osteria calcutta
NOVEMBRE 2010


Artaud, nel 1946, si riferiva ai deportati dei lager nazisti, ma vale oggi anche per i palestinesi e per tutti coloro che subiscono deportazioni individuali e di massa, da un paese a un paese, da una regione all'altra, da un carcere all'altro, da un manicomio all'altro, da un lavoro coatto all'altro, da una famiglia a un'altra...

 Rodez, 16 maggio 1946

A  Monsieur Pierre Bousquet
Caro signore e amico, essendo stato deportato dall'Irlanda, internato a Le Havre, trasferito da Le Havre a Rouen, conosco le deportazioni perchè la medicina si conosce attraverso le sofferenze e, per curare i dolori, bisogna averli sofferti, e io non avrei osato parlarvi della vostra deportazione in Germania nel 1942, benchè voi stesso me l'abbiate chiesto, se le circostanze non mi avessero posto, come voi, in stato di deportazione (...). Voi vi siete visto un determinato giorno trascinato via dal vostro domicilio, non dalla forza della tempesta, del mistral, del tornado, della burrasca o di una tempesta elettrica, ma da questa specie di forza senza nome, e che non ebbe mai che i piccoli visi degli indifferenti che la rappresentano e che marciano soltanto perchè sono comandati o salariati per farlo, e che non viene che dalla decisione unilaterale di un certo numero di ladroni che fanno comunella che rappresentano il governo, la polizia, l’amministrazione, o nel vostro caso la carenza di tutto l'esercito. Essere brutalmente estirpati dal proprio paese, per essere trapiantati in un altro come una pianta per prevenire il contagio è terrificante, ed è orrendo essere brutalmente e per un ordine all’improvviso allontanati dal proprio paese. Sommozzatore che perdesse l'asse del paesaggio e nel paesaggio un brandello del suo corpo, come se vedesse all'improvviso il suo corpo passare nel paesaggio come un rullo di un caleidoscopio che gira. (...) Non siamo padroni dei nostri corpi. (...) Ma l'aspetto orribile della cosa,  non è per me nel trasferimento, nè nel  non essere padroni di se stessi, è nel potere inusuale di questa cosa che non ha nome, e che in superficie si  chiama società, governo, polizia, amministrazione e contro la quale non potè nulla neppure il rimedio, nella storia, della forza delle rivoluzioni. Perchè le rivoluzioni sono scomparse ma la società, il governo, la polizia, l'amministrazione, le scuole, voglio dire le trasmissioni e transfert di credenze attraverso i TOTEM dell’insegnamento SONO SEMPRE  RIMASTI IN PIEDI. (...) Mi sono sempre chiesto che cosa provoca nella storia la sottomissione di noi individui a questa specie di coercizione disarmata, che cosa causa il fatto che noi non pensiamo a prima vista a protestare. Ci sono certo delle rivolte qui e là, ma sempre il vecchio contesto ritorna come se fosse scontato che la rivolta è là solo in vista di un riassetto del contesto, mentre è il contesto stesso:  la società che deve andarsene perchè le persone possano vivere in pace. La società ha contro di noi la forza, è chiaro, ma da dove viene questa forza se non dall'adesione di tutti noi alla forza della società, e questo non è un fatto ma un'idea. E' una semplice, distorta idea dei nostri corpi  che da cosi' tanto tempo ci opprime, e cosa aspettiamo a farla saltare? Se il conquistatore non distrugge il vinto, e' perche' non ha interesse a sbarazzarsene, ma a penetrarlo con un proprio veleno fino al punto che il simile si integri al simile in lui e che il vinto non sia più  la', ma il suo corpo solo con la coscienza del solo vincitore; questa operazione per volere del mondo e' all'ordine del giorno, ma quello che non si sa e' che essa e' volontaria e concertata ed e' vissuta da un certo numero d'individui che non hanno altra funzione che pensare alle individualita' interessanti, e far di tutto per comunicare loro il virus della deportazione, dell'internamento, dell’imprigionamento, della servitu' e quello della nazionalita'. (…) Hitler e' morto, ma la sua razza non ha cessato di nuocere. Conoscete la leggenda della mandragola, quella specie di semenza che nasce, si dice, ai piedi delle forche, sotto i cadaveri degli impiccati, e che sarebbe generata dall'emissione del loro sperma, al momento dello strangolamento. Hitler, in segreto, era convinto di discenderne. (...)  una deportazione più grave ci minaccia tutti, qualcosa come un transfert di non so che di noi stessi verso non si sa dove, quando, noi non saremo piu' qui e l'hitlerismo avra' preso ovunque il nostro posto, al posto di un'Europa e di un'Asia, in qualcosa come un'Eurasia. E' un mito, ma ce ne sono altri. Perche' noi siamo circondati di Miti che vogliono partorire se stessi su di noi, che fare? Costruire un palcoscenico per danzarvi i miti che ci martirizzano e farne degli esseri veri prima di imporli a tutti attraverso la mandragola seminale della semenza delle idee. A voi amicalmente.

Antonin Artaud                    

Domenica 14 novembre 2010

ore 17

Labico (Roma)

Piazza del mercato, 4 

 L’Associazione Culturale La Bicocca 

presenta:

OSTERIA CALCUTTA

di Marina Valente

Ediz. Sensibili alle Foglie


Un libro, uscito quasi in sordina poco più di due anni fa, è divenuto sempre più popolare, continuando a spingere una quantità di persone a guardare il mondo da un differente punto di vista...  
La vicenda vera di un'associazione laica, libertaria e autogestita. Anche attraverso le testimonianze dei protagonisti, le pagine raccontano le difficoltà, i successi, il drammatico impatto con la mafia locale. Ma anche un'esperienza, un sogno un'utopia messa in pratica. Sfatando molti miti, ne emerge un'India inconsueta, vista dalla parte del suo straordinario popolo. Un'India vista e vissuta "dal di dentro", da uno slum di Calcutta dove situazioni limite sono mantenute tali dal complesso intreccio di interessi sorvegliati in armi da mafie che agiscono nell'ombra dei poteri politici.
Sullo sfondo: la situazione attuale dell'India, in un momento in cui, a oltre 60 anni dall’indipendenza, il Paese si affaccia prepotentemente sulla scena internazionale, ma il prezzo della sua apertura al mercato globale è pagato per intero dalle basse caste, gli Adivasi, i musulmani poveri, le donne.
Senza le lenti del buonismo e senza concessioni ad alcun uso strumentale della religione, l'India appare diversa da come la vorrebbe l'immaginario occidentale. Esistono tante Indie: l'India filosofica, l'India delle caste e degli slums, l'India del nucleare e della Microsoft, l'India della Pace e quella della fierezza e della dignità di antiche popolazioni tribali che resistono all'avanzare dell'economia di mercato. Ma c'è anche l'India: il Paese dei duecento milioni di rivolte.

Interverrà l'autrice e sarà possibile avere tutti gli aggiornamenti sulla situazione attuale di un Paese che, sotto diversi aspetti, continua a trovarsi al centro della scena mondiale.

A seguire: filmati sul lavoro dell'Associazione  

Info. Labico.cca@alice.it  

osteriacalcutta@libero.it

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Si parla ancora di Grecia...

Cliccare QUI.

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Ad uso didattico, su richiesta

MAFIA

“…Dovessi spiegare a un ragazzo cos’è la mafia, e spiegarglielo in poche parole, gli direi che la mafia è lo stato. Sicuramente non sarebbe soddisfatto della risposta, perché generalista e perché abituato a rispettare le leggi dello stato o disobbedirle nei limiti concessi dalla santa democrazia, ovviamente... (Giovanni Impastato)

1) E' difficile crescere tra una strage di stato e l'altra. Come minimo, si viene su un pò strani.

Per la ricorrenza della strage di Bologna, il 2 agosto 2009 scarcerarono Fioravanti. Due giorni fa, il 17 novembre 2010, è arrivata invece l'assoluzione per i fascisti della strage di piazza della Loggia. Ma il giustizialismo fa ancora parte del gioco. Un gioco di stato.
Stato sinonimo di: magistratura, mafia, parenti delle vittime (certezza della pena, concetto orrendo!!!), radicali, Capezzoni e capezzoli, nessuno tocchi Caino, papi, peppine e bungaroli, res publica, quotidiani collusionisti, repubblichini dentro La ReSpubblica, ossessione della sicurezza e invocazione celtica dell'uomo "forte", fascisti kriptici e manifesti, Casa Pound,  negazionisti, manipolazione dell'informazione, opinione pubblica, democrazia, salotti a Salò, Italia del Patto atlantico, dei morti delle "guerre infinite" di ieri, dell'altro ieri, di domani e dopodomani, dei complotti, delle trame occulte, dei servizi, di quelli che continuano a vedere Bin Laden (l'uomo che visse un centinaio di volte) da tutte le parti in cui ci sia da sfoltire, da estrarre, da "piazzarsi" sopra la scacchiera del mondo, maniche rimboccate oltremanica, "alleati" della Nato, Onu, Usa e non solo, comunità internazionale, diritti storti e servizi dirittissimi, luridissimi fini dei Fini, af-Fini e convergenze parallele, fabbricanti di futuro e di falsi miti…
E un popolo che si cerca di rincitrullire a forza di bunga-bunga e altre idiozie circensi in merito ai pantaloni troppo sbottonati delle marionette. Da ridere, c'è veramente ben poco.

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2) E' difficile crescere saltellando tra una bomba e l'altra.

La sentenza assolutoria definitiva per i cinque imputati per la strage di piazza della Loggia, a Brescia arriva dopo 40 anni. Per molti di noi, quel 28 maggio 1974, arrivava dopo l'8 e il 9 agosto 1969, quando una decina di bombe esplosero sui vagoni di prima classe di alcune linee ferroviarie tra Pescara e Roma, Roma e Venezia, Roma e Lecce, Trieste e Roma, Milano e Venezia, Trieste e Domodossola, Bari e Trieste (e viceversa). E dopo il 25 di aprile del 1969 quando, per un bimbetto che accompagnava suo padre alla Fiera Campionaria, un padiglione  si trasformò in un'esplosione di lucette che lo resero sordo (lo stesso giorno, all'Ufficio Cambi della Banca Nazionale, all'interno della stazione centrale, altri scoppi e una ventina di persone ferite). E dopo i morti e i feriti del maggio precedente, quello del '73, quando, al termine di una cerimonia per ricordare la morte del commissario Calabresi, una bomba a mano fu lanciata contro il portone della Questura di Milano. E dopo quel 12 dicembre del 1969, sempre a Milano, a piazza Fontana: 27 morti, 88 feriti e tutto quello che ne seguì  (che, solo 20 minuti più tardi, a Roma, un ordigno scoppi nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro e altri ne esplodano intorno alle 17, davanti all'altare patria e all'entrata del museo del Risorgimento in piazza Venezia, è poca cosa: grande botto, un pò di feriti, nessun morto). Dopo  il '70, quando, il 22 luglio, su La Freccia del Sud, un'altra bomba disintegrò 6 persone e ne ferì 139. E dopo il 31 maggio 1972, a Peteano: 3 morti e 1 ferito.
La strage di piazza della Loggia arrivò invece prima degli 85 morti e gli oltre 200 feriti della stazione di Bologna - 2 agosto 1980 -   e prima dei 12 morti e i 44 feriti estratti il 4 agosto 1974 dalle lamiere dell'Italicus, a San Benedetto Val di Sambro; recuperati dentro un tunnel buio, da un treno affollato di persone che non intendevano affatto dirigersi verso una vacanza eterna (replicata, nella stessa località, il 23 dicembre 1984, quando una bomba sul rapido 904 provocherà 17 morti e  300 feriti).
Bologna si collocava anche pochissimo tempo dopo Ustica.

E' difficile crescere tra un triangolo delle Bermuda e l'altro.
27 giugno 1980. Roma, Torre di controllo di Ciampino. Ore 20, 59 minuti e 45 secondi. Un veivolo civile, un Dc9 della Itavia, in volo da Bologna a Palermo scompare dalla schermo radar. E, con esso, svaniscono 81 persone (78 passeggeri e 3 uomini dell’equipaggio). Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto col pilota; nessuna voce da bordo. Scatta l'allarme, ma i soccorsi arrivano soltanto il mattino dopo, quando l'aereo si è inabissato nel triangolo delle Bermuda a metà tra Ustica e Ponza. Un Dc9 non è esattamente un aereoplanino giocattolo che te lo perdi come niente fosse. Si fece credere a un cedimento strutturale e fu fatta fallire la società proprietaria dell'aereo. Poi depistaggi, ritardi, occultamento di nastri di registrazione.
In tutte le stragi e i tentativi di colpo di stato annessi, in Italia, sono sempre stati coinvolti organi e strutture dello Stato; non individui singoli, ma lo stato proprio, attraverso connivenze tra servizi per nulla deviati, dirittissimi invece, e apparati analoghi di altri Paesi (soprattutto di uno, ma non esclusivamente). Quella che passò sotto il nome di "stategia della tensione", con inizio ufficiale a Portella della Ginestra e secondo inizio in piazza Fontana, ebbe sempre gli stessi protagonisti: neonazisti, fascisti, liberali, apparati finanziari (grande mafia internazionale), industriali e militari, politici di spicco e servizi  internazionali, con l'utilizzo di manovalanza raccattata tra mafiosi - propaggine locale dello stato  -, esaltati di destra e criminalità organizzata (tutte cose che esistono ancora all'interno di uno scenario mutato e in divenire).

 

3) E' difficile crescere tra la Vedova Allegra e il Paese dei Campanelli.

8 dicembre 1970, una notte della Madonna
"Italiani, l'auspicata svolta politica, il lungamente atteso "colpo di Stato" ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l'Italia sull'orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi verranno indicati i provvedimenti più immediati e idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le Forze Armate, le Forze dell'Ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi; mentre, dall'altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli, per intendersi, che volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un'Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso Tricolore! Soldati di Terra, di Mare e dell'Aria, Forze dell'Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell'ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso Tricolore vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d'amore: Italia! Italia! Viva l'Italia!".
E' il testo del "Proclama alla nazione" ritrovato nel marzo 1971 nello studio del principe Junio Valerio Borghese, già comandante della X Mas nella Repubblica di Salò, ormai rifugiatosi in Spagna (gli fu concesso tutto il tempo necessario). Oltre al Proclama, furono rinvenuti: l'organigramma golpista, i nomi dei congiurati, documenti contenenti gli obiettivi strategici da occupare (Ministeri della Difesa e degli Interni, sedi televisive e di impianti di radiocomunicazioni etc.), l'elenco delle persone da arrestare e l'indicazione circa il luogo dove deportarle. Il proclama avrebbe dovuto leggerlo Borghese, in diretta TV, a coronamento del suo golpe, organizzato con le Forze Armate e supervisionato dai servizi diritti italiani e da quelli atlantici. E' il "Piano Tora Tora ", (così chiamato in ricordo dell'attacco a sorpresa dei giapponesi a Pearl Harbour, il 7 dicembre del '41, pretesto decisivo - Roosevelt ne aveva attivamente cercati moltissimi -  per l'ingresso degli Usa nel secondo conflitto mondiale). Per noi, Tora Tora si piazzò tra il tentativo di colpo di stato del 1964 progettato dal generale De Lorenzo, comandante dell'Arma dei carabinieri (denominato Piano Solo, perchè solo  i carabinieri - si fa per dire - ne avrebbero fatto parte) e il golpe bianco ideato, nel 1974, da Edgardo Sogno, fascistone pluridecorato e titolare, dal 2004, persino di uno slargo a Varese - dove i semafori con l'"alt" non funzionano proprio - e di una targa ricordo che lo definisce "apostolo della Libertà". Il golpe De Lorenzo e il golpe Sogno non riuscirono neanche a scattare. Il Tora Tora sì. La notte dell'Immacolata, tra il 7 e l'8 dicembre 1970, moltissimi gruppi di congiurati, militari e civili riuniti da Borghese nel Fronte Nazionale, organizzazione registrata  nel settembre del '68, con regolare atto notarile e finalità di perseguire qualsiasi azione utile alla difesa e al ripristino dei massimi valori della civiltà italiana in stretto collegamento con le organizzazioni neonaziste Ordine Nuovo di Rauti e Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie, ricevettero l'ordine atteso. A Roma, in  diverse città della Lombardia, del Veneto, della Toscana, dell'Umbria e della Calabria, vennero distribuite armi - una lunga e una corta - inclusi 200 fucili a ripetizione prelevati, senza sforzo, dal gruppo guidato da Stefano Delle Chiaie, dall'armeria del Ministero dell’Interno; a Montesacro, dove si trovava il quartier generale; nei cantieri del costruttore Remo Orlandini, legato al SID; nella palestra dell'Associazione paracadutisti di via Eleniana; in varie case del  centro storico; nella sede di Avanguardia nazionale; nei dintorni dell'Università, si attendeva l'ultimo segnale da parte del tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci che, assunto il comando del SID avrebbe dovuto procedere, insieme ai congiurati da lui diretti, all'arresto degli uomini politici indicati nella lista rinvenuta a casa di Borghese. A Milano, il colonnello Amos Spiazzi mosse con un intero reparto per occupare Sesto San Giovanni. A Venezia, civili e militari che stazionavano nei pressi dell'Arsenale, nello spiazzo dinnanzi al Comando della Marina Militare, ricevettero anche divise da carabinieri. Una colonna di 14 automezzi, con a bordo 197 guardie forestali armate e munite di manette, guidate dal colonnello Luciano Berti e proveniente da Città ducale (presso Rieti), arrivò a poche centinaia di metri dalla sede RAI di v. Teulada. Il generale dell'Aeronautica Giuseppe Casero e il colonnello Lo Vecchio, con l'appoggio del Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, il generale Fanali, si apprestarono ad occupare il ministero della Difesa.

TUTTI A CASA! Improvvisamente, Borghese ricevette un contr'ordine, attraverso una misteriosa telefonata: insurrezione annullata. Si simulò che nulla fosse avvenuto. Le armi sottratte furono ricollocate nell'armeria del Ministero degli Interni; una delle 6 pistole mitragliatrici, risultata mancante, fu sostituita con una copia. Del Fronte Nazionale facevano parte reparti armati irregolari in stretta relazione con uomini e settori delle Forze Armate regolari, faccendieri e intermediari sul libro paga Cia e collegati ai comandi Nato, esponenti dell'industria, della finanza, degli ambienti militari e politici (il convolgimento dei servizi segreti nazionali e internazionali fu comprovato dalla documentazione fornita da Andreotti alla magistratura romana ben 5 anni dopo). Borghese chiese anche la collaborazione attiva di Cosa Nostra, comprovato, molti anni più tardi, dalle rivelazioni di pentiti di mafia. Buscetta riferì che Borghese aveva promesso risarcimenti notevoli, inclusa la libera gestione di terre dove già operavano diverse famiglie e la revisione di molti processi in corso, ma Cosa Nostra non si fidò e non fornì ai golpisti l'elenco di tutti i propri partecipanti che avrebbero dovuto rendersi riconoscibili mediante una fascia verde al braccio. Secondo i pentiti di mafia, gli Usa ritirarono l'appoggio e bloccarono l’insurrezione in extremis per la presenza nel Mediterraneo di una flotta sovietica. 
Riguardo ai molti tentativi di golpe in Italia (compresi i collegamenti con Gladio, Rosa dei Venti, P2), si è sempre fatto di tutto per depistare e occultare, utilizzando: omicidii, omicidii-suicidii, sparizioni misteriose, impunità, disinnesco di indagini,  trasferimento di processi, proscioglimenti per insufficienza di prove, documenti fondamentali posti immancabilmente sotto segreto di Stato e caricati di omissis,  reiterati  trasferimenti e insabbiamenti di inchieste. La magistratura, dopo aver assolto in Corte  d'Assise d'Appello tutti  i congiuranti del golpe dell'Immacolata, archiviò il caso in quanto "il fatto non sussiste", cercando di trasformare il golpe in una cospirazione da operetta: "(...) i cospiranti scesero in piazza per una isolata manifestazione, eclatante, ostile, ma di per sé inidonea a realizzare l'evento previsto...". 

4) Le trame erano e sono nere. E l'ordito?

La mafia. a) un fenomeno criminale che, esaltato e facilitato dal mercato globale, trae i suoi proventi da: traffico di armi, droga, esseri umani, organi di esseri umani, racket della prostituzione, controllo dei settori economici più produttivi del mercato (edilizia, agricoltura, commercio, energie, smaltimento rifiuti), economia assistita, estorsioni, usura. Attività che sono ancora e sempre i terreni preferiti di accumulazione su tutto il pianeta. Attraverso il terrore, la mafia induce: collusione, omertà, passività, rispetto e reverenza per i mafiosi tentando in tal modo di bloccare ogni iniziativa che la contrasti. In questo senso è radicalizzata in contesti dove lo stato affida alle proprie bande armate la gestione del territorio. In questo modo, popoli e classi sociali vengono controllati e le rivolte spontanee sono soffocate sul nascere, o infiltrate, o addirittura provocate, secondo casi e opportunità politiche.
b) un fenomeno a carattere internazionale, diffuso in ogni paese attraverso il quale grandi flussi di capitale vengono trasferiti da una parte all'altra del pianeta. Qui entrano in gioco anche le grandi banche d'affari di tutto il mondo. Sotto ogni profilo, la mafia è la più grande multinazionale del mondo. Come ricorda Giovanni Impastato, "…negli anni '60 i boss della mafia erano semi o del tutto analfabeti, oggi i capo mandamenti sono medici, avvocati…è la cosiddetta borghesia mafiosa…" E, per Salvo Vitale: il ritorno della mafia nella zona grigia, la strategia dell’inabissamento, l'ha resa invisibile, facendola "confondere in associazioni impensabili di professionisti, affaristi, politici, industriali, consulenti finanziari i quali hanno creato trame sempre più indecifrabili. E' possibile che, per evitare una crisi interna al sistema, la struttura si sia allargata a macchia di leopardo, con divisione di competenze, senza centralizzazione del potere, come era la precedente cupola".
La mafia non è qualcosa di inserito nei gangli dello stato. E' lo stato proprio. Tutti gli stati basano il proprio potere su un intreccio tra politici mafiosi, mafia, massoneria e servizi.
Prendiamo il caso Italia. La democrazia italiana non è stata mai una democrazia. Fin dalle elezioni dell'aprile 1947, alla vigilia della strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1 maggio di quell'anno, patti segreti tra mafia, Cia, ex repubblichini (Borghese, Gelli, Rauti etc.), personaggi legati alla massoneria come Giovanni Francesco Alliata di Montereale etc. ipotecarono la "democrazia"  italiana. Una "democrazia" basata dunque sull'intreccio tra poteri politici mafiosi, mafia, gruppi neofascisti (sempre gli stessi: Fronte Nazionale, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, oggi con gli stessi nomi o con nomi cambiati), logge massoniche, criminalità organizzata e servizi segreti, con collegamenti tra loro e faide interne. Ma guai a dire "Io so…", come fece Pasolini, un'altra vittima, come Peppino Impastato, Mauro Rostagno e moltissimi altri, di questo intreccio di trame nere. Quel ponte sullo stretto che dovrebbe unire 'ndrangeta e Cosa Nostra, Junio Valerio Borghese lo aveva realizzato, riuscendo ad avere buoni rapporti con entrambi i lati dello stretto di Messina. E reclutando, nell'estate del 1970, i più influenti boss mafiosi, per il suo golpe.

Le trame erano e sono nere. E l'ordito?

5) Lo stato, tanto per gradire (qui si chiarisce il "come" e anche il "perchè").

La sera del 16 settembre 1970, Mauro De Mauro, 49 anni, giornalista del quotidiano palermitano "L'Ora", edizione della sera, viene rapito dalla mafia sotto casa sua, attirato in un tranello da un suo informatore. "Amunì", e via, prima sulla Bmw, poi trasbordato su un'altra auto con Emanuele D'Agostino, Diaconia e Provenzano, che hanno ricevuto l'incarico del sequestro e dell'uccisione. L'auto viene ritrovata con le chiavi inserite nel cruscotto. Il corpo mai, sciolto nell'acido, dopo che De Mauro fu strangolato all'interno di una masseria della borgata di Santa Maria del Gesù.
De Mauro, nel '62, si era occupato dell'uccisione di Enrico Mattei e aveva appena ripreso, su incarico di Francesco Rosi per il film "Il caso Mattei", ad indagare sugli ultimi 2 giorni di vita del presidente dell'ENI fatto esplodere in volo nei cieli di Bascapé (Pavia), il 27 ottobre 1962, sul suo aereo che, decollato a Catania, lo stava portando a Linate. Nello stesso anno, De Mauro aveva pubblicato i verbali di polizia in cui si elencava tutta la struttura del vertice mafioso, aderenti, regole, affiliazioni e organigramma; scriveva articoli sull'evoluzione della mafia e sul nuovo business della droga; 15 anni dopo la sua morte, il pentito di mafia Tommaso Buscetta lo definì , davanti a Falcone e Borsellino: "un cadavere che camminava…una sentenza di morte solo temporaneamente sospesa".

Ma chi era De Mauro? Fascista, volontario nella 2° Guerra mondiale, poi nella X Mas del principe Junio Valerio Borghese, aderì dopo l'8 settembre del '43 alla Repubblica di Salò. Tra '43 e '44 era stato vice questore di Pubblica Sicurezza a Roma, informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Kappler e aveva fatto parte della Banda Koch, reparto del Ministero degli Interni della RSI specializzato in rapimenti e torture (ne fu vittima anche, nel '44, Luchino Visconti). Segnalato dai servizi segreti britannici come infiltrato nei reparti partigiani, a fine guerra fu sul fronte di Trieste con Borghese e, sempre al suo fianco, corrispondente di guerra della X Mas col grado di sottotenente. Considerato dal CNL tra i propri avversari più pericolosi, pagò le torture inflitte personalmente negli interrogatori di primo grado ai prigionieri di v. Tasso nel '44 quando i partigiani gli procurarono un incidente stradale presso Verona dal quale riportò il naso rotto e una gamba spezzata che lo rese claudicante. Arrestato, a Milano, dagli alleati nell'aprile del '45, fu salvato dai servizi segreti americani (i partigiani lo volevano giustiziare) e, in cambio di servigi alla Cia,  evase con documenti falsi da un campo per collaborazionisti. Dopo la condanna in contumacia per collaborazionismo nel '46, fu assolto per mancanza di prove e infine  per non aver commesso i fatti addebitatigli a marzo del '49. Fu a Napoli e poi a Palermo, dove lavorò per "Il Tempo di Sicilia" e "Il Mattino di Sicilia" fino ad approdare  a L'Ora, dal '59, come cronista. Dopo la sua scomparsa, polizia e carabinieri, schierati uno contro l'altro, sfiduciarono a vicenda le rispettive "indagini", facendo di tutto per depistarle: la pista relativa alle indagini sui traffici di droga della mafia, o la pista Mattei, per il ritrovamento nel suo ufficio di alcune pagine di appunti e di un nastro registrato con l'ultimo discorso di Mattei a Gagliano Castelferrato. L'Università di Palermo era piena di studenti greci, per metà spie dei colonnelli e per metà resistenti esuli, così saltò fuori anche una "pista greca" , per direttiva dei servizi segreti, tesa a screditare l'Ora e il suo rapporto con la "sinistra" e a portare gli antifascisti greci sul banco degli imputati per la sparizione del giornalista. Falsi su falsi.
La ragione dell'uccisione di De Mauro è in un altro appunto, su un taccuino, ritrovato in un cassetto della sua scrivania. C’è scritto: "Colpo di Stato! Colpo di Stato continuato - uomini anche mediocri, ma di rottura - La guerra è un anacronismo".
Luciano Liggio, 16 anni dopo, nell'aula del maxiprocesso a Palermo, si vantò di aver respinto le profferte golpiste: "Salvai il culetto della democrazia". I giornali titolarono "Liggio vaneggia su un golpe da operetta". L'indagine doveva essere fermata e deviata. De Mauro fu ucciso perché era l'unico ad avere tutte le carte per uno scoop in diretta e per sventare le trame dei suoi  ex-camerati. Ed era così ambizioso che lo avrebbe fatto.

"De Mauro ha detto la cosa giusta all'uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all'uomo giusto" (Leonardo Sciascia"). De Mauro, così amico di Borghese da aver chiamato una sua figlia Junia e l'altra, per secondo nome, Valeria, in onore del comandante repubblichino, aveva saputo, da un golpista o da qualcuno dei servizi segreti, pochi giorni prima della sua scomparsa, del tentativo di colpo di stato che Borghese stava orchestrando e che "Il Comandante", aveva contattato la mafia perchè lo favorisse in cambio della revisione dei processi giudiziari in corso. In ottimi rapporti con alcuni boss mafiosi, 2 giorni prima di sparire, De Mauro aveva chiesto notizie su Mattei a Graziano Verzotto, Senatore DC, ex partigiano bianco - fedelissimo di Fanfani -, in quel periodo presidente dell'Ente Minerario Siciliano (luogo affollato da "dipendenti" massoni), che gli consigliò di rivolgersi per una conferma all'avvocato Vito Guarrasi, membro di numerosi consigli di amministrazione della Sicilia, molto vicino agli ambienti della Cia e consulente Eni legato ad Eugenio Cefis (poi presidente dell'Eni al posto di Mattei). Potente esponente mafioso dell'epoca, Guarrasi, già testa ponte per lo sbarco degli americani in Sicilia nel '43 e personalmente presente alla firma dell'armistizio di Cassabile, per i pentiti di mafia, ordinò di eliminare De Mauro per proteggere la mafia e i servizi segreti USA. Dopo aver parlato a Roma con Borghese, col gen. Del SID Vito Miceli e col colonnello Gianadelio Maletti, partecipò infatti ad una riunione in casa del boss Giacomo Gambino con i capimafia Bernardo Provenzano, Pippo Calderone, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Stefano Boutade, Beppe Di Cristina e Totò Riina che propose agli altri l'eliminazione di De Mauro dopo avergli estorto tutte le notizie in suo possesso. Ma De Mauro era anche amico di tutti i circoli legati all'estrema destra extraparlamentare e alla disciolta X MAS e del boss italo-americano Nick Gentile con cui scambiava notizie anche su quel preparativo di colpo di stato. Gentile lo confidò all'agente del KGB Leonid Kolossov che capì che quel golpe rientrava nel contesto della Strategia della Tensione e avrebbe fornito un pretesto per imporre una legislazione extracostituzionale che avrebbe messo fuorilegge il PCI che stava raggiungendo il suo massimo storico di consensi in Italia, preoccupando CIA e Usa. Sono passati pochi mesi dalla strage di piazza Fontana, dalla rivolta a Reggio Calabria capeggiata da Ciccio Franco, dai morti e dalle bombe di Gioia Tauro.
Tutti coloro che indagarono tra '79 e '82 sulla morte di De Mauro furono uccisi dalla mafia: dal Capitano dei carabinieri Giuseppe Russo, al commissario della Squadra Mobile Boris Giuliano, al comandante della Legione dell'Arma, Carlo Alberto Dalla Chiesa. In un rompicapo di misteri, bugie e depistaggi, indagini sballate fecero perdere altro tempo, quello utile ad archiviare misteri. Tenevano i contatti con Borghese i cugini Salvo (mafiosi, anni poi alla ribalta, nel processo contro Andreotti per gli intrecci tra mafia e politica) e De Mauro stava raccogliendo indizi sui loro intrallazzi. Nel 2001 i boss pentiti definirono De Mauro "un rompicoglioni che aveva ficcato il naso negli affari dei Salvo e nel loro legame con i fascisti di Borghese. Ma l'ordine  di eliminarlo partì da Roma". Dopo l'uccisione di De Mauro, nella successiva riunione a Milano,  il 9 agosto 1970, i boss mafiosi e la massoneria ritirarono l'adesione e il supporto organizzativo al golpe, non fidandosi più dei golpisti. E il golpe dell’Immacolata, che aveva già ricevuto il placet degli Usa di Nixon, non si realizzò.

L'Ora di Palermo, edizione della sera, era uno strano giornale, autonomo, per molti: "comunista", dove un giornalista processato come unico italiano che avesse sparato volontario alle Fosse Ardeatine e che aveva militato nelle Ss, accoglieva i ragazzi di sinistra, che scrivevano anche sulla "pagina della scuola"; pubblicava i dibattiti al Centro di cultura, presieduto da Danilo Dolci e recensioni di letture, films, mostre, dibattiti. Quella redazione era frequentata anche da Peppino Impastato, lo straordinario, coraggioso compagno di Cinnisi fatto a pezzi dalla mafia il 9 maggio 1978, del quale De Mauro aveva accolto la denuncia e che fece il nome del capomafia Tano Badalamenti tra chi aveva brigato per la scelta speculativa circa l'ubicazione delle piste del "nuovo" aeroporto di Punta Raisi. De Mauro riportava le notizie delle manifestazioni antimafia contro gli espropri per la realizzazione delle piste, organizzate dal gruppo di Peppino Impastato e aveva scitto sul primo Dc 8 Alitalia atterrato nel nuovo scalo. Dettava pezzi sulle faide di mafia anche a: "il Giorno", il giornale di Mattei di cui era il corrispondente siciliano. Nei giorni precedenti alla sua sparizione, aveva detto a colleghi e ai familiari di avere in mano qualcosa di così grosso, da far saltare l'Italia. Informazioni più precise le fornì, su consiglio del collega Bruno Carbone, a Pietro Scaglione, capo della procura di Palermo, anche lui assassinato il 5 maggio del '71 da uomini di Luciano Liggio.

E' notizia recente. Il 22 ottobre 2010, un manoscritto di tre pagine a firma Vito Ciancimino viene acquisito agli atti del processo per la sparizione e morte di De Mauro. Vi sarebbe contenuto anche il  movente per l'uccisione di Scaglione. Il pm ha chiesto anche l'audizione di Raffaele Girotti che, nel '62, all'epoca di Bascapé, era ad di Snam, società controllata dall'Eni e proprietaria della flotta aerea dell'ente petrolifero. Dopo la tragedia, Girotti si pronunciò contro la versione della "disgrazia", promettendo l'impegno dell'azienda per l'accertamento della verità e la costituzione di una commissione di inchiesta interna. Non avvenne. Girotti divenne un uomo di fiducia di Cefis e fu nominato direttore generale dell'Eni. Nel 1971, sostituì Cefis alla presidenza.
Tra le tantissime morti che costellarono quella di De Mauro, accenno solo a quella di Antonino Buttafuoco, commercialista della famiglia De Mauro, legato a Vito Ciancimino e sospettato di essere in rapporto con Luciano Liggio. Il giorno dopo la scomparsa del giiornalista, Buttafuoco telefonò alla famiglia, - ancora la notizia non era di pubblico dominio- meravigliandosi di non essere stato avvertito immediatamente e invitandola a non preoccuparsi perchè avrebbe pensato lui a tutto e, al 98%, il giornalista sarebbe stato liberato. Chiese di una busta arancione che De Mauro aveva con sé la sera del rapimento. Questa e un'altra serie di strane telefonate fatte a Parigi fecero pensare all'avvocato Guarrasi come al signor X di cui si vociferava. Quando le indagini sembravano ad una svolta decisiva, tutto venne bloccato e, in una riunione con i vertici delle forze dell'ordine, a Villa Boscogrande, il generale dei servizi segreti Vito Miceli pose fine all'inchiesta.

Al processo sulla morte di De Mauro, iniziato solo nel 2006, l'unico imputato è Totò Riina.

Peppino Impastato

Di  regola, in un'indagine sui delitti di mafia, dopo i tentativi di depistaggio, quando qualcosa sta per emergere, tutto viene bloccato e i servizi segreti pongono fine alle inchieste. Da sempre, è lo stato a tessere le trame e a preparare l'ordito, il responsabile dei morti, dei tentativi di golpe, delle stragi. Lo stato con i suoi apparati, politicanti mafiosi e camorristi locali; servizi e corpi d'armata. Un intreccio di trame nere che lega gli stati tra loro, in un'Italia occupata, mai liberata, che continua ad essere un contenitore di basi NATO, un paese, strategicamente appetitoso, che è un aggregato di persone e culture appiccicate le une alle altre per gli interessi dei piemontesi e poi ascritte all'orbita Usa per gli interessi dei dividendi dei papponi di Yalta.

La Resistenza fu tradita; ai partigiani fu chiesto di riconsegnare le armi (anche se non tutti lo fecero). Il PCI non fu mai un partito rivoluzionario. La legge truffa, il rifiuto degli Usa a concedere altri aiuti del piano Marshall in caso di vittoria elettorale dei comunisti; migliaia di schede che volevano i “comunisti” al governo ritrovate a galleggiare nei fiumi o in fondo alle discariche; poi, Portella della Ginestra. Del resto, il PCI non voleva governare, c'era il “Socialismo in un solo Paese”, l'opposizione gli stava più di “taglia”.
Tra i tantissimi omicidii dello stato-mafia: quello di Peppino Impastato, il coraggioso compagno di Cinisi i cui resti, la notte tra l'8 e il 9 maggio 1978 vengono raccolti in un raggio di 300 metri al Km 30-180 della ferrovia Trapani-Palermo. Brandelli della sua carne lasciati seccare al sole e macchie di sangue nel casolare vicino vengono ritrovati il giorno seguente. Il giorno seguente però è anche quello in cui viene ritrovato il corpo di Aldo Moro, nel bagagliaio di una  R4 rossa in via Caetani, a Roma, a 2 passi dalle sedi della DC e del PCI. Tanto basta: subito le forze dell'ordine e il procuratore capo Martorana tentano di depistare: Peppino è morto nel tentativo di collocare una bomba sui binari (!). Solo 30 anni di lavoro della sua famiglia - madre e fratello si costituirono parte civile e respinsero la tesi dell'attentato “terroristico” sporgendo ufficialmente denuncia per omicidio di mafia -, del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato, del suo presidente Umberto Santino e dei compagni, con testimonianze, materiali e costante presenza sul territorio, riusciranno a ottenere che la verità venga ristabilita, la condanna del boss Gaetano Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e il riconoscimento dei depistaggi da parte della Commissione Parlamentare Antimafia. Dopo 30 anni di appelli, rinvii, spostamento di processi, uccisione di magistrati e di testimoni.

A Cinisi, paese arricchitosi attraverso i mafiosi, verso i quali mostrava rispetto e reverenza, Peppino era considerato un pazzo, anche se non da tutti: 5 giorni dopo il suo assassinio, alle elezioni per il Consiglio Comunale, è eletto nelle liste di DP con 260 voti e la sua lista ottiene il 6%. Figlio di un mafioso legato a Badalamenti, è esempio di come ci si possa ribellare a famiglia e ambiente. Ancora ragazzo avvia un'attività politico-culturale antimafiosa divenendo leader di un formidabile movimento di denuncia. Fonda il giornalino “L'idea socialista”, aderisce al PSIUP e, dal '68, è tra i dirigenti dei gruppi di Nuova Sinistra. Guida le lotte dei contadini espropriati per costruire la terza pista dell'aeroporto di Palermo, nel territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel '76 costitusce il gruppo Musica e cultura, nel '77 fonda Radio Out, libero e innovativo strumento di lotta alla mafia che denuncia le manovre e il costume mafioso-politico dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo di Badalamenti, che, attraverso il controllo dell'aeroporto, hanno ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga. Il PCI lo considera un estremista, è Mauro De Mauro a pubblicare le notizie delle azioni del suo gruppo e a dare rilievo alle sue denuncie, su !l'Ora”, edizione della sera. La radio chiude nel 1980 per mancanza di mezzi economici, ma anche perché, sommersa di calunnie, ai ragazzi è proibito frequentarla. E' la strategia mafiosa: prima eliminare il virus, poi asportare tutta la parte infetta. Ancora per tanti però, a Cinisi, come a Trapani, a Catania, a Palermo, la cosa più grave resta l'indifferenza verso l'argomento mafia e le tematiche sociali.

“Fare memoria” è un modo per contrastare l'assenza di futuro. Peppino lascia alle nuove generazioni un esempio di scelte radicali, di rifiuto di ogni compromesso, di capacità di fare gruppo e inventare soluzioni di lotta al sistema di controllo mafioso delle coscienze e delle esistenze. La capacità di ridicolizzazione del perbenismo borghese e la volontà di battersi per un nuovo modello di vita “comunista” attraverso l'auto-organizzazione, e con la convinzione che tutto questo sia possibile. “Fare memoria”  è anche invitare ad approfondire le motivazioni politiche profonde che portarono a una scelta di vita, a un punto di rottura, un compagno coerente, assassinato dalla mafia a 30 anni.

Ma la mafia è lo stato. Per riprendersi un futuro rubato, resta la possibilità di rifiutare ingiustizie e ipocrisie, resta la lotta contro il potere per riprendersi la propria vita. Lo stato si abbatte, non si può cambiare. Autoorganizzandosi, disobbedendo a regole ingiuste, pretendendo di sapere la verità, sconfessando falsi eroi e falsi miti, come quello di Saviano che, il 21 ottobre 2010 il Centro Impastato denuncia per aver scritto ne: “La parola contro la camorra” assolute menzogne su Peppino. Già il 4 ottobre 2010 con lettera di diffida alla Einaudi, il Centro aveva chiesto una rettifica e il riconoscimento del proprio ruolo. Ma i “miti”, lo si sa, sono muti e neanche si degnano di rispondere.

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PRESENTAZIONE:

OSTERIA CALCUTTA

venerdi 26 novembre

Ithaca Libreria Caffè

h. 19.00 

Via Garibaldi n. 62

Frosinone

 …per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo carico speciale di speciale disperazione e' appena giusto che la fortuna lo aiuti…(Fabrizio De Andre')

Le presentazioni di OSTERIA CALCUTTA sono momenti di incontro e di discussione che, guardando all'India collocata nell'attuale contesto internazionale, raccontano l'esperienza di un'Associazione laica, libertaria e autogestita. Sfatando molti miti, emerge un'India inconsueta, vista dalla parte del suo popolo straordinario; un'India vista "dal di dentro", da uno slum di Calcutta dove situazioni limite sono mantenute tali da un complesso intreccio di interessi sorvegliati in armi da mafie che agiscono nell'ombra dei poteri politici. Un discorso, dunque, che si allarga oltre i confini del subcontinente asiatico, e che riguarda tutti i poteri costituiti di ogni parte del mondo e invita a ragionare sulle possibilità di lotta e sui metodi innovativi di opposizione a un sistema che ci opprime tutti.
Esistono tante "Indie": l'India filosofica, l'India delle caste e degli slums, l'India del nucleare e della Microsoft, l'India della pace e quella della fierezza e della dignità di antiche popolazioni tribali che resistono all'avanzare dell'economia di mercato.
Ma c'è anche l'India: il paese dei duecento milioni di rivolte.

"Un albero, forse, ci resta sul pendio, da rivedere ogni giorno. Ci resta: la strada di ieri” (R.M.Rilke)

OSTERIA CALCUTTA, di Marina Valente, ediz. Sensibili alle Foglie
 

Saranno mostrati filmati sull'attività a Calcutta dell'Associazione.

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 E si va vanti comunque ... cosa sarebbe la vita se mancasse il coraggio di fare dei tentativi?

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e intanto ... gli altri .... !

LA FIOM. PER QUALCUNO, PASSA DALLE STALLE ALLE STELLE.

...eppure, non era troppo tempo fa:

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