osteria calcutta


Woman, Sankha Banarjee

Note” (Ritorno alla luna1)

Fuori, all’aperto.
No, stavolta non si puo’ dire che in India non cambi mai niente. L’apparenza di Calcutta e’ cambiata e anche la nota che sento nell’aria. Parlo proprio di una nota musicale. Eminem mi aggredisce mentre guadagniamo l’uscita dell’ufficetto lasciando Meera alle sue convinzioni audio-video-dirette e ai suoi sogni di alveare condizionato con ipermercato annesso. La nota esce da un transistor che un venditore stradale propone in mezzo ad altre cianfrusaglie elettroniche. “Like? Like?”, mi chiede e non so cosa rispondere. Ne parlero’ con Mahaswheta, se ci vado. Eppure, le facce dei poveri sono sempre belle. Li hanno spostati un po’ piu’ in la’, in periferia, tipo vicino all’aereoporto, adesso Kolkata deve attirare per il suo orribile shining, ma ci sono sempre. Il boom economico avra’ pure cambiato la citta’, ma loro sopravvivono anche alla cementificazione; sopravvivono a tutto.

“E’ uno sgarbo della natura quello che fa nascere figli bellissimi ai piu’ poveri dei poveri e figli slavati, orrendi, fatti col copia-incolla, ai piu’ benestanti?”
“No, e’ una grazia della natura”, mi risponde Pandit, sorridendo. E andiamo. Verso un autobus che ci scarichera’ a Nakthala dove un amico attende di essere prelevato. L’amico e’ bello e fieramente povero, è il mio secondo “contatto principale”. Si chiama Deepak e sara’ il mio accompagnatore quando Pandit mi salutera’ perche’ per lui e’ meglio non proseguire.

Artist, Sankha Banarjee

Qualche ora dopo (Ritorno alla luna2)

L’appuntamento e’ per le 17. Dall’unica stanza di un mini-appartamento scruto la finestra come il tenente Drogo attendeva l’arrivo di un inesistente nemico. Ma quale minaccia? Quale “singolo massimo pericolo per la sicurezza interna dello stato indiano dall’indipendenza a oggi?” (Manmohan Singh o aveva bevuto o ci fa, poi spieghero’ perche’). Quello che arriva a casa di Deepak e’ uno di quelli a cui puoi dare solamente fiducia; e da subito. Perche’ la fiducia se l’è guadagnata con una fame incisa sull’autostrada della sua faccia, con le mani callose da contadino e con quell’autorita’ che gli viene dall’aver molto combattuto. Avra’ una cinquantina d’anni.

“E’ un luogotenente dell’esercito naxalita”, mi dice Deepak e io sono sempre piu’ convinto del fatto che questo grave pericolo maoista non sia altro che una bufala, di quelle che circolano per strada in India e che pero’, occupando i binari, fanno fermare i treni per un po’. Almeno per un po’. Glielo dico.

“Questo grande pericolo, si riduce a qualche migliaia di persone che, da sole, non potrebbero mai prendere il potere in armi e sostituirsi al governo attuale. Sono solo una frazione di un movimento vastissimo, non la principale. Naxalita, in India, e’ oggi sinonimo di ribelle e quelli si’, sono una marea. Di vero c’e’ che i maoisti stanno cercando di organizzare i tantissimi malcontenti locali, le differenti battaglie in ambito rurale, mobilitando le comunita’ tribali e i contadini poveri che il governo minaccia di estinzione in tante parti dell’India. Industriali indiani e multinazionali hanno firmato gia’ da tempo centinaia di contratti per lo sfruttamento delle loro terre e foreste, ricchissime di risorse minerali e naturali. Significa morte per milioni di persone perche’ un obiettivo simile potra’ essere raggiunto solo dopo aver “bonificato” le terre dai legittimi proprietari e abitanti. Ma questo sicuramente lo sai gia’…”.

Si’, lo so. E il “naxalita”, che chiamero’ con un nome falso: “Ghopal”, approva in silenzio. Prosegue  il discorso in una lingua locale. Deepak fara’ da traduttore; prima pero’ gli medica con un impacco una piccola ferita sul polso, che sanguina. “Non e’ nulla – dice Ghopal – sono stato morso da un piccolo serpente, ma non di quelli veramente cattivi, oppure non sarei qui”. Continuiamo a parlare dei maoisti. “Solo una piccolissima parte di loro conosce la dottrina di Mao. Gli altri non sanno che la loro fame e seguono chi cerca di alleviarla un po’”. 
Ha una voce giovanile, sembra quella di un ragazzo. Solo dopo piu’ di mezz’ora mi ricordo del piccolo registratore che ho con me. Chiedo e ottengo il permesso di registrare. Seguira’ una doppia sbobinatura della cassetta, la prima da parte di Deepak, che tradurra’ lentamente, in inglese, parola dopo parola; la seconda, quella che faro’ io, in Italia.