osteria calcutta

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 Addio ai monti

(...) Alessandro Manzoni non fu poi quello stinco di santo che voleva far credere di essere. Non era quell’integerrimo moralista, fustigatore di costumi (altrui), provvisto di princěpi a prova di tentazione, che ci descriveva l’insegnante di Lettere.
Non conduceva affatto quella vita austera e morigerata, sotto ogni profilo, che predicava agli altri si dovesse vivere per guadagnarsi, nell’al di la’, il premio eterno. Aveva, invece, un pessimo carattere e, la sera, se ne andava per osterie a far baldoria con gli amici, lasciando la moglie a casa a ringraziare la Divina Provvidenza. Questo perche’, oltre che con un fanciullone un po’ frivolo, aveva a vedersela con un ubriacone misogino, dotato di una quantita’ di problemini irrisolti che, se fossero esistiti gia’ gli analisti, lui ci sarebbe corso subito, o lei ce lo avrebbe spedito.

In quell’anno (1966), circolavano a scuola una serie di pettegolezzi intorno alla vita privata di quel Grande. Erano dicerie che non davano buona prova del fatto che fosse riuscito a coniugare, in magnifica sintesi, “morale giansenista e ragionevoli lumi”, svettando come “guglia gotica sui bassorilievi della gente meccanica” e “arrogando alla sua personale coscienza il diritto di divenire la coscienza morale della sua epoca” (questo, ironicamente, lo avevo scritto io, in un tema).
Tra i molti aneddoti che i miei compagni (i maschi) si raccontavano tra loro, ce n’era uno che li faceva ridere piu’ di tutti, lo avevano scritto su un bigliettino e lo facevano circolare in classe. Gira che ti rigira, arrivo’ anche a me.
C’erano riportati alcuni versi, scritti dal Nostro e da un suo compagno di ubriacature, sulla tovaglia di carta del tavolo di un’osteria, tra l’uno e l’altro di quei commenti ameni sulle donne che, di solito, si scambiano ancora gli uomini, ma solo quando stanno tra loro. Erano versetti molto illuminanti su come il vate della patria fosse arrivato a formulare il concetto di: Divina Provvidenza. Le prime strofe contenevano una domanda dell’Innominato (un amico suo che nessuno ha mai saputo chi fosse). La risposta, invece, e’ del Manzoni. 
Recitava cosi’:
Dalla finestra, un di’, suor Margherita/ cadde sul cazzo dritto di Fra Carlo/Si ruppe il culo, ma si salvo’ la vita/ Or si domanda: deve ringraziarlo?
E il sommo vate:
Datosi che la suora, in quel momento/ tutta compresa da cotal paura/ non provo’ il gusto dell’inculatura/ la si dispensa dal ringraziamento. 

Non posso dire di non averci riso anch’io, leggendo quelle strofe. Ne’ di aver colto, dietro l'apparente ironia, anche il riflesso di quella potente avversione per le donne che trapelava, peraltro, da ogni pagina di quelli sposi eternamente promessi, ogni volta che descriveva Lucia, Agnese, o quell’altra di Monza. Non la colsi affatto e ci sghignazzai ma, soprattutto, per via dello sberleffo, dell’irriverenza nei confronti delle monache: gli faceva fare la figura delle sceme, delle vigliacche e un po’ anche delle masochiste (che era proprio quello che, di loro, pensavo io, all’epoca).
Cosi’ ricopiai il testo e lo conservai tra le pagine di quell’opera che diede al suo autore assai piu’ gloria ma, forse, anche un po’ meno soddisfazione. L’idea era quella di avercelo li’, pronto, per tirarlo fuori alla prima occasione (come una specie di esibizionista vendicatore, ma di identita’ sessuale e di genere: femminile) e sbatterlo in faccia all’insegnante di Lettere, a mia nonna, alle monache delle medie, a tutta la loro bigotteria e alla malafede.
Ogni volta che si faceva Manzoni ci pensavo, meditavo quella vendetta trasversale. Poi, pero’, esitavo sempre, perche’ a quattordici anni ci si vergogna un po’ (e perche’ avevo paura di non riuscire a leggere con abbastanza enfasi, di lasciarmi tradire dalla rabbia, mentre mi prendevo quella rivincita maligna).

Molti conoscono l’“Addio ai Monti” di Lucia Mondella.
Si tratta di quel brano famoso che sta al capitolo ottavo di quel libro arcinoto, in cui una innocente giovane e’ costretta ad abbandonare la madre e il suo paese di nascita perche’ perseguitata da un curato Ponzio Pilato, da un uomo senza nome e da altri poco di buono. Tutta questa combriccola trama per impedirle, a ogni costo, di coronare il suo sogno col fidanzato di sempre, che non e’ proprio un principe, era un semplice tessitore, e pero’ lei gli voleva bene.
E’ un brano che parecchi studenti hanno dovuto mandare a memoria e percio’ sta stampato da qualche parte in fondo ai loro ricordi (quelli meno felici).
Non so pero’ quanti siano a poter affermare che quelle dieci righe abbiano avuto, nella loro vita, un’importanza tanto decisiva, contrassegnando in qualche modo una svolta, uno spartiacque oltre il quale niente sarebbe piu’ stato lo stesso.
Fu cosi’ per me.

Stavano leggendo Manzoni e io aspettavo il mio turno, decisa (o quasi), quel giorno, a consumare la mia vendetta. Ora c’č Serena, poi Checco, adesso tocca a me, sono pronta.  Mi capita quel brano, proprio quello che comincia con quelle parole: “ADDIO, MONTI SORGENTI dalle acque ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi e’ cresciuto tra voi e impresse nella sua mente non meno che lo sia l’aspetto dei suoi familiari; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!” Eccetera….. Quello lo dovevo leggere io. E’ il momento. Adesso gliela faccio vedere. Tiro fuori il foglietto. Sto per leggerlo, per fargliela vedere a tutti. Ho un’esitazione. E’ un attimo. Nella testa, dall’anima, da qualche parte di me, sento risuonare una canzone. L’insegnante - si chiama Elvezia Sastri - sollecita: “Che aspetti?”. La melodia copre il suo richiamo. Copre tutto. Non ce la faccio a resistere. Inizio piano, sommessa, quasi non mi si sente. Poi, sempre piu’ forte, intono una canzone, quella:
“ADDIO LUGANO BELLA, o dolce terra pia/ scacciati senza colpa, gli Anarchici van via/ e partono cantando, con la speranza in cuor/ Ed e’ per noi sfruttati, per voi lavoratori/ che siamo ammanettati, al par dei malfattori/ eppur la nostra idea e’ solo idea d’Amor/Anonimi compagni, amici che restate/ le verita’ sociali da forti propagate/ e’ questa la vendetta che noi vi domandiam/ E tu che ci discacci, con una vil menzogna / repubblica borghese, un di’ ne avrai vergogna/ noi oggi t’accusiamo, in faccia all’avvenir/ Scacciati senza tregua, andrem di terra in terra/ a predicar la Pace ed a bandir la guerra/ la Pace per gli oppressi, la guerra agli oppressor/ ELVEZIA, il tuo governo, schiavo d’altrui ti rende/ di un popolo gagliardo le tradizioni offende/ e insulta la leggenda del suo Guglielmo Tell/ Addio cari compagni, amici luganesi/ ADDIO BIANCHE DI NEVE COLLINE TICINESI/ i cavalieri erranti son trascinati al nord / e partono cantando con la speranza in cuor. 

Sospesa. Una settimana. Resto a casa sentendomi trasfigurata, avvolta in un insieme di: esaltazione mitomane, sentimento d’orgoglio fuori misura, fierezza della mia condizione di esclusa, felicita’ profonda di essermi riconosciuta, trovata, nel senso di quelle parole. Non ancora del tutto ma, in una parte di me, io so che sono quel sentimento. Ed e’ una parte importante. E’ casa mia. 
Tra lo stupore e la gioia ho anche tanto tempo (sette giorni) per interrogarmi su cosa sarebbe potuto accadere se, invece della canzone, avessi recitato i versetti famosi. Una punizione me l’avrebbero data comunque, una nota me la sarei presa. Mi avrebbero spedita fuori, da Salvatore, il bidello, magari dal preside e, forse, avrebbero mandato a chiamare mia madre. Pero’ mi chiedo: lo sberleffo alle monache mi sarebbe valso una punizione tanto severa come quella di non rimettere piu’ piede a scuola fino al lunedě successivo? Non ne sono sicura. La goliardia, sia pure spinta oltre il limite di quella che loro definiscono: “decenza”, avrebbe (penso) anche potuto essere perdonata. Quella canzone no. Quella, la considerano veramente pericolosa. Bene. Intravedo la strada che sto percorrendo, anche se ancora non lo so quanto costera’. Pero’ mi fa felice.  E, a casa mia, ci sto  bene.