osteria calcutta

Dal momento che, ormai, sull'India  ne sapete tantissimo, ci permettiamo di non riscrivere cose antiche, ma di rimandarvi a stralci di documenti originali.

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Roma, 20 marzo 2002 

da:
da “La globalizzazione sta minando la democrazia indiana?”, di Marina Valente
articolo per  “Il Portale”, marzo 2002

Ayodhya
primo stralcio:
“L’India trova immensamente benefico apprendere dall’esperienza di Israele nel trattare il terrorismo” (anno 2002, dichiarazione di una portavoce del governo indiano presieduto dal BJP).

L’estate del 1999, Delhi era una città caldissima. Uscivamo di notte per cercare un selciato, una pietra su cui sederci, allungarci, accovacciarci. Un improvvisato giaciglio un pò meno bollente dei nostri letti in fiamme a Main Bazaar, nel quartiere vecchio. L’aria era un oggetto solido e respirare era una faccenda impegnativa. Dal cielo cadevano passeri morti con tonfi sordi, o era la mia immaginazione. Rajiv sentenziava che no: i passeri morti cadevano davvero.
Quella era anche l’estate immediatamente successiva alla guerra di Kargil (maggio-giugno), che aveva visto confrontarsi sulle alture del Kashmir l’esercito indiano e quello pakistano, a seguito di un presunto sconfinamento di truppe pakistane nell’area controllata dall’India. Sconfinamento impossibile, in periodo di ghiaccio e gelo - a quelle altezze -e in una zona occupata tra le piu’militarizzate del mondo. “Vanno male al governo, hanno ricevuto un voto di sfiducia dal Parlamento. Una maggioranza risicata e litigiosa - diceva Rajiv -  “la guerra è una vecchia carta, logora, gli serve per appellarsi all’unità del Paese; riconquisteranno consensi in nome della presunta difesa dei “minacciati” confini nazionali. Eccole la’ le elezioni. Sono soltanto questo: un nome dentro l’urna e una rupia dentro il bussolotto del baracchino all'angolo, quello con la scritta: “Aiuta i reduci”. Quanto durerà ancora? Per quante altre volte ci lasceremo prendere per il naso?”. Rajiv borbotta, tira un calcio a un barattolo, sputa in terra saliva rosso-bethel.
Quell’anno, nonostante l’affacciarsi sulla scena politica di nuove coalizioni e partiti che si autodefinivano “popolari”, il Bjp vinse le elezioni ancora una volta.
Il Bjp, il partito delle alte caste, governa l’India dal 1998 (nota: questo articolo risale al 2002), con una coalizione nazionalista e un cartello incentrato sulla rivendicazione dell’autenticità indù, che si fa beffe della tradizione unitaria del Paese, così come della sua prima, straordinaria ricchezza: la capacità di essere uno sterminato contenitore di differenze umane, temporali, spaziali. Un crogiolo di popolazioni diversissime tra loro per storia, cultura, tradizioni religiose, tenute insieme da quel sentimento di unità nazionale - e qui sta il punto -  Gandhi aveva faticosamente tessuto, tra difficolta’ crescenti. “Quando la liberta’ si identifica con il costituirsi in Stato nazionale, puo’ finire che si cambia solo padrone”. “Giusto. La storia insegna”. Rajiv mi chiede di raccontargli di nuovo gli anni del Risorgimento italiano. Ne sa piu’ lui, oramai, su questo argomento, di quanto non ne conosca un qualunque cattedratico di Kolkata (che pero’ mangia tutti i giorni e una casa ce l’ha, paga l’affitto o la rata del mutuo con qualche sua conoscenza “esotica”). Comunque, già nel 1947, l'“ndipendenza”, la nascita della nazione si accompagno' alla “partition” che separava dall’Unione Indiana milioni di persone, dando origine al Pakistan e squartando il Bengala in due compartimenti (l’area musulmana, denominata Pakistan Orientale, e’ divenuta, nel 1971, Repubblica democratica del Bangladesh).
L’attuale governo difende gli interessi della sua principale base elettorale: commercianti, grandi industriali, arrampicatori della classe media. Fin dal suo esordio, ha perciò coniugato enfasi nazionalista e vocazione neoliberista, spingendo sempre più avanti il processo di smantellamento delle aziende statalizzate in favore di privatizzazioni massicce, aprendo progressivamente all’economia di mercato, alla deregulation e agli interessi degli imprenditori (anche occidentali). I test nucleari a Pokhran del 1998 sono stati il suo biglietto da visita: qualcosa che poneva l’India nel club delle super potenze atomiche, ma ne snaturava l’identità. Un biglietto da visita atomico (Arundhati Roy).
Vedrai che, prima o poi, si parlerà ancora della moschea”, mi bisbiglia Rajiv, mentre tende i muscoli delle braccia e spalanca il petto, come a dire: “Eccomi. Colpite pure, ma non mi arrendero' senza combattere”.
18 Marzo 2002. La “questione della moschea” è nuovamente all’attenzione di tutti. Attivisti del VHP (Vishwa Hindu Parishad, letteralmente: l’organizzazione mondiale degli indù) si riuniscono minacciosi ad Ayodhya (Uttar Pradesh), saccheggiano e distruggono, si portano via pietre e colonne di arenaria scolpite. L’ultimatum concesso per ottenere la “restituzione” della terra requisita dal governo e il permesso alla costruzione del tempio dedicato a Ram è scaduto da 3 giorni. Il Bip non ha esaudito la  richiesta rimandando ogni decisione al verdetto della Corte Suprema dell’India.
Nelle ultime settimane, oltre 700 persone sono state assassinate. 58 attivisti del VHP, che ritornavano da un sopralluogo ad Ayodhya, sono morti nell’incendio doloso al treno che li trasportava, durante una sosta alla stazione di Godhra. Oltre 600 musulmani, del tutto estranei ai fatti, sono già caduti come passeri sotto i colpi della rappresaglia indù. Ad Ahmedabad e in diverse altre città del Gujarat (dove i musulmani costituiscono il 50% della popolazione), una folla di esaltati si è scatenata in una “caccia al musulmano” chiaramente prepianificata, vista la precisione e la rapidità con la quale sono stati centrati i bersagli. Case, botteghe, uffici, supermercati sono stati dati alle fiamme e centinaia di persone sono state massacrate sotto gli occhi e le braccia immobili della polizia dello Stato e dell’esercito chiamato dal governo locale. Le violenze si sono poi estese al Rajasthan e all’Uttar Pradesh. Volantini anti-musulmani invadono le strade di Ahmedabad. Sono redatti da attivisti del VHP. Incitano al boicottaggio economico contro “questi antinazionalisti che usano il denaro degli indù per distruggerli”. Istigano a non fare acquisti nei loro negozi, a non lavorare per loro e a non assumerli, a non andare a vedere i loro film, a non portare la macchina nei loro garage, a sorvegliare che le proprie figlie e sorelle non si innamorino di uno di loro...Uno di questi volantini conclude: “Un trattamento del genere romperà le ossa ai musulmani e renderà loro molto difficile vivere in questo Paese!”.
Torno all'inizio. In quel luglio incandescente di Delhi, nel 1999, seduta in terra vicina a Rajiv che tende l’orecchio a cercare l’avvicinarsi della pioggia, mi faccio raccontare la storia della moschea. Una storia che conosco, ma che Rajiv, indù, ha voglia di ripetere perchè la considera “vergognosa” e “da non dimenticare”.
Era proprio il 1992 quando fondamentalisti indù istigati dal BJP, alcuni prezzolati, altri no, con in prima linea membri del VHP, assaltarono e rasero al suolo la cinquecentesca moschea di Babri, ad Ayodhya, sostenendo che la Babri Mashjid fosse stata costruita sulle rovine di un preesistente tempio indù e proprio nel luogo natale del Dio Ram. Hanno scritto che, negli scontri che seguirono questa distruzione, morirono 2000 persone in diverse zone dell’India. So per certo che le vittime furono molte di più. Il BJP vinse le elezioni nel ’96, cavalcando quest’onda”.
A sei anni di distanza, il nuovo tempio a Ram, voluto dai più fanatici della coalizione, non è ancora stato costruito. Il governo non ricava più abbastanza vantaggi dal suo appello all’autenticità indù. Dà preminenza ad altre questioni, anche per cercare di mantenersi qualche appoggio tra i suoi alleati più moderati, che minacciano di abbandonarlo se non porrà un freno agli eccessi dell’estrema destra ipernazionalista.
Il governo cerca l’appoggio degli USA, contratta con la Cina (nemico storico), si arrampica sulle proprie contraddizioni  tra nazionalismo e liberismo, ma è, di fatto, di fronte a una sconfitta che non potrà essere risolta stavolta inventando un’altra guerra di Kargil. Il Paese è stanco e il dissenso cresce ovunque, con nuovi movimenti di protesta e di lotta. A febbraio di quest'anno (2002) il Bjp ha perso le elezioni in quattro grandi Stati: Uttar Pradesh, Punjab, Uttaranchal e Manipur. Ha condotto una campagna schizofrenica, cercando di barcamenarsi tra fondamentalisti e moderati. Finendo ad incentrarla quasi esclusivamente sui pericoli del terrorismo, “impegnandosi ad assicurare un’immagine di partito rispettoso delle regole della legge e che riserva un trattamento uguale e simmetrico a tutte le comunità religiose”(India’s National Magazine). Ma ha sbagliato i suoi calcoli, e' andata invece piuttosto bene al Congress. Indebolito dlla sconfitta ed aspramente criticato per il modo in cui ha gestito i fatti seguiti al massacro di Godrha (con lentezza, passività, complicità con le folle scatenate), il Bjp è criticato anche da molti suoi alleati, che gli hanno ritirato l'appoggio, perdera' presto la maggioranza in parlamento. C'è un universo composito che lavora, con creatività, fantasia e coraggio infiniti, a costruire un mondo molto migliore di questo.(...)  Sono gli artisti che costruiranno la civiltà del domani. Rajiv è d’accordo. “Non si può continuare a lasciare l’economia in mano a gente poco seria come gli economisti, gli imprenditori, i banchieri. Si deve metterla in mano agli artisti. E, qui in India”, aggiunge, “gli artisti, di sicuro non mancano”. Anche per Arundhati Roy: “il riscatto dell’India sta nella innata anarchia e faziosità del suo popolo(...). Il dissenso, l’unica cosa che meriti di essere globalizzata, è il miglior prodotto di esportazione dell’India”. 
note
-Bjp: sigla del Bharatiya Janata Party (letteralmente: Patito del Popolo Indiano)
-vedi: “The Hindu” “The Hindustan Times”, 28 febbraio, 1,2,3,4,...9 marzo 2002,
-"Il Manifesto", 15, 16 marzo 2002 segnalo' gli scontri..
-Il testo completo del volantino antimusulmano è riportato anche sul sito della Missionary Service News Agency: http://www.misna.org, che lo ha diffuso l’8 marzo 2002

segue la parte centrale dell'articolo, dedicata alla gobalizzazione e al meccanismo del debito, che e' tale da renderlo non risarcibile. Citiamo solo alcuni testi di approfondimento:
Per globalizzazione economica e meccanismo del debito:
Noam Chomsky: “Egemonia americana e Stati fuorilegge”, edizioni Dedalo, 2001Noam Chomsky: “ Sulla nostra pelle. Mercato globale o movimento globale?”, Marco Tropea  editore, 1999
Naomi Klein: “No logo”, edizioni Baldini e Castoldi, 2001
Per i misfatti delle multinazionali in India:
Vandana Shiva: ”Sopravvivere allo sviluppo”, edizioni ISEDI, Torino 1990.
Una interessante intervista a Vandana Shiva si trova nel film documentario di Werner Weick:”La dea ferita”.
Dominique Lapierre: “Mezzanotte a Bhopal”
Arundhati Roy: “Per il Bene Comune”, articolo pubblicato in India nel 1999 da IBD.(anche in: A. Roy:”Guerra è pace”, raccolta di articoli dell’autrice, edizioni Guanda 2002)

secondo stralcio:
Il Congresso ha seminato le sementi, ha curato le pianticelle, poi il BJP è venuto e ha mietuto il terribile raccolto(A.Roy
Secondo Arundhati Roy, il tradimento del Congress - per tradizione il partito delle basse caste, dei musulmani poveri e delle minoranze - ha contribuito a spianare la via all’affermarsi della destra nazionalista indù (...). Come che sia, dopo l’11 settembre, il governo di Vajpayee si è immediatamente allineato alle direttive USA in materia di politica estera, cercando di far passare l’idea che i gruppi armati kashmiri fossero parte di quella stessa rete terroristica internazionale che gli USA e i loro alleati dichiaravano di voler estirpare. Il premio atteso sta arrivando: le sanzioni ancora in vigore dopo i test atomici del 1998 sono state cancellate e gli USA potrebbero avere deciso di trasferire le proprie basi in India invece che in Pakistan (loro alleato tradizionale). A novembre, gli USA hanno dato il via libera a Israele per la vendita dell’ultima versione del sistema radar aviotrasportato Phalcon a New Delhi. Dopo il summit tenutosi a Washington tra Vajpayee e G.W.Bush, si sono moltiplicate, dai primi di dicembre 2001, le visite ufficiali in India di alti esponenti del governo degli USA. Richard Hass (rappresentante del Dipartimento di Stato)e Douglas Feith (sottosegretario alla Difesa) hanno dichiarato di stare trattando con l’India “accordi militari a lungo termine”, anche in merito “alla vendita di armi, al trasferimento di tecnologie e alla cooperazione di Intelligence”. L’attacco al Parlamento di Delhi del 13 dicembre 2001 potrebbe senz’altro aver avuto origine nelle frange estremiste pakistane che Musharraf non riesce più in alcun modo a tenere a bada, ma anche essere stato architettato dallo stesso governo indiano, come sostenuto da Islamabad. Di certo, il BJP ha utilizzato l’attentato per ribadire la pericolosità del Pakistan e i serissimi problemi coi propri “terroristi interni”. (...) La campagna antimusulmana scatenata dopo l’11 settembre è diventata anche più feroce e, il solo fatto di essere musulmano, fa  rischiare oggi, in India, di essere considerato un “nemico”. Il governo ha approfittato della paura per limitare le libertà civili, negare la libertà di parola, licenziare i lavoratori, imbrigliare le minoranze etniche e religiose, tagliare la spesa pubblica e spendere miliardi di rupie in armamenti. La tensione col Pakistan è destinata ad acutizzarsi ulteriormente. Le esecuzioni e le carcerazioni illegali, le violenze, le torture agite dall’esercito e dalle forze di polizia indiane in Kashmir per reprimere la ribellione armata, sono ininterrotte. Gli scontri sono quotidiani e mezzo milione di soldati indiani occupa la valle. Srinagar è una città militarizzata. Militanti pacifisti continuano ad essere arrestati: Il Movimento degli Studenti Islamici è stato posto fuori legge, si chiudono le madrassas indiane e si proteggono i gruppi estremisti indù come il VHP. E’ in questo clima e con i “nuovi accordi militari” tra India e USA in via di definizione, che si è verificato a Godhra l’attacco incendiario al treno che trasportava gli attivisti del VHP. Era il pretesto cercato. I massacri dovuti alla rappresaglia indù si sono succeduti per giorni. Il governo non e' intervenuto. Continua a soffiare sul fuoco del “pericolo islamico” e sulla nuova ondata di orgoglio nazionalista indù che potrebbe portare l'India ad un’altra guerra col Pakistan.

Louis Fisher: “The life of Mahatma”, edizioni Granata
Arundhaty Roy, op.cit.

Frontline”, “The Hindu”, “Outlook”, dicembre 2002 
        
Un’utopia può divenire concreta. Delhi, di notte, è una città meravigliosa. I profumi sono più intensi. Non c’è traccia del traffico della giornata. Le sagome dei bellissimi palazzi, dei templi, l’ombra lunga dei minareti, si stagliano contro il cielo immobile come sagome ritagliate in cartone color porpora. Si sentono bisbiglii, piccoli rumori distanti. Qualcuno è sempre in cammino, nessuno può dire verso dove.  Un tuono sembra preannunciare lo scroscione di pioggia tanto atteso. Ci avviamo, Rajiv e io, in direzione del tuono (e non nella direzione di casa). Camminando, rifletto. E’ veramente un’utopia immaginare che proprio le masse degli analfabeti di ogni parte del mondo siano anche le più analfabete di una grammatica disumana e quelle che potranno, se lo vorranno, sgrammaticare tutto e costruire insieme un modo diverso di stare al mondo? Rispondo a me stessa: soltanto le utopie cambiano la faccia della terra e: “utopia” significa letteralmente “nessun luogo”, cioè “società che ancora non esiste”, non impossibile.

Su ONG indiane e sviluppo, vedi anche:
Marina Valente: “Etica ed economia: il punto di vista delle donne”, in “Volontari e terzo mondo” n. 3, luglio-settembre 2000 e: Marina Valente: “L’Osteria a Calcutta”, articolo su “Carta”, n.14, 11-17 ottobre 2001