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Orfeo Euridice Hermes (traduzione di Giaime Pintor)
Era l’ardua miniera delle anime. Correvano nel buio come vene
d’argento, silenziose. Tra radici sgorgava il sangue che poi sale
ai vivi nella tenebra duro come porfido. Poi null’altro era rosso.
V’erano rocce e boschi informi. Ponti sopra il
vuoto e quell’immenso, grigio, cieco
stagno che premeva sul fondo come un
cielo di pioggia sui paesaggi della
terra. Fra i prati tenue e piena di
promesse correva come un lungo segno
bianco l’incerta traccia della sola
strada. E quell’unica strada era la loro.
Avanti l’uomo nel mantello
azzurro agile, con lo sguardo volto
innanzi muto paziente. Il passo divorava la strada a grandi morsi. Gravi,
rigide cadevano le mani dalla veste e ignoravano ormai la lieve lira cresciuta alla sinistra come un
cespo di rose in mezzo ai rami
dell’ulivo. E i suoi sensi rompevano
discordi: lo sguardo andava innanzi, si
aggirava come un cane, era accanto e poi
di nuovo lontano, fermo sulla prima curva- l’udito indietro come resta
un’ombra.
Talvolta egli credeva di tornare ai due che indietro sulla stessa
via dovevano seguirlo. Poi di nuovo alle spalle restava appena l’eco dei suoi passi e il mantello alto
nel vento. Ma diceva a se sesso: Essi
verranno-, ad alta voce, e si sentiva
spegnere. E tuttavia venivano ma due dal lentissimo passo. Se egli
avesse potuto volgersi un istante (e
volgersi era annullare tutta quell’impresa che si compiva ormai) li avrebbe
visti, i due che taciturni lo seguivano.
Il dio dei viaggi e del lontano
annunzio Che innanzi a se’ reggeva la
sottile verga, e aveva sugli occhi il
breve casco e alle caviglie un palpitare
d’ali; e affidata alla sua snistra: lei. Lei cosi’ amata che piu’ pianto trasse da una lira che mai da donne in
lutto; cosi’ che un mondo fu lamento in
cui tutto ancora appariva: bosco e
valle, villaggio e strada, campo e fiume
e belva; e sul mondo di pianto ardeva un
sole come sopra la terra, e si volgeva coi suoi pianeti un silenzoso
cielo, un cielo in pianto di deformi
stelle-: lei cosi’ amata.
Ma ora seguiva il gesto di quel
dio, turbato il passo dalle bende
funebri, malcerta, mite nella sua
pazienza. Era in se stessa come un alto augurio e non pensava all’uomo che era
innanzi, non al cammino che saliva ai
vivi. Era in se stessa, e il suo dono
di morte le dava una pienezza. come un frutto di dolce oscurita’ ella era piena della grande morte e cosi’ nuova da non piu’
comprendere.
Era entrata a una nuova
adolescenza e intoccabile: il suo sesso era
chiuso come i fiori di sera, le sue mani cosi’ schive dal gesto delle
nozze che anche il contatto stranamente
tenue della mano del dio, sua lieve
guida, la turbava per troppa intimita’.
Ormai non era piu’ la donna
bionda che altre volte nei canti del
poeta era apparsa, non piu’ profumo e
isola dell’ampio letto e proprieta’
dell’uomo. Ora era sciolta come un’alta
chioma, diffusa come pioggia sulla terra, divisa come un’ultima ricchezza. Era radice ormai. E quando a un tratto il dio la trattenne e con voce di dolore pronuncio’ le parole: si e’
voltato- Lei non comprese e disse piano:
Chi?
Ma avanti, scuro sulla chiara
porta, stava qualcuno il cui viso non
era da distinguere. Immobile guardava come sull’orma di un sentiero erboso il dio delle ambasciate mestamene si volgesse in silenzio per
seguire lei che tornava sulla stessa via, turbato il passo dalle bende
funebri, malcerta, mite nella sua
pazienza.
(Rainer Maria Rilke, 1923)
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