NOVEMBRE 2010
![]() Artaud,
nel 1946, si riferiva ai deportati dei lager nazisti, ma vale oggi anche per i
palestinesi e per tutti coloro che subiscono deportazioni individuali e di
massa, da un paese a un paese, da una regione all'altra, da un carcere
all'altro, da un manicomio all'altro, da un lavoro coatto all'altro, da una
famiglia a un'altra... Rodez,
16 maggio 1946 A
Monsieur Pierre Bousquet Antonin
Artaud Domenica 14 novembre 2010 ore 17 Labico (Roma) Piazza del mercato, 4 presenta: OSTERIA CALCUTTA di Marina Valente Ediz. Sensibili alle Foglie
![]() Un libro, uscito
quasi in sordina poco più di due anni fa, è divenuto sempre più
popolare, continuando a spingere una quantità di persone a guardare il mondo da
un differente punto di vista... Interverrà l'autrice e sarà possibile avere
tutti gli aggiornamenti sulla situazione attuale di un Paese che, sotto diversi
aspetti, continua a trovarsi al centro della scena mondiale. A seguire: filmati sul lavoro
dell'Associazione Info. Labico.cca@alice.it Si parla ancora di Grecia... Cliccare QUI. |
*************
Ad uso didattico, su richiesta
MAFIA
“…Dovessi spiegare a un ragazzo cos’è la mafia, e spiegarglielo in poche parole, gli direi che la mafia è lo stato. Sicuramente non sarebbe soddisfatto della risposta, perché generalista e perché abituato a rispettare le leggi dello stato o disobbedirle nei limiti concessi dalla santa democrazia, ovviamente... (Giovanni Impastato)

Per la ricorrenza della strage di
Bologna, il 2 agosto 2009 scarcerarono Fioravanti. Due giorni fa, il 17
novembre 2010, è arrivata invece l'assoluzione per i fascisti della strage di
piazza della Loggia. Ma il giustizialismo fa ancora parte del gioco. Un
gioco di stato.
Stato sinonimo di: magistratura,
mafia, parenti delle vittime (certezza della pena, concetto
orrendo!!!), radicali, Capezzoni e capezzoli, nessuno tocchi Caino, papi,
peppine e bungaroli, res publica, quotidiani collusionisti, repubblichini
dentro La ReSpubblica, ossessione della sicurezza e invocazione celtica
dell'uomo "forte", fascisti kriptici e manifesti, Casa Pound,
negazionisti, manipolazione dell'informazione, opinione pubblica, democrazia,
salotti a Salò, Italia del Patto atlantico, dei morti delle "guerre
infinite" di ieri, dell'altro ieri, di domani e dopodomani, dei complotti,
delle trame occulte, dei servizi, di quelli che continuano a vedere Bin Laden
(l'uomo che visse un centinaio di volte) da tutte le parti in cui ci sia da
sfoltire, da estrarre, da "piazzarsi" sopra la scacchiera del mondo,
maniche rimboccate oltremanica, "alleati" della Nato, Onu, Usa e
non solo, comunità internazionale, diritti storti e servizi dirittissimi,
luridissimi fini dei Fini, af-Fini e convergenze parallele, fabbricanti di
futuro e di falsi miti…
E un popolo che si cerca di
rincitrullire a forza di bunga-bunga e altre idiozie circensi in merito ai
pantaloni troppo sbottonati delle marionette. Da ridere, c'è veramente ben poco.

La sentenza assolutoria definitiva
per i cinque imputati per la strage di piazza della Loggia, a Brescia arriva dopo
40 anni. Per molti di noi, quel 28 maggio 1974, arrivava dopo l'8 e
il 9 agosto 1969, quando una decina di bombe esplosero
sui vagoni di prima classe di alcune linee ferroviarie tra Pescara e Roma,
Roma e Venezia, Roma e Lecce, Trieste e Roma, Milano e Venezia, Trieste e
Domodossola, Bari e Trieste (e viceversa). E dopo il 25 di aprile del
1969 quando, per un bimbetto che accompagnava suo padre alla Fiera Campionaria,
un padiglione si trasformò in un'esplosione di lucette che lo resero
sordo (lo stesso giorno, all'Ufficio Cambi della Banca Nazionale, all'interno
della stazione centrale, altri scoppi e una ventina di persone ferite). E dopo
i morti e i feriti del maggio precedente, quello del '73, quando, al termine di
una cerimonia per ricordare la morte del commissario Calabresi, una bomba a
mano fu lanciata contro il portone della Questura di Milano. E dopo
quel 12 dicembre del 1969, sempre a Milano, a piazza Fontana: 27
morti, 88 feriti e tutto quello che ne seguì (che, solo 20
minuti più tardi, a Roma, un ordigno scoppi nel sottopassaggio della Banca
Nazionale del Lavoro e altri ne esplodano intorno alle 17, davanti
all'altare patria e all'entrata del museo del Risorgimento in piazza
Venezia, è poca cosa: grande botto, un pò di feriti, nessun morto). Dopo
il '70, quando, il 22 luglio, su La Freccia del Sud, un'altra bomba
disintegrò 6 persone e ne ferì 139. E dopo il 31 maggio 1972, a Peteano: 3
morti e 1 ferito.
La strage di piazza della
Loggia arrivò invece prima degli 85 morti e gli oltre 200 feriti
della stazione di Bologna - 2 agosto 1980 - e prima
dei 12 morti e i 44 feriti estratti il 4 agosto 1974 dalle lamiere dell'Italicus,
a San Benedetto Val di Sambro; recuperati dentro un tunnel buio, da un
treno affollato di persone che non intendevano affatto dirigersi verso una
vacanza eterna (replicata, nella stessa località, il 23 dicembre 1984, quando
una bomba sul rapido 904 provocherà 17 morti e 300 feriti).
Bologna si collocava anche
pochissimo tempo dopo Ustica.
E' difficile crescere tra un triangolo delle Bermuda e
l'altro.
27 giugno 1980. Roma, Torre di
controllo di Ciampino. Ore 20, 59 minuti e 45 secondi. Un veivolo civile, un Dc9
della Itavia, in volo da Bologna a Palermo scompare dalla schermo radar. E, con
esso, svaniscono 81 persone (78 passeggeri e 3 uomini dell’equipaggio). Il
controllore di turno cerca di ristabilire il contatto col pilota; nessuna voce
da bordo. Scatta l'allarme, ma i soccorsi arrivano soltanto il
mattino dopo, quando l'aereo si è inabissato nel triangolo delle Bermuda a metà
tra Ustica e Ponza. Un Dc9 non è esattamente un aereoplanino giocattolo che te
lo perdi come niente fosse. Si fece credere a un cedimento strutturale e fu
fatta fallire la società proprietaria dell'aereo. Poi depistaggi, ritardi,
occultamento di nastri di registrazione.
In tutte le stragi e i tentativi
di colpo di stato annessi, in Italia, sono sempre stati coinvolti organi e
strutture dello Stato; non individui singoli, ma lo stato proprio, attraverso
connivenze tra servizi per nulla deviati, dirittissimi invece, e apparati
analoghi di altri Paesi (soprattutto di uno, ma non esclusivamente). Quella che
passò sotto il nome di "stategia della tensione",
con inizio ufficiale a Portella della Ginestra e secondo inizio in piazza
Fontana, ebbe sempre gli stessi protagonisti: neonazisti, fascisti,
liberali, apparati finanziari (grande mafia internazionale),
industriali e militari, politici di spicco e servizi internazionali,
con l'utilizzo di manovalanza raccattata tra mafiosi - propaggine locale
dello stato -, esaltati di destra e criminalità organizzata (tutte
cose che esistono ancora all'interno di uno scenario mutato e
in divenire).

8 dicembre 1970, una notte della Madonna
"Italiani, l'auspicata svolta
politica, il lungamente atteso "colpo di Stato" ha
avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e
ha portato l'Italia sull'orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di
esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi verranno
indicati i provvedimenti più immediati e idonei a fronteggiare gli attuali
squilibri della Nazione. Le Forze Armate, le Forze dell'Ordine, gli uomini più
competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi; mentre, dall'altro
canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli, per
intendersi, che volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi
inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un'Italia senza
aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso
Tricolore! Soldati di Terra, di Mare e dell'Aria, Forze
dell'Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento
dell'ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno
istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi
vigenti. Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi,
ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani
il glorioso Tricolore vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno
d'amore: Italia! Italia! Viva l'Italia!".
E' il testo del "Proclama
alla nazione" ritrovato nel marzo 1971 nello studio del principe
Junio Valerio Borghese, già comandante della X Mas nella Repubblica di
Salò, ormai rifugiatosi in Spagna (gli fu concesso tutto il tempo necessario).
Oltre al Proclama, furono rinvenuti: l'organigramma golpista, i nomi dei
congiurati, documenti contenenti gli obiettivi strategici da occupare (Ministeri
della Difesa e degli Interni, sedi televisive e di impianti di
radiocomunicazioni etc.), l'elenco delle persone da arrestare e l'indicazione
circa il luogo dove deportarle. Il proclama avrebbe dovuto leggerlo Borghese,
in diretta TV, a coronamento del suo golpe, organizzato con le Forze
Armate e supervisionato dai servizi diritti italiani e da
quelli atlantici. E' il "Piano Tora Tora ",
(così chiamato in ricordo dell'attacco a sorpresa dei giapponesi a
Pearl Harbour, il 7 dicembre del '41, pretesto decisivo - Roosevelt ne
aveva attivamente cercati moltissimi - per l'ingresso degli Usa nel
secondo conflitto mondiale). Per noi, Tora Tora
si piazzò tra il tentativo di colpo di stato del 1964 progettato dal
generale De Lorenzo, comandante dell'Arma dei carabinieri (denominato
Piano Solo, perchè solo i carabinieri - si fa per dire
- ne avrebbero fatto parte) e il golpe bianco ideato, nel
1974, da Edgardo Sogno, fascistone pluridecorato e titolare, dal 2004,
persino di uno slargo a Varese - dove i semafori con l'"alt" non
funzionano proprio - e di una targa ricordo che lo definisce "apostolo
della Libertà". Il golpe De Lorenzo e il golpe Sogno non riuscirono
neanche a scattare. Il Tora Tora sì. La notte
dell'Immacolata, tra il 7 e l'8 dicembre 1970, moltissimi gruppi
di congiurati, militari e civili riuniti da Borghese nel Fronte Nazionale,
organizzazione registrata nel settembre del '68, con regolare atto
notarile e finalità di perseguire qualsiasi azione utile alla difesa e
al ripristino dei massimi valori della civiltà italiana in stretto
collegamento con le organizzazioni neonaziste Ordine Nuovo di Rauti e
Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie, ricevettero l'ordine atteso. A Roma,
in diverse città della Lombardia, del Veneto, della Toscana, dell'Umbria
e della Calabria, vennero distribuite armi - una lunga e una corta - inclusi
200 fucili a ripetizione prelevati, senza sforzo, dal gruppo guidato
da Stefano Delle Chiaie, dall'armeria del Ministero dell’Interno; a Montesacro,
dove si trovava il quartier generale; nei cantieri del
costruttore Remo Orlandini, legato al SID; nella palestra dell'Associazione
paracadutisti di via Eleniana; in varie case del centro storico; nella
sede di Avanguardia nazionale; nei dintorni dell'Università, si attendeva
l'ultimo segnale da parte del tenente dei paracadutisti Sandro
Saccucci che, assunto il comando del SID avrebbe dovuto procedere, insieme
ai congiurati da lui diretti, all'arresto degli uomini politici indicati
nella lista rinvenuta a casa di Borghese. A Milano, il colonnello Amos
Spiazzi mosse con un intero reparto per occupare Sesto San Giovanni. A
Venezia, civili e militari che stazionavano nei pressi dell'Arsenale,
nello spiazzo dinnanzi al Comando della Marina Militare, ricevettero anche
divise da carabinieri. Una colonna di 14 automezzi, con a bordo 197 guardie
forestali armate e munite di manette, guidate dal colonnello Luciano Berti e
proveniente da Città ducale (presso Rieti), arrivò a poche centinaia di metri
dalla sede RAI di v. Teulada. Il generale dell'Aeronautica Giuseppe Casero
e il colonnello Lo Vecchio, con l'appoggio del Capo di Stato Maggiore
dell'Aeronautica, il generale Fanali, si apprestarono ad occupare
il ministero della Difesa.
TUTTI A CASA! Improvvisamente, Borghese
ricevette un contr'ordine, attraverso una misteriosa
telefonata: insurrezione annullata. Si simulò che nulla fosse avvenuto.
Le armi sottratte furono ricollocate nell'armeria del Ministero degli
Interni; una delle 6 pistole mitragliatrici, risultata mancante, fu sostituita
con una copia. Del Fronte Nazionale facevano parte reparti
armati irregolari in stretta relazione con uomini e settori
delle Forze Armate regolari, faccendieri e intermediari sul
libro paga Cia e collegati ai comandi Nato, esponenti dell'industria,
della finanza, degli ambienti militari e politici (il convolgimento dei servizi
segreti nazionali e internazionali fu comprovato dalla documentazione fornita
da Andreotti alla magistratura romana ben 5 anni dopo). Borghese
chiese anche la collaborazione attiva di Cosa Nostra, comprovato, molti
anni più tardi, dalle rivelazioni di pentiti di mafia. Buscetta riferì
che Borghese aveva promesso risarcimenti notevoli, inclusa la libera
gestione di terre dove già operavano diverse famiglie e
la revisione di molti processi in corso, ma Cosa Nostra non si fidò e non
fornì ai golpisti l'elenco di tutti i propri partecipanti che
avrebbero dovuto rendersi riconoscibili mediante una fascia verde al
braccio. Secondo i pentiti di mafia, gli Usa ritirarono l'appoggio e bloccarono
l’insurrezione in extremis per la presenza nel Mediterraneo di una flotta
sovietica.
Riguardo ai molti tentativi di
golpe in Italia (compresi i collegamenti con Gladio, Rosa dei Venti, P2), si è
sempre fatto di tutto per depistare e occultare, utilizzando: omicidii, omicidii-suicidii,
sparizioni misteriose, impunità, disinnesco di indagini, trasferimento di
processi, proscioglimenti per insufficienza di prove, documenti fondamentali
posti immancabilmente sotto segreto di Stato e caricati di omissis,
reiterati trasferimenti e insabbiamenti di inchieste. La magistratura,
dopo aver assolto in Corte d'Assise d'Appello tutti i
congiuranti del golpe dell'Immacolata, archiviò il
caso in quanto "il fatto non sussiste", cercando di trasformare
il golpe in una cospirazione da operetta: "(...) i
cospiranti scesero in piazza per una isolata manifestazione,
eclatante, ostile, ma di per sé inidonea a realizzare l'evento previsto...".
Le trame erano e sono nere. E l'ordito?

La sera del 16 settembre
1970, Mauro De Mauro, 49 anni, giornalista del quotidiano palermitano
"L'Ora", edizione della sera, viene rapito dalla mafia sotto casa
sua, attirato in un tranello da un suo informatore. "Amunì",
e via, prima sulla Bmw, poi trasbordato su un'altra auto con Emanuele
D'Agostino, Diaconia e Provenzano, che hanno ricevuto l'incarico del sequestro
e dell'uccisione. L'auto viene ritrovata con le chiavi inserite nel cruscotto.
Il corpo mai, sciolto nell'acido, dopo che De Mauro fu strangolato all'interno
di una masseria della borgata di Santa Maria del Gesù.
De Mauro, nel '62, si era occupato
dell'uccisione di Enrico Mattei e aveva appena ripreso, su incarico di
Francesco Rosi per il film "Il caso Mattei", ad indagare sugli ultimi
2 giorni di vita del presidente dell'ENI fatto esplodere in volo nei cieli di
Bascapé (Pavia), il 27 ottobre 1962, sul suo aereo che, decollato a Catania, lo
stava portando a Linate. Nello stesso anno, De Mauro aveva pubblicato i verbali
di polizia in cui si elencava tutta la struttura del vertice mafioso, aderenti,
regole, affiliazioni e organigramma; scriveva articoli sull'evoluzione della
mafia e sul nuovo business della droga; 15 anni dopo la sua morte, il pentito
di mafia Tommaso Buscetta lo definì , davanti a Falcone e Borsellino:
"un cadavere che camminava…una sentenza di morte solo temporaneamente
sospesa".
Ma chi era De Mauro? Fascista,
volontario nella 2° Guerra mondiale, poi nella X Mas del principe Junio Valerio
Borghese, aderì dopo l'8 settembre del '43 alla Repubblica di Salò. Tra '43 e
'44 era stato vice questore di Pubblica Sicurezza a Roma, informatore del
capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Kappler e aveva fatto parte
della Banda Koch, reparto del Ministero degli Interni della RSI
specializzato in rapimenti e torture (ne fu vittima anche, nel '44, Luchino
Visconti). Segnalato dai servizi segreti britannici come infiltrato nei reparti
partigiani, a fine guerra fu sul fronte di Trieste con Borghese e, sempre al
suo fianco, corrispondente di guerra della X Mas col grado di sottotenente.
Considerato dal CNL tra i propri avversari più pericolosi, pagò le torture
inflitte personalmente negli interrogatori di primo grado ai prigionieri di v.
Tasso nel '44 quando i partigiani gli procurarono un incidente stradale presso
Verona dal quale riportò il naso rotto e una gamba spezzata che lo rese
claudicante. Arrestato, a Milano, dagli alleati nell'aprile del '45, fu salvato
dai servizi segreti americani (i partigiani lo volevano giustiziare) e, in
cambio di servigi alla Cia, evase con documenti falsi da un campo per
collaborazionisti. Dopo la condanna in contumacia per collaborazionismo nel
'46, fu assolto per mancanza di prove e infine per non aver commesso i
fatti addebitatigli a marzo del '49. Fu a Napoli e poi a Palermo, dove lavorò
per "Il Tempo di Sicilia" e "Il Mattino di Sicilia" fino ad
approdare a L'Ora, dal '59, come cronista. Dopo la sua scomparsa, polizia e
carabinieri, schierati uno contro l'altro, sfiduciarono a vicenda le rispettive
"indagini", facendo di tutto per depistarle: la pista relativa alle
indagini sui traffici di droga della mafia, o la pista Mattei, per il
ritrovamento nel suo ufficio di alcune pagine di appunti e di un nastro
registrato con l'ultimo discorso di Mattei a Gagliano Castelferrato. L'Università
di Palermo era piena di studenti greci, per metà spie dei colonnelli e per metà
resistenti esuli, così saltò fuori anche una "pista greca" , per
direttiva dei servizi segreti, tesa a screditare l'Ora e il suo rapporto con la
"sinistra" e a portare gli antifascisti greci sul banco degli
imputati per la sparizione del giornalista. Falsi su falsi.
La ragione dell'uccisione di De
Mauro è in un altro appunto, su un taccuino, ritrovato in un cassetto della sua
scrivania. C’è scritto: "Colpo di Stato! Colpo di Stato continuato
- uomini anche mediocri, ma di rottura - La guerra è un anacronismo".
Luciano Liggio, 16 anni dopo,
nell'aula del maxiprocesso a Palermo, si vantò di aver respinto le profferte
golpiste: "Salvai il culetto della democrazia". I giornali
titolarono "Liggio vaneggia su un golpe da operetta". L'indagine
doveva essere fermata e deviata. De Mauro fu ucciso perché era l'unico ad avere
tutte le carte per uno scoop in diretta e per sventare le trame dei suoi
ex-camerati. Ed era così ambizioso che lo avrebbe fatto.
"De Mauro ha
detto la cosa giusta all'uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all'uomo
giusto" (Leonardo Sciascia"). De Mauro, così amico di
Borghese da aver chiamato una sua figlia Junia e l'altra, per secondo nome,
Valeria, in onore del comandante repubblichino, aveva saputo, da un golpista o
da qualcuno dei servizi segreti, pochi giorni prima della sua scomparsa, del
tentativo di colpo di stato che Borghese stava orchestrando e che "Il
Comandante", aveva contattato la mafia perchè lo favorisse in cambio della
revisione dei processi giudiziari in corso. In ottimi rapporti con alcuni boss
mafiosi, 2 giorni prima di sparire, De Mauro aveva chiesto notizie su Mattei a
Graziano Verzotto, Senatore DC, ex partigiano bianco - fedelissimo di Fanfani
-, in quel periodo presidente dell'Ente Minerario Siciliano (luogo affollato da
"dipendenti" massoni), che gli consigliò di rivolgersi per una
conferma all'avvocato Vito Guarrasi, membro di numerosi consigli di
amministrazione della Sicilia, molto vicino agli ambienti della Cia e
consulente Eni legato ad Eugenio Cefis (poi presidente dell'Eni al posto di
Mattei). Potente esponente mafioso dell'epoca, Guarrasi, già testa ponte per lo
sbarco degli americani in Sicilia nel '43 e personalmente presente alla firma
dell'armistizio di Cassabile, per i pentiti di mafia, ordinò di eliminare De
Mauro per proteggere la mafia e i servizi segreti USA. Dopo aver parlato a Roma
con Borghese, col gen. Del SID Vito Miceli e col colonnello Gianadelio Maletti,
partecipò infatti ad una riunione in casa del boss Giacomo Gambino con i
capimafia Bernardo Provenzano, Pippo Calderone, Luciano Liggio, Gaetano
Badalamenti, Stefano Boutade, Beppe Di Cristina e Totò Riina che propose agli
altri l'eliminazione di De Mauro dopo avergli estorto tutte le notizie in
suo possesso. Ma De Mauro era anche amico di tutti i circoli legati all'estrema
destra extraparlamentare e alla disciolta X MAS e del boss italo-americano Nick
Gentile con cui scambiava notizie anche su quel preparativo di colpo di stato.
Gentile lo confidò all'agente del KGB Leonid Kolossov che capì che quel golpe
rientrava nel contesto della Strategia della Tensione e
avrebbe fornito un pretesto per imporre una legislazione extracostituzionale
che avrebbe messo fuorilegge il PCI che stava raggiungendo il suo massimo
storico di consensi in Italia, preoccupando CIA e Usa. Sono passati pochi mesi
dalla strage di piazza Fontana, dalla rivolta a Reggio Calabria capeggiata da
Ciccio Franco, dai morti e dalle bombe di Gioia Tauro.
Tutti coloro che indagarono tra
'79 e '82 sulla morte di De Mauro furono uccisi dalla mafia: dal Capitano dei
carabinieri Giuseppe Russo, al commissario della Squadra Mobile Boris Giuliano,
al comandante della Legione dell'Arma, Carlo Alberto Dalla Chiesa. In un
rompicapo di misteri, bugie e depistaggi, indagini sballate fecero perdere
altro tempo, quello utile ad archiviare misteri. Tenevano i contatti con
Borghese i cugini Salvo (mafiosi, anni poi alla ribalta, nel processo
contro Andreotti per gli intrecci tra mafia e politica) e De Mauro stava
raccogliendo indizi sui loro intrallazzi. Nel 2001 i boss pentiti definirono De
Mauro "un rompicoglioni che aveva ficcato il naso negli affari dei Salvo e
nel loro legame con i fascisti di Borghese. Ma l'ordine di
eliminarlo partì da Roma". Dopo l'uccisione di De Mauro, nella
successiva riunione a Milano, il 9 agosto 1970, i boss mafiosi e la
massoneria ritirarono l'adesione e il supporto organizzativo al golpe, non
fidandosi più dei golpisti. E il golpe dell’Immacolata, che aveva già ricevuto
il placet degli Usa di Nixon, non si realizzò.
L'Ora di Palermo, edizione della sera, era uno
strano giornale, autonomo, per molti: "comunista", dove un
giornalista processato come unico italiano che avesse sparato volontario alle
Fosse Ardeatine e che aveva militato nelle Ss, accoglieva i ragazzi di
sinistra, che scrivevano anche sulla "pagina della scuola";
pubblicava i dibattiti al Centro di cultura, presieduto da Danilo Dolci e
recensioni di letture, films, mostre, dibattiti. Quella redazione era
frequentata anche da Peppino Impastato, lo straordinario,
coraggioso compagno di Cinnisi fatto a pezzi dalla mafia il 9 maggio 1978,
del quale De Mauro aveva accolto la denuncia e che fece il nome del capomafia
Tano Badalamenti tra chi aveva brigato per la scelta speculativa circa
l'ubicazione delle piste del "nuovo" aeroporto di Punta Raisi. De
Mauro riportava le notizie delle manifestazioni antimafia contro gli espropri
per la realizzazione delle piste, organizzate dal gruppo di Peppino Impastato e
aveva scitto sul primo Dc 8 Alitalia atterrato nel nuovo scalo. Dettava pezzi
sulle faide di mafia anche a: "il Giorno", il giornale di Mattei di
cui era il corrispondente siciliano. Nei giorni precedenti alla sua
sparizione, aveva detto a colleghi e ai familiari di avere in mano qualcosa di
così grosso, da far saltare l'Italia. Informazioni più precise le fornì, su
consiglio del collega Bruno Carbone, a Pietro Scaglione, capo della procura di
Palermo, anche lui assassinato il 5 maggio del '71 da uomini di Luciano Liggio.
E' notizia recente. Il 22
ottobre 2010, un manoscritto di tre pagine a firma Vito Ciancimino
viene acquisito agli atti del processo per la sparizione e morte di De Mauro.
Vi sarebbe contenuto anche il movente per l'uccisione di Scaglione. Il pm
ha chiesto anche l'audizione di Raffaele Girotti che, nel '62, all'epoca di
Bascapé, era ad di Snam, società controllata dall'Eni e proprietaria
della flotta aerea dell'ente petrolifero. Dopo la tragedia, Girotti si pronunciò
contro la versione della "disgrazia", promettendo l'impegno
dell'azienda per l'accertamento della verità e la costituzione di una
commissione di inchiesta interna. Non avvenne. Girotti divenne un uomo di
fiducia di Cefis e fu nominato direttore generale dell'Eni. Nel
1971, sostituì Cefis alla presidenza.
Tra le tantissime morti che
costellarono quella di De Mauro, accenno solo a quella di Antonino Buttafuoco,
commercialista della famiglia De Mauro, legato a Vito Ciancimino e sospettato
di essere in rapporto con Luciano Liggio. Il giorno dopo la scomparsa del
giiornalista, Buttafuoco telefonò alla famiglia, - ancora la notizia non era di
pubblico dominio- meravigliandosi di non essere stato avvertito immediatamente
e invitandola a non preoccuparsi perchè avrebbe pensato lui a tutto e, al 98%,
il giornalista sarebbe stato liberato. Chiese di una busta arancione che De
Mauro aveva con sé la sera del rapimento. Questa e un'altra serie di strane
telefonate fatte a Parigi fecero pensare all'avvocato Guarrasi come al signor X
di cui si vociferava. Quando le indagini sembravano ad una svolta decisiva,
tutto venne bloccato e, in una riunione con i vertici delle forze dell'ordine,
a Villa Boscogrande, il generale dei servizi segreti Vito Miceli pose fine
all'inchiesta.
Al processo sulla morte di De Mauro, iniziato solo nel 2006, l'unico imputato è Totò Riina.

Peppino Impastato
Di regola,
in un'indagine sui delitti di mafia, dopo i tentativi di depistaggio, quando
qualcosa sta per emergere, tutto viene bloccato e i servizi segreti pongono
fine alle inchieste. Da sempre, è lo stato a tessere le trame
e a preparare l'ordito, il responsabile dei morti, dei tentativi di golpe,
delle stragi. Lo stato con i suoi apparati, politicanti mafiosi e camorristi
locali; servizi e corpi d'armata. Un intreccio di trame nere che lega gli stati
tra loro, in un'Italia occupata, mai liberata, che continua ad essere un
contenitore di basi NATO, un paese, strategicamente appetitoso, che è un
aggregato di persone e culture appiccicate le une alle altre per gli
interessi dei piemontesi e poi ascritte all'orbita Usa per gli interessi dei
dividendi dei papponi di Yalta.
La
Resistenza fu tradita; ai partigiani fu chiesto di riconsegnare le armi (anche
se non tutti lo fecero). Il PCI non fu mai un partito
rivoluzionario. La legge truffa, il rifiuto degli Usa a concedere altri aiuti
del piano Marshall in caso di vittoria elettorale dei comunisti; migliaia di
schede che volevano i “comunisti” al governo ritrovate a galleggiare nei fiumi
o in fondo alle discariche; poi, Portella della Ginestra. Del resto, il PCI non
voleva governare, c'era il “Socialismo in un solo Paese”, l'opposizione gli
stava più di “taglia”.
Tra
i tantissimi omicidii dello stato-mafia: quello di Peppino Impastato,
il coraggioso compagno di Cinisi i cui resti, la notte tra l'8 e
il 9 maggio 1978 vengono raccolti in un raggio di 300 metri al Km
30-180 della ferrovia Trapani-Palermo. Brandelli della sua carne lasciati
seccare al sole e macchie di sangue nel casolare vicino vengono ritrovati il
giorno seguente. Il giorno seguente però è anche quello in cui viene
ritrovato il corpo di Aldo Moro, nel bagagliaio di una
R4 rossa in via Caetani, a Roma, a 2 passi dalle sedi della DC e del PCI. Tanto
basta: subito le forze dell'ordine e il procuratore capo Martorana
tentano di depistare: Peppino è morto nel tentativo di collocare una
bomba sui binari (!). Solo 30 anni di lavoro della sua famiglia - madre e
fratello si costituirono parte civile e respinsero la tesi dell'attentato “terroristico”
sporgendo ufficialmente denuncia per omicidio di mafia -, del Centro Siciliano
di Documentazione Peppino Impastato, del suo presidente Umberto Santino e dei
compagni, con testimonianze, materiali e costante presenza sul territorio,
riusciranno a ottenere che la verità venga ristabilita, la condanna del boss
Gaetano Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e il riconoscimento dei
depistaggi da parte della Commissione Parlamentare Antimafia. Dopo 30 anni di
appelli, rinvii, spostamento di processi, uccisione di magistrati e di
testimoni.
A
Cinisi, paese arricchitosi attraverso i mafiosi, verso i quali mostrava
rispetto e reverenza, Peppino era considerato un pazzo, anche se non da
tutti: 5 giorni dopo il suo assassinio, alle elezioni per il Consiglio
Comunale, è eletto nelle liste di DP con 260 voti e la sua
lista ottiene il 6%. Figlio di un mafioso legato a Badalamenti, è esempio di
come ci si possa ribellare a famiglia e ambiente. Ancora ragazzo avvia
un'attività politico-culturale antimafiosa divenendo leader di un formidabile
movimento di denuncia. Fonda il giornalino “L'idea socialista”, aderisce al
PSIUP e, dal '68, è tra i dirigenti dei gruppi di Nuova Sinistra. Guida le
lotte dei contadini espropriati per costruire la terza pista dell'aeroporto di
Palermo, nel territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel '76
costitusce il gruppo Musica e cultura, nel '77 fonda Radio Out, libero
e innovativo strumento di lotta alla mafia che denuncia le manovre e il costume
mafioso-politico dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo di Badalamenti,
che, attraverso il controllo dell'aeroporto, hanno ruolo di primo piano nei
traffici internazionali di droga. Il PCI lo considera un estremista, è Mauro
De Mauro a pubblicare le notizie delle azioni del suo gruppo e a dare
rilievo alle sue denuncie, su !l'Ora”, edizione della sera. La radio chiude nel
1980 per mancanza di mezzi economici, ma anche perché, sommersa di
calunnie, ai ragazzi è proibito frequentarla. E' la strategia mafiosa:
prima eliminare il virus, poi asportare tutta la parte infetta. Ancora per
tanti però, a Cinisi, come a Trapani, a Catania, a Palermo, la cosa più grave
resta l'indifferenza verso l'argomento mafia e le tematiche sociali.
“Fare
memoria” è un modo per contrastare l'assenza di futuro. Peppino lascia alle
nuove generazioni un esempio di scelte radicali, di rifiuto di ogni
compromesso, di capacità di fare gruppo e inventare soluzioni di lotta al
sistema di controllo mafioso delle coscienze e delle esistenze. La capacità di
ridicolizzazione del perbenismo borghese e la volontà di battersi per un nuovo
modello di vita “comunista” attraverso l'auto-organizzazione, e con la
convinzione che tutto questo sia possibile. “Fare memoria” è anche
invitare ad approfondire le motivazioni politiche profonde che
portarono a una scelta di vita, a un punto di rottura, un
compagno coerente, assassinato dalla mafia a 30 anni.
Ma
la mafia è lo stato. Per
riprendersi un futuro rubato, resta la possibilità di rifiutare ingiustizie e
ipocrisie, resta la lotta contro il potere per riprendersi la propria vita. Lo
stato si abbatte, non si può cambiare. Autoorganizzandosi,
disobbedendo a regole ingiuste, pretendendo di sapere la verità, sconfessando
falsi eroi e falsi miti, come quello di Saviano che, il 21 ottobre 2010 il
Centro Impastato denuncia per aver scritto ne: “La parola contro la camorra”
assolute menzogne su Peppino. Già il 4 ottobre 2010 con lettera di diffida alla
Einaudi, il Centro aveva chiesto una rettifica e il riconoscimento del proprio
ruolo. Ma i “miti”, lo si sa, sono muti e neanche si degnano di rispondere.
OSTERIA CALCUTTA
venerdi 26 novembre
Le presentazioni di OSTERIA
CALCUTTA
sono momenti di incontro e di discussione che, guardando all'India
collocata nell'attuale contesto internazionale, raccontano
l'esperienza di
un'Associazione laica, libertaria e autogestita. Sfatando molti miti,
emerge
un'India inconsueta, vista dalla parte del suo popolo straordinario;
un'India
vista "dal di dentro", da uno slum di Calcutta dove situazioni limite
sono mantenute tali da un complesso intreccio di interessi sorvegliati
in armi
da mafie che agiscono nell'ombra dei poteri politici. Un discorso,
dunque, che
si allarga oltre i confini del subcontinente asiatico, e che riguarda
tutti i
poteri costituiti di ogni parte del mondo e invita a ragionare sulle
possibilità di lotta e sui metodi innovativi di opposizione a un
sistema che ci
opprime tutti.
Esistono tante "Indie":
l'India filosofica, l'India delle caste e degli slums, l'India del
nucleare e della Microsoft, l'India della pace e quella della fierezza e della
dignità di antiche popolazioni tribali che resistono all'avanzare dell'economia
di mercato.
Ma c'è anche l'India: il paese dei
duecento milioni di rivolte.
"Un albero, forse, ci resta sul pendio, da rivedere ogni
giorno. Ci resta: la strada di ieri” (R.M.Rilke)
OSTERIA CALCUTTA, di Marina
Valente, ediz. Sensibili alle Foglie
Saranno mostrati filmati sull'attività a Calcutta dell'Associazione.
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e intanto ... gli altri .... !
