(…) la destra radicale non ha mai inventato nulla,
limitandosi a recuperare e corrompere le forme di espressione-comunicazione dei
movimenti realmente antisistemici (la forma organizzativa del “Fascio”, la
bandiera nera degli anarchici…). …dovremmo insospettirci quando sentiamo
qualcuno prendere le distanze dalla “destra classica”,
dalla “destra
tradizionale”: noi sappiamo che non esiste una destra “classica”; nel corso del XX secolo i fascismi
- che si presentassero come movimenti o come regimi - hanno instaurato una
tradizione mutagena, sempre rimanipolabile; non hanno mai avuto forme “pure” di
discorso, sempre aperti a rappresentare le trasformazioni nel rapporto di
capitale…l’informe “area storica” della destra radicale ha ruminato
imperturbabile prima il sansepolcrismo (la retorica socialisteggiante e
anticlericale), poi Hegel filtrato da Gentile, ma anche il misticismo
paganeggiante, l’"idealismo magico” di Evola e l’oscurantismo di Meister
Eckhart, e poi -finissima acrobazia!- il tradizionalismo cattolico (…), passando
nel frattempo dall’imperialismo eurocentrico e conclamatamente razzista al
“culturalismo antropologico” post-Lévi-Strauss, fino all’apparente
antioccidentalismo. (…) La N.D. non può essere considerata solo un’area di
dibattito, un’esoterica corrente teorico-politica: essa incarna perfettamente
le caratteristiche dell’innovazione dello spettacolo, forgia discorsi di guerra
che rielaborano in forma “nobile” ciò che la “gente” già pensa (es. cita il
Lévi Strauss di “Razza e storia” per dire che “ognuno deve stare a casa sua”, e
lo chiama “antirazzismo differenzialista”!). Discorsi che, nelle diverse forme
“nobili” o “ignobili”, si spandono a macchia d’olio in tutti gli ambiti, dal
Bar Sport alle aule universitarie a quelle di tribunale. Seguire la N.D. non è
quindi una perdita di tempo, l’espressione di una vis speculativa da
intellettualini (…) la cazzata degli “opposti estremismi”, degli estremi che si
toccano, etc. - portata a dignità teorica da Hannah Harendt e da tutti i
successivi discorsi sul “totalitarismo” - non è che la descrizione strumentale
di una situazione in realtà non infrequente; Jean Pierre Faye, in alcune opere
dove a scanso di equivoci veniva rigettato qualsiasi tentativo di assimilare
violenza rossa e violenza nera, descriveva lo scambiarsi di alcuni “enunciati”
tra comunisti e destra nazionalista durante Weimar, per il tramite delle varie
sette nazionalrivoluzionarie, nazionalbolsceviche etc…
Esisteva in Germania una “curvatura dello spazio
semantico proprio alle forze politiche (…) oltrepassata da un modo di
enunciazione molto strano, situato proprio nella parte centrale che collega i
poli estremi senza passare dal centro (…) Un ‘campo di forze’: non una zona di
chiacchiere, ma un luogo dove delle forze circolano e oscillano
pericolosamente, fra due poli incompatibili” (Critica ed economia del
linguaggio, Cappelli, Bologna 1979).
Nazionalrivoluzionari come Ernst Junger erano considerati, da benpensanti e
conservatori, persino “al di là” dei nazisti, ancora più inquietanti e
pericolosi. Ancora più “a sinistra” di Junger - stiamo sempre parlando di uno
“spazio vuoto” tra i poli estremi, di un “altrove” rispetto al discorso
politico ufficiale -, c’era il “Nazionalbolscevismo” di Ernst Niekitsch, intenzionato
a combattere la KPD alleandosi però con l’Armata Rossa -e questa era anche la
posizione dell’”estrema sinistra” della NSDAP. E ancor più “a sinistra”, fino
alla contaminazione degli enunciati, stava la scheggia impazzita Richard
Scheringer, uomo-simbolo della propaganda nazista che nel 1931 passò da Hitler
al Partito Comunista poiché riteneva quest’ultimo più intenzionato a lottare
“per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco”. E qui sta il
punto, secondo Faye: “In qualche modo egli accredita così all’estrema sinistra
il sintagma ‘nazionalsociale’. Tentando di spostare la credibilità dei nazisti
a profitto dell’estrema sinistra marxista e affermando che il nazismo è troppo
‘pacifista’ ai suoi occhi, in rapporto ai mezzi violenti necessari ad una
rivoluzione nazionale, in effetti opererà a sua insaputa a vantaggio del polo
stesso da cui si è appena allontanato (…) Egli tende a dimostrare che l’impero
del nazionalsociale si estende fino al polo di estrema sinistra, ma che
all’interno di questo campo e grazie al suo enunciato, i nazisti fanno la
figura di personaggi più ‘misurati’, meno violenti, più degni di stima e più
rassicuranti agli occhi del piccolo borghese tedesco o dell’uomo del giusto
mezzo” (cit.) (…) Ora, noi siamo in un’altra situazione e su una scala
considerevolmente ridotta; eppure l’episodio dovrebbe insegnarci molte cose. Lo
scambiarsi e confondersi dei diversi enunciati è reso oggi ancora più
possibile, poiché sono innumerevoli gli angoli vuoti creati dalle curvature nello
spazio transpolitico. Le interzone sono luoghi molto pericolosi, anche se è
importante starci dentro. Sicuramente è da lì che uscirà tutto ciò che, bene o
male o al di là di entrambi, costruirà il nostro quotidiano negli anni a
venire, quotidiano che sarà ancora una volta nostro compito sovvertire. Ma per
farlo dovremo essere lucidi, saper distinguere i nostri enunciati da quelli del
differenzialismo identitario, saper scardinare la sintassi del linguaggio
dominante.