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Dal momento che, ormai, sull'India ne sapete tantissimo, ci permettiamo di non riscrivere cose antiche, ma di rimandarvi a stralci di documenti originali. Archivio
da “La globalizzazione sta minando la democrazia indiana?”, di Marina Valente articolo per “Il Portale”, marzo 2002 Ayodhya primo stralcio: “L’India trova
immensamente benefico apprendere dall’esperienza di Israele nel trattare il
terrorismo” (anno 2002, dichiarazione di una portavoce del governo indiano
presieduto dal BJP). L’estate del 1999, Delhi era una città caldissima. Uscivamo di notte per cercare un selciato, una pietra su cui sederci, allungarci, accovacciarci. Un improvvisato giaciglio un pò meno bollente dei nostri letti in fiamme a Main Bazaar, nel quartiere vecchio. L’aria era un oggetto solido e respirare era una faccenda impegnativa. Dal cielo cadevano passeri morti con tonfi sordi, o era la mia immaginazione. Rajiv sentenziava che no: i passeri morti cadevano davvero. Quella era anche l’estate immediatamente successiva alla guerra di Kargil (maggio-giugno), che aveva visto confrontarsi sulle alture del Kashmir l’esercito indiano e quello pakistano, a seguito di un presunto sconfinamento di truppe pakistane nell’area controllata dall’India. Sconfinamento impossibile, in periodo di ghiaccio e gelo - a quelle altezze -e in una zona occupata tra le piu’militarizzate del mondo. “Vanno male al governo, hanno ricevuto un voto di sfiducia dal Parlamento. Una maggioranza risicata e litigiosa - diceva Rajiv - “la guerra è una vecchia carta, logora, gli serve per appellarsi all’unità del Paese; riconquisteranno consensi in nome della presunta difesa dei “minacciati” confini nazionali. Eccole la’ le elezioni. Sono soltanto questo: un nome dentro l’urna e una rupia dentro il bussolotto del baracchino all'angolo, quello con la scritta: “Aiuta i reduci”. Quanto durerà ancora? Per quante altre volte ci lasceremo prendere per il naso?”. Rajiv borbotta, tira un calcio a un barattolo, sputa in terra saliva rosso-bethel. Quell’anno, nonostante l’affacciarsi sulla scena politica di nuove coalizioni e partiti che si autodefinivano “popolari”, il Bjp vinse le elezioni ancora una volta. Il Bjp, il partito delle alte caste, governa l’India dal 1998 (nota: questo articolo risale al 2002), con una coalizione nazionalista e un cartello incentrato sulla rivendicazione dell’autenticità indù, che si fa beffe della tradizione unitaria del Paese, così come della sua prima, straordinaria ricchezza: la capacità di essere uno sterminato contenitore di differenze umane, temporali, spaziali. Un crogiolo di popolazioni diversissime tra loro per storia, cultura, tradizioni religiose, tenute insieme da quel sentimento di unità nazionale - e qui sta il punto - Gandhi aveva faticosamente tessuto, tra difficolta’ crescenti. “Quando la liberta’ si identifica con il costituirsi in Stato nazionale, puo’ finire che si cambia solo padrone”. “Giusto. La storia insegna”. Rajiv mi chiede di raccontargli di nuovo gli anni del Risorgimento italiano. Ne sa piu’ lui, oramai, su questo argomento, di quanto non ne conosca un qualunque cattedratico di Kolkata (che pero’ mangia tutti i giorni e una casa ce l’ha, paga l’affitto o la rata del mutuo con qualche sua conoscenza “esotica”). Comunque, già nel 1947, l'“ndipendenza”, la nascita della nazione si accompagno' alla “partition” che separava dall’Unione Indiana milioni di persone, dando origine al Pakistan e squartando il Bengala in due compartimenti (l’area musulmana, denominata Pakistan Orientale, e’ divenuta, nel 1971, Repubblica democratica del Bangladesh). L’attuale governo difende gli interessi della sua principale base elettorale: commercianti, grandi industriali, arrampicatori della classe media. Fin dal suo esordio, ha perciò coniugato enfasi nazionalista e vocazione neoliberista, spingendo sempre più avanti il processo di smantellamento delle aziende statalizzate in favore di privatizzazioni massicce, aprendo progressivamente all’economia di mercato, alla deregulation e agli interessi degli imprenditori (anche occidentali). I test nucleari a Pokhran del 1998 sono stati il suo biglietto da visita: qualcosa che poneva l’India nel club delle super potenze atomiche, ma ne snaturava l’identità. Un biglietto da visita atomico (Arundhati Roy). “Vedrai che, prima o poi, si parlerà ancora della moschea”, mi bisbiglia Rajiv, mentre tende i muscoli delle braccia e spalanca il petto, come a dire: “Eccomi. Colpite pure, ma non mi arrendero' senza combattere”. 18 Marzo 2002. La “questione della moschea” è nuovamente all’attenzione di tutti. Attivisti del VHP (Vishwa Hindu Parishad, letteralmente: l’organizzazione mondiale degli indù) si riuniscono minacciosi ad Ayodhya (Uttar Pradesh), saccheggiano e distruggono, si portano via pietre e colonne di arenaria scolpite. L’ultimatum concesso per ottenere la “restituzione” della terra requisita dal governo e il permesso alla costruzione del tempio dedicato a Ram è scaduto da 3 giorni. Il Bip non ha esaudito la richiesta rimandando ogni decisione al verdetto della Corte Suprema dell’India. Nelle ultime settimane, oltre 700 persone sono state assassinate. 58 attivisti del VHP, che ritornavano da un sopralluogo ad Ayodhya, sono morti nell’incendio doloso al treno che li trasportava, durante una sosta alla stazione di Godhra. Oltre 600 musulmani, del tutto estranei ai fatti, sono già caduti come passeri sotto i colpi della rappresaglia indù. Ad Ahmedabad e in diverse altre città del Gujarat (dove i musulmani costituiscono il 50% della popolazione), una folla di esaltati si è scatenata in una “caccia al musulmano” chiaramente prepianificata, vista la precisione e la rapidità con la quale sono stati centrati i bersagli. Case, botteghe, uffici, supermercati sono stati dati alle fiamme e centinaia di persone sono state massacrate sotto gli occhi e le braccia immobili della polizia dello Stato e dell’esercito chiamato dal governo locale. Le violenze si sono poi estese al Rajasthan e all’Uttar Pradesh. Volantini anti-musulmani invadono le strade di Ahmedabad. Sono redatti da attivisti del VHP. Incitano al boicottaggio economico contro “questi antinazionalisti che usano il denaro degli indù per distruggerli”. Istigano a non fare acquisti nei loro negozi, a non lavorare per loro e a non assumerli, a non andare a vedere i loro film, a non portare la macchina nei loro garage, a sorvegliare che le proprie figlie e sorelle non si innamorino di uno di loro...Uno di questi volantini conclude: “Un trattamento del genere romperà le ossa ai musulmani e renderà loro molto difficile vivere in questo Paese!”. Torno all'inizio. In quel luglio incandescente di Delhi, nel 1999, seduta in terra vicina a Rajiv che tende l’orecchio a cercare l’avvicinarsi della pioggia, mi faccio raccontare la storia della moschea. Una storia che conosco, ma che Rajiv, indù, ha voglia di ripetere perchè la considera “vergognosa” e “da non dimenticare”. “Era proprio il 1992 quando fondamentalisti indù istigati dal BJP, alcuni prezzolati, altri no, con in prima linea membri del VHP, assaltarono e rasero al suolo la cinquecentesca moschea di Babri, ad Ayodhya, sostenendo che la Babri Mashjid fosse stata costruita sulle rovine di un preesistente tempio indù e proprio nel luogo natale del Dio Ram. Hanno scritto che, negli scontri che seguirono questa distruzione, morirono 2000 persone in diverse zone dell’India. So per certo che le vittime furono molte di più. Il BJP vinse le elezioni nel ’96, cavalcando quest’onda”. A sei anni di distanza, il nuovo tempio a Ram, voluto dai più fanatici della coalizione, non è ancora stato costruito. Il governo non ricava più abbastanza vantaggi dal suo appello all’autenticità indù. Dà preminenza ad altre questioni, anche per cercare di mantenersi qualche appoggio tra i suoi alleati più moderati, che minacciano di abbandonarlo se non porrà un freno agli eccessi dell’estrema destra ipernazionalista. Il governo cerca l’appoggio degli USA, contratta con la Cina (nemico storico), si arrampica sulle proprie contraddizioni tra nazionalismo e liberismo, ma è, di fatto, di fronte a una sconfitta che non potrà essere risolta stavolta inventando un’altra guerra di Kargil. Il Paese è stanco e il dissenso cresce ovunque, con nuovi movimenti di protesta e di lotta. A febbraio di quest'anno (2002) il Bjp ha perso le elezioni in quattro grandi Stati: Uttar Pradesh, Punjab, Uttaranchal e Manipur. Ha condotto una campagna schizofrenica, cercando di barcamenarsi tra fondamentalisti e moderati. Finendo ad incentrarla quasi esclusivamente sui pericoli del terrorismo, “impegnandosi ad assicurare un’immagine di partito rispettoso delle regole della legge e che riserva un trattamento uguale e simmetrico a tutte le comunità religiose”(India’s National Magazine). Ma ha sbagliato i suoi calcoli, e' andata invece piuttosto bene al Congress. Indebolito dlla sconfitta ed aspramente criticato per il modo in cui ha gestito i fatti seguiti al massacro di Godrha (con lentezza, passività, complicità con le folle scatenate), il Bjp è criticato anche da molti suoi alleati, che gli hanno ritirato l'appoggio, perdera' presto la maggioranza in parlamento. C'è un universo composito che lavora, con creatività, fantasia e coraggio infiniti, a costruire un mondo molto migliore di questo.(...) Sono gli artisti che costruiranno la civiltà del domani. Rajiv è d’accordo. “Non si può continuare a lasciare l’economia in mano a gente poco seria come gli economisti, gli imprenditori, i banchieri. Si deve metterla in mano agli artisti. E, qui in India”, aggiunge, “gli artisti, di sicuro non mancano”. Anche per Arundhati Roy: “il riscatto dell’India sta nella innata anarchia e faziosità del suo popolo(...). Il dissenso, l’unica cosa che meriti di essere globalizzata, è il miglior prodotto di esportazione dell’India”. note -Bjp: sigla del Bharatiya Janata Party (letteralmente: Patito del Popolo Indiano) -vedi: “The Hindu” “The Hindustan Times”, 28 febbraio, 1,2,3,4,...9 marzo 2002, -"Il Manifesto", 15, 16 marzo 2002 segnalo' gli scontri.. -Il testo completo del volantino antimusulmano è riportato anche sul sito della Missionary Service News Agency: http://www.misna.org, che lo ha diffuso l’8 marzo 2002 segue la parte centrale dell'articolo, dedicata alla gobalizzazione e al meccanismo del debito, che e' tale da renderlo non risarcibile. Citiamo solo alcuni testi di approfondimento: Per globalizzazione economica e meccanismo del debito: Noam Chomsky: “Egemonia americana e Stati fuorilegge”, edizioni Dedalo, 2001Noam Chomsky: “ Sulla nostra pelle. Mercato globale o movimento globale?”, Marco Tropea editore, 1999 Naomi Klein: “No logo”, edizioni Baldini e Castoldi, 2001 Per i misfatti delle multinazionali in India: Vandana Shiva: ”Sopravvivere allo sviluppo”, edizioni ISEDI, Torino 1990. Una interessante intervista a Vandana Shiva si trova nel film documentario di Werner Weick:”La dea ferita”. Dominique Lapierre: “Mezzanotte a Bhopal” Arundhati Roy: “Per il Bene Comune”, articolo pubblicato in India nel 1999 da IBD.(anche in: A. Roy:”Guerra è pace”, raccolta di articoli dell’autrice, edizioni Guanda 2002) secondo stralcio: Su ONG indiane e sviluppo, vedi anche: |